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Bettini Maurizio - Antropologia e cultura romana. Parentela, tempo, immagini dell'anima |
| La recensione de L'Indice |

(recensione pubblicata per l'edizione del 1986)
recensione di Remotti, F., L'Indice 1988, n. 1
Forse non è male chiarire che il libro di Maurizio Bettini, articolato - come asserisce il titolo - sui due poli dell'antropologia e della cultura romana, si colloca in una lunga tradizione in cui l'antropologia e gli studi classici hanno da sempre interagito. Ma in questo processo interattivo si è verificato un ribaltamento, un'inversione: se in un primo tempo era l'antichità classica a fornire schemi e categorie concettuali per la sistemazione antropologica dei dati etnografici (e questo fino alle soglie dello sviluppo scientifico dell'antropologia nella seconda metà dell'Ottocento), fu lo stesso impiego antropologico a porre in discussione quegli schemi e quelle categorie, determinando così un'inversione di tendenza per cui è ora l'antropologia a fornire utili indicazioni per lo studio dell'antichità. Questa tendenza non consiste tuttavia nel trasferire pari pari le scoperte dell'etnografia nel mondo greco - romano, nello scorgere tra greci e romani ciò che gli etnologi apprendono indagando i loro primitivi. Nel suo momento più maturo e consapevole, questa tendenza si esprime nella convinzione che non si tratta affatto di trasferire nozioni classiche tra i primitivi n‚ nozioni primitive tra i greci e i romani, bensì di collocare greci e romani in mezzo agli 'altri'. E ciò se da un lato comporta una certa disponibilità al mutamento da parte dell'universo degli studi classici in relazione a quanto si determina in etnologia, dall'altro gli studi classici si configurano come contributi di estremo interesse al discorso antropologico; se per un verso mutano gli aspetti o i problemi della cultura greca e romana che si intendono studiare in conseguenza delle innovazioni etnologiche, per altro verso i significati e le strutture antropologiche subiscono inevitabilmente una modificazione a causa dell'immissione degli studi classici entro l'orizzonte degli interessi etnologici. Greci e romani visti con occhi etnologici non sono esattamente gli stessi greci e romani intesi come antenati intoccabili della nostra civiltà; ma la perdita dell'eccezionalità e dell'unicità è ampiamente compensata dai contributi che greci e romani, proprio perché in mezzo agli 'altri', offrono alla rimodellazione delle strutture e dei significati antropologici.
Il libro di Bettini si inserisce assai bene nella prospettiva qui velocemente delineata e rappresenta una dimostrazione evidente che i due movimenti (dall'etnologia stimoli agli studi classici e dagli studi classici contributi all'antropologia) siano tra loro opposti solo in quanto sono complementari e inscindibili, costituendo i due versi di uno stesso movimento. Bettini è consapevole che non si tratta soltanto di trasferire meccanicamente nozioni o soluzioni da un campo all'altro; egli giustamente diffida di un 'comparatismo' che, fondato su analogie magari sorprendenti, "proprio per questo potrebbe risultare anche ingannevole" (p.121). Egli è pure consapevole dell'impossibilità di trasferire i tipici metodi di ricerca etnologici negli studi classici: in diversi momenti della sua analisi emerge esplicitamente la consapevolezza che lo studioso del mondo antico, simile a un giocatore di biliardo, "sia obbligato a toccare sempre la sponda: e mai direttamente"; a differenza dell'antropologo, il quale può "chiedere" ai propri informatori, lo studioso del mondo antico deve spesso accontentarsi "di una glossa, di un mito, di un suffisso" (pp. 119-120).
Proprio questa impossibilità di trasferire i metodi della ricerca sul campo negli studi dell'antichità classica dà ulteriore senso e risalto alla strumentazione cui questo tipo di studioso è tenuto a ricorrere: la filologia. E in effetti il libro di Bettini fonda del tutto il proprio discorso antropologico su analisi filologiche. Sotto questo profilo, il suo lavoro fornisce in effetti un'ulteriore dimostrazione, vale a dire che l'apertura degli studi classici verso l'etnologia e l'antropologia non significa per nulla un allentamento dei criteri del rigore filologico; anzi, semmai, un approfondimento e un riorientamento di questi criteri.
Sono parecchi gli spunti e i temi che Bettini desume dall'etnologia: tra questi in primo luogo le categorie e le problematiche tipiche dei sistemi di parentela che, a partire dall'analisi di alcuni termini parentali, egli dimostra di saper affrontare con encomiabile maestria. Ma nello scambio transdisciplinare di cui si è detto, oltre all'impiego e all'adattamento di prospettive e di strumenti (significativa, sotto questo profilo, l'analisi di "avunculus", lo "zio materno", e dell'insieme di atteggiamenti che vi ineriscono - v. cap. 3), assistiamo anche alla formulazione di contributi di notevole rilievo antropologico. Per rimanere nella problematica parenterale della parte prima, spicca in questo senso il cap. 4, dedicato all'analisi della "matertera", la "zia materna", la cui figura, lungi dal testimoniare un precedente diritto materno (secondo una prospettiva alla Bachofen), ha piuttosto il significato di rappresentare un "rimorso matrilineo" che ogni sistema patrilineare si porta dietro: "come qualunque società caratterizzata dalla dominanza di un tipo di filiazione sull'altro, anche quella romana ha quotidianamente sperimentato l'impossibilità di ignorare l'esistenza della linea messa in ombra; in questo caso, l'impossibilità di ignorare l'esistenza dei 'materni'" (p.111).
A tal punto il "rimorso matrilineo" appare, nella prospettiva di Bettini, un aspetto strutturale della scelta a favore della patrilinearità che esso diviene un modo non già semplicemente per confutare, bensì per spiegare e comprendere la tesi dei sostenitori di un precedente strato matrilineare: il rimorso matrilineo non appartiene soltanto alla cultura romana, bensì caratterizza anche l'antropologia di quei numerosi studiosi che hanno voluto scorgere in costumi come quelli relativi alla zia materna "sopravvivenze di un antico ordinamento matrilineo" (p.110). Lo smontaggio e la ricostruzione dell'antropologia di altri studiosi, mediante categorie che non ineriscono più soltanto all'oggetto da essi indagato, costituiscono uno dei momenti di maggiore sagacia antropologica di questo libro.
I suoi contributi non si limitano però soltanto alla parentela. La parte seconda, dedicata alle "rappresentazioni spaziali del tempo", contiene analisi di grande lucidità e originalità circa le categorie mediante cui in vari contesti della cultura romana (gli stemmi genealogici, i cortei funerari gentilizi e così via) il tempo viene concettualizzato. E la parte terza, con lo studio delle rappresentazioni simboliche dell'anima (il pipistrello, l'ape, la farfalla), consente a Bettini di inoltrarsi nell'analisi di materiali più squisitamente letterari e di proporci con la favola di Aristeo un'analisi mitologica che trattiene ed esplicita uno dei presupposti più importanti che autori come Saussure, Propp e Lévi-Strauss hanno fatto valere, ossia la limitazione della variabilità delle strutture mitologiche.
Il variare "entro certi limiti" (per usare l'espressione saussuriana a cui Bettini ricorre a p.255) è un presupposto che consente di evitare da un lato l'idea di una costanza e di un'inalterabilità di temi e personaggi (secondo prospettive che potrebbero essere di un Eliade o di altri storici delle religioni) e dall'altro la nozione di un mutamento indefinito, interminabile e perciò stesso incontrollabile, il quale impedirebbe qualsiasi possibilità di collegamento strutturale. Alla fin fine, ogni impresa antropologica, ogni tentativo di trovare connessioni sul piano della cultura - sia essa la cultura romana, sia essa la cultura di qualsiasi società illetterata - si fonda in modo più o meno consapevole sul presupposto di una qualche limitazione della variabilità culturale. È questo presupposto, ancora, che fonda lo scambio tra lo studio del mondo antico e l'etnologia, a cui si è accennato all'inizio. Ma, correttamente inteso, esso non è affatto un presupposto che blocchi in schemi tipologici inalterabili il fluire e il variegarsi delle culture; al contrario esso - sia pure in un rapporto di tensione - si sposa con l'idea dell'individualità e della particolarità dei modelli culturali via via riscontrati. È quest'ultima sensazione ciò che spinge a diffidare di connessioni puramente formali e a ricercare sul piano espositivo soluzioni stilistiche efficaci, che consentano di catturare e di trasmettere il senso concreto di contesti o di istituzioni culturali. Sarà forse anche per questo motivo che Bettini unisce al rigore filologico e alla precisione strutturale un gusto propriamente letterario, che fa del suo libro un'esplorazione antropologica piacevole tanto quanto approfondita di diversi aspetti della cultura romana.
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