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Serianni Luca; Benedetti Giuseppe - Scritti sui banchi. L'italiano a scuola tra... | Ogni insegnante rappresenta rispetto ai propri alunni la massima fonte normativa in fatto di lingua. Ma qual è la lingua trasmessa a scuola? E più in generale: quali sono le competenze linguistiche che la scuola si propone di dare? E con che ottica viene assegnato e poi corretto il tradizionale tema in classe? Si può individuare una varietà linguistica corrispondente all'italiano scolastico? E, in questo caso, qual è il rapporto con gli altri usi della lingua? A quesiti del genere intende rispondere questo libro, che si fonda su un corpus di compiti in classe corretti da oltre cento insegnanti diversi, attivi nel primo anno della scuola superiore nelle varie parti d'Italia.
| La recensione de L'Indice |
 Rumori di fondo: "È meglio che un insegnate conosca l'inglese o il dialetto?". "Mi parrebbe più importante che sappia insegnare
". Distolta così dalle vane chiacchiere che hanno recentemente animato il dibattito politico sull'istruzione, e invece piuttosto felice della mia lettura, ripongo il libro di Serianni e Benedetti. Si tratta di un excursus sull'insegnamento della lingua italiana scritta, sulla storia delle varie idee e aspettative che, a partire dall'unità d'Italia, sono proliferate attorno all'idea del "tema" come prova di conoscenza linguistica e alla sua valutazione. Piacevole anzitutto perchè non è uno scritto a tesi. Con paziente e accurata documentazione, gli autori illustrano dapprima il percorso che, con finalità coerenti alle fasi storiche del paese, successivi governi hanno fatto compiere alla prova scritta di italiano; si passano quindi in rassegna alcuni aspetti nodali posti dalla loro valutazione, e ben cinque capitoli sono dedicati al sondaggio di un ampio corpus di elaborati svolti da studenti del primo anno di scuola superiore, corretti da insegnanti diversi tra il 2000 e il 2007. Di questi elaborati sono riportati ampi stralci della versione originale, così com'è stata redatta dagli studenti, completa della correzione degli insegnanti, con i voti e i giudizi assegnati; a essi si aggiungono le note degli autori, che entrano nel merito della tipologia dell'errore oppure di come il docente abbia operato. Fra le tante cose interessanti non ultima la tipologia di tracce proposte, gli effetti di coesione e coerenza fra giudizi dei docenti ed elaborati degli studenti, la curiosità per le arrampicate retoriche con cui gli studenti cercano di adeguarsi alle richieste si viene anche a conoscenza del fatto che il divario tra Nord e Sud è meno forte di quello, ma non ci sorprende, tra licei e istituti tecnici e professionali. Fra i pregi di questo testo vi è quello di proporre una sintetica e chiara storia dello scritto in lingua nazionale attraverso una fitta rete di citazioni d'autore, dal letterario allo specialistico; per questa ragione il lettore si trova al centro di un dibattito che non solo non è ancora concluso, ma non è esauribile. Cito, tra le citazioni: da Luigi Meneghello, a proposito dei suoi ricordi scolastici: "Con la cultura scolastica urbana si entrava nel mondo dello sbaglio. In paese non c'erano sbagli seri, se non in quanto scrivere è sempre mettersi in risico di sbagliare, ma si trattava in generale di sbagli meccanici, di ortografia. Qui [in città] lo sbaglio era il centro stesso del sistema, si finiva col credere che esistesse una specie di teologia del rosso (veniale) e del blu (mortale). In generale, non si era nutriti di cose, ma di parole sulle cose". Da Lucio Mastronardi, Il maestro di Vigevano: " Rinnoviamo la scuola sento che dice. Non chiamiamoli più temi, chiamiamoli composizioni. La professoressa fa una disquisizione sulla differenza che passa fra il tema e la composizione. Composizione è più armoniosa parola! Aderisce di più allo spirito del componimento. 'Componimento', dal latino componere: quindi è più esatto, più italiano chiamarli composizioni". Il libro di Serianni e Benedetti è un testo che non resta chiuso dopo la prima lettura: per la densità e la ricchezza dei riferimenti, è piacevole e confortante da rileggere, anche a segmenti, per brevi passaggi e sezioni. La correzione degli elaborati, ricordano gli autori, non può essere affidata a estemporanei divieti perchè "l'impatto che la norma trasmessa dall'insegnante esercita sugli alunni è straordinario: al prestigio della fonte (
) si accompagna l'effetto della sanzione". Questa considerazione può dare una lettura singolare di un'iniziativa promossa, in occasione della maturità 2007, dall'Invalsi e dall'Accademia della Crusca: un campione di elaborati venne affidato contemporaneamente al giudizio di due commissioni, una che operava con scheda appositamente predisposta e un'altra che procedeva per criteri soggettivi: non vi furono sostanziali discrepanze tra le conclusioni delle due commissioni, ma risultò evidente l'indulgenza, per altro "ben nota", delle commissioni ufficiali. La considerazione: più che la valutazione finale, ai fini di un corretto insegnamento, ha importanza l'azione normativa svolta dal docente nei confronti delle mende degli studenti. È la tesi che sviluppa Maurizio Della Casa che, ricordano gli autori, "invita ad esplicitare i criteri di valutazione per sottrarsi al rischio di essere arbitrari e instabili". La valutazione di uno scritto non può essere "oggettiva"; anche se bisogna cercare di liberarsi da vari condizionamenti soggettivi, "l''oggettività', più che essere sostanziale, diviene essenzialmente un fatto di esplicitazione, di intersoggettività e di continua ri-verifica". A documentazione degli inediti scorci di vita scolastica che si trovano fra queste pagine, un'ultima citazione, tratta dal tema di una studentessa straniera: "L'aqua non è soltanto un elemento indispensabile alla nostra vita, anche se questa è più importante ma l'aqua è anche un elemento che ti aspira, ti tranquilaa e in tanti casi ti fa sognare". Questo fu il giudizio dell'insegnante: "Il tuo elaborato è molto bello e pieno di poesia, anche la calligrafia è molto bella e chiara, così mi dispiace 'sporcare' queste pagine con la correzione. Lo correggeremo insieme". Rossella Sannino |
ugo bessi (12-10-2009) Chi si chiede perché i liceali non abbiano una gran dimestichezza con le toscane eleganze, dovrebbe leggere i programmi dei corsi di Lettere.
Ad esempio: Il corso intende prima di tutto mostrare come funziona il meccanismo generale del riso secondo una prospettiva freudiana. La prima parte perciò prevede un lavoro intenso di lettura e commento del libro freudiano dedicato al Motto e di quello di Francesco Orlando che anche a partire da quel libro ha estrapolato un modello teorico utile per comprendere i fenomeni letterari (non solo comici). Subito dopo si proseguirà esplorando una tipologia specifica di comico: la cosiddetta comicità dell’assurdo. Qui per comico dell’assurdo si intende quel comico che sfida le regole della logica, della lingua, del buonsenso, avvicinandosi spesso al puro nonsense. Esso si rivela in ciò solidale con altre poetiche e pratiche letterarie novecentesche che hanno teso a una impossibile autonomia del significante. L’interesse anche teorico di questo corso consiste nell’ipotesi da dimostrare praticamente durante le lezioni che l’assurdo non basta a rendere un testo valido, e che dietro le tante infrazioni alla logica e i tanti giochi acrobatici con i significanti, che caratterizzano i testi che prenderemo in esame, si manifesta sempre, tra le righe, un significato complesso, ambivalente, spesso elusivo, ma in definiva ricostruibile. E’ solo tale significato a rendere il testo esteticamente e cognitivamente valido. E è proprio la ricostruibilità di tale significato complesso a rappresentare una sorta di controprova del valore del testo in questione. Molta parte del corso sarà dedicata a questo lavoro di ricostruzione del senso che sta dietro l’assurdo, e tale lavoro sarà almeno in parte effettuato in classe attraverso una attività di discussione di gruppo coordinata dal docente. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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