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Lethem Jonathan - La fortezza della solitudine | All'inizio degli anni Settanta, Abraham e Rachel Ebdus, insieme al figlio Dylan, sono tra i primi bianchi a vivere in un quartiere di Brooklyn abitato in gran parte da afroamericani. Abraham, pittore, abbandona il suo lavoro per realizzare incomprensibili cortometraggi minimalisti, Rachel ex hippie dalle idee politiche confuse e distorte, finirà per abbandonare la famiglia. Solo, tormentato e deriso dai ragazzini neri, Dylan trova rifugio nell'amicizia di Mingus Rude, figlio di un cantante di colore un tempo famoso, ora cocainomane e pieno di rabbia contro il mondo. Il racconto si snoda lungo trent'anni di cultura americana, tra problemi razziali, vita di strada, arte d'avanguardia, black music e il flagello delle droghe pesanti.
Media Voto: 4.4 / 5daniele (09-07-2008) la parola capovaloro si usa facilmente , ma altri sono i capolavori, e a mio parere ben pochi libri lo sono, questo è un buon libro, di un talentuoso artigiano. ciao Voto: 3 / 5 |  |  |  |
Anna (28-04-2008) Bello, a conferma che Lethem sa cogliere il pathos e condurti dove vuole con le sue doti narrative. L'ho trovato un po' ostico in certi punti, soprattutto all'inizio. Ma mi è piaciuto parecchio. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
NeroPioggia piotor81@yahoo.it (24-06-2005) Confermo i due commenti precedenti,questo è un capolavoro.Tiro fuori subito i due difetti che ho trovato.In primis credo che l'inizio e soprattutto la fine non siano all'altezza del resto del libro.L'inizio di un libro è fondamentale,ma Lethem ci mette un centinaio di pagine ad incollarti alla pagina,forse un po' troppe.E la fine mi è sembrata un po' tirata per le lunghe...l'altro "difetto" è che manca in questo testo l'originalità stilistica presente in Testadipazzo.Ma sono problemi trascurabili:quello che rimane e che conta è la storia potentissima,con cui l'autore si toglie di dosso i propri fantasmi,e grazie alla quale noi ci commuoviamo e impariamo molto di un periodo e di problemi "dimenticati".Impariamo che ci sono molti tipi di solitudine,e sappiamo bene di essere stati coinvolti tutti in essa per periodi della nostra vita.Migliai di chilometri e decine di anni più tardi dalle vicende narrate,e la deriva sociale è sempre la stessa...Geniale parlare del razzismo ma al contrario,con i bianchi in minoranza e i neri nel ruolo degli oppressori,per far capire che il razzismo spesso e bilaterale.E ottima l'idea di inserire l'anello nella narrazzione,elemnto surreale immerso in un'oceano di vita nuda e cruda.Grazie Lethem,questo è davvero un testo che mi ha fatto crescere come persona,uno di quei libri che purtroppo capita raramente di leggere,gioielli rari e preziosissimi... Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Latinese (14-10-2004) E' a dir poco un capolavoro. Non vi fate spaventare dall'inizio confuso: è confuso perché la vita di un bambino in uno strano quartiere in un'epoca strana viene vista con gli occhi di un bambino. Man mano però il piccolo Dylan cresce, e tutto si definisce sempre più. Il finale è di quelli da dover tenere i fazzoletti a portata di mano, ma non perché ci sia facile sentimentalismo, piuttosto perché Lethem scava a fondo in se stesso e non nasconde niente. E' anche, in parte, un'autobiografia. Il grande bildungsroman americano, il grande romanzo sugli anni '70, non solo americani, anche nostri. Quando attacca a parlare dei Devo, dei Talking Heads, dei Clash mi sono venuti i brividi.
Finalmente un romanzo che non parla del solito Sessantotto, che c'ha anche rotto le scatole, ma del Settantasette. Era ora! Voto: 5 / 5 |  |  |  |
MONICA MONICA.LOCO@VIRGILIO.IT (09-10-2004) SEMPLICEMENTE BELLISSIMO.NON AVEVO MAI LETTO NULLA DI QUESTO AUTORE,MA QUESTO LIBRO E'VERAMENTE NOTEVOLE.LA STORIA DELL'AMICIZIA DI DUE RAGAZZI DI BROOKLYN,UNO BIANCO E UNO NERO,DAGLI ANNI '70 FINO AD OGGI.MOLTO DURO,MOLTO TRISTE,MA SOPRATTUTTO MOLTO VERO. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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