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Kureishi Hanif - Il mio orecchio sul suo cuore | Un romanzo autobiografico, in cui realtà e finzione si mescolano in un intreccio di piani e di punti di vista. La scoperta tra le carte di famiglia delle memorie del padre spalanca all'autore le porte del ricordo. La sua era stata una giovinezza difficile, segnata dal tentativo di essere all'altezza delle aspirazioni del padre. Di qui una serie di incomprensioni, sublimate dal giovane Kureishi grazie alla scoperta della musica di David Bowie, dei Beatles, dei Rolling Stones, di Jimi Hendrix e soprattutto attraverso l'avvicinamento al cuore della grande letteratura. Le memorie di questo padre da cui in passato non si era aspettato quasi alcuna gratificazione, scardinano le sue certezze e lo spingono a confrontarsi con le sue radici famigliari.
| La recensione de L'Indice |

La rivisitazione della propria vocazione letteraria alla luce del rapporto con il padre è ormai un piccolo sottogenere della narrativa di lingua inglese. Ne fu un antecedente Mio padre e io di J.R. Ackerley (1968; Adelphi, 1981), e ne è forse l'esempio più illustre Esperienza di Martin Amis (2000; Einaudi, 2002). L'ultimo libro di Kureishi si inserisce alla perfezione in questo filone; ma se per Martin Amis si trattava di confrontarsi con le pastoie di un soffocante successo (la caustica intelligenza, l'eccellenza letteraria, del padre Kingsley), per Kureishi si tratta invece di fare i conti con un'eredità di fallimento. Shannoo Kureishi è infatti il tipico padre che nessun figlio vorrebbe diventare: un piccolo borghese di periferia ossequioso dell'autorità, spaventato dal mondo e incatenato a un matrimonio infelice e a un lavoro umiliante. Al figlio non resta allora che un ruolo altrettanto tipico: realizzare le ambizioni frustrate del genitore. In questa caso, la scrittura. Shannoo è infatti prolifico autore di romanzi mai accettati da alcun editore, e quella di Il mio orecchio sul suo cuore è più che altro la storia di questi romanzi postumi e malscritti, che il figlio ormai scrittore pluriaffermato si preoccupa di salvare dall'oblio, riraccontandoli al lettore con dovizia di particolari. È un'operazione disturbante, in costante bilico tra pietà figliale e velenoso snobismo letterario, che dovrebbe portare alla scoperta di una qualche verità intima (appunto: il mio orecchio sul suo cuore), ma alla fine porta solo a un pareggio dei conti un po' squallido: "Forse facendo questo, gli ho restituito qualcosa. Forse il debito è saldato". Di Kureishi sconcerta sempre un po' la superficialità. Di libro in libro la sua scrittura gira in tondo, come scivolando sulla superficie di un mondo che non gli offre appigli, se non un malcelato disprezzo e un tenue autocompiacimento. Così anche questa presunta ricerca delle radici si infrange sugli scogli di una noia venata di depressione. Se il Pakistan dei parenti lontani è un covo di fanatici e corrotti, nelle moschee londinesi non si trova che "ideologia e fondamentalismo, e persone giovani che avevano visioni estreme, violente e irrazionali, insieme all'incapacità di ricollegarsi con le forme più elementari del ragionamento". Nelle relazioni d'amore poi c'è poco più che un insensato precipitare degli eventi dall'illusione allo sconforto. Resta, naturalmente, la scrittura. E su questa strada si ergono inossidabili segnavia: Naipaul, Philip Roth, l'immancabile Čechov, i preziosi editor di riviste e case editrici, il classico zio viveur che aiuta il nipote a sfuggire al grigiore della vita familiare. E, tra questi segnavia, eternamente in panchina, anche il padre Shannoo, con "l'energia del suo ferreo impegno", e la sua imbarazzante mancanza di talento. |
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