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La caratteristica di Veronesi è la curiosità essenziale, piana che tutti nutriamo per quelle manifestazioni della nostra quotidianità che istintivamente sentiamo avere a che fare con qualcosa di più esteso dell'oggi. Fenomeni che al loro apparire hanno la forma del ricordo, ma soprattutto fenomeni che, tanto nel bene quanto nel male, hanno su di sé tutti i segni della nostra epoca. Per oggetto e per stile, le cronache di Veronesi hanno il sapore del "revival del presente": la maggior parte dei suoi reportage sono escursioni nel presente più stretto e attuale, ma Veronesi ambienta la propria fiction in un passato ancora prossimo eppure già radicato nella nostalgia collettiva. Passa dal videotel al "mostro di Prato", dal 144 alla Madonna di Civitavecchia...
| La recensione de L'Indice |

recensione di Falcetto, B., L'Indice 1996, n. 5
La scrittura di Veronesi continua, per usare parole sue, a rimbalzare tra "i due muretti" dell'invenzione romanzesca e del resoconto cronachistico. "Live. Ritratti, sopralluoghi e collaudi" raccoglie parte degli articoli scritti fra il 1992 e il 1995 per "l'Unità" ed è il proseguimento, quattro anni dopo, di "Cronache italiane. Racconti" (Mondadori, 1992). Dalle sue pagine ci viene dunque incontro il Veronesi reporter, un "portatore di sguardo" come si è definito. In questa occasione lo sguardo non si concentra su un unico oggetto con il preciso intento di una battaglia civile, come avveniva in "Occhio per occhio. La pena di morte in quattro storie" (Mondadori, 1992), ma viene lasciato libero di vagare, di muoversi a zig-zag per perlustrare la realtà, non solo italiana, senza schemi predefiniti, senza ricette preconfezionate.
Se dal frontespizio è scomparsa l'indicazione esplicita, non perciò questi testi sono meno "racconti". Le cronache di Veronesi convincono di nuovo (tranne due o tre testi fiacchi, simpatici ma poco necessari) per l'agilità briosa, a tratti perfino baldanzosamente disinvolta, della scrittura e di più per l'efficacia della costruzione narrativa. Per l'abile impiego della sorpresa, per la felicità di certi dialoghi un po' straniati, per l'icasticità dei ritratti umani, per il riuscito intreccio fra trama dell'io e trama del reale.
Perché se il narratore è un portatore di sguardo, non è un soggetto disincarnato: è al servizio delle cose ma non si occulta agli occhi del lettore, pratica per così dire un protagonismo di secondo grado, defilato. Porta sulla pagina le proprie emozioni e inclinazioni, segmenti del suo quotidiano, soprattutto il farsi della propria "inchiesta". Spronato verso luoghi e persone da una curiosità viscerale, o spinto, controvoglia e perplesso, dalle richieste del proprio giornale; giudice sicuro o testimone dubbioso sulla possibilità di capirci qualcosa; consapevole dell'intralcio conoscitivo costituito dalla persona dell'osservatore ma pure di quanto sia disonesto fingere di celarla, dà di sé l'immagine di reporter per intima vocazione e insieme per caso. Anche in questa caratterizzazione contrastata dell'io narrante mi pare si giochi parte non piccola della riuscita di questi testi.
La sua ricognizione della realtà dà particolare risalto ai ritratti di persone. La storia è "semplicemente disumana se le si strappa la leggenda" si dice in "Bobby Fischer. Live", non meno di "Cronache italiane", può essere letto come un album di leggende, di miti di oggi o di poco fa. Ma di leggende "silenziose". Se "tutti hanno un idolo", Veronesi si adopera per delineare una contromitologia, senza eterni vincenti, senza celebrità di plastica. La scrittura pare così voler risarcire una grandezza incompiuta, povera o sfortunata, una grandezza della medietà.
Si tratta di restituire l'intensità di vite lontane dai riflettori ("Il nonno", "Bartolo", "Dean Benedetti"), o che sotto quella luce sono rimaste per poco (Obdulio Varela), senza nasconderne compromessi e debolezze. E Veronesi è piuttosto bravo a muoversi su un terreno infido, a non impantanarsi in stucchevoli operazioni nostalgia, a tenersi dalle parti di un'asciutta pietas alla "Ed Wood" di Tim Burton, solo con pochi scivolamenti veltroniani. Anche perché il mondo umano che dipinge non è solo di antieroi, lo abitano altrettanto le voci vuote del 144, i cassintegrati della Ilva di Piombino, gaglioffi estrosi come l'editore-contrabbandiere Petru Cardu, ed esponenti di un padronato "di pietra" come Mauro Mineo. Nel mondo che Veronesi ci racconta c'è anche sofferenza e male, si aggirano i cani neri di McEwan.
Riuscire a descrivere qualche volta di più quella sofferenza e quel male con mano ferma e dura, ricorrendo meno a scorciatoie simboliche, è un ulteriore salto di qualità che attendiamo dal Veronesi cronista e narratore.
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