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Marino Giuseppe C. - Biografia del Sessantotto. Utopie, conquiste, sbandamenti

Biografia del Sessantotto. Utopie, conquiste, sbandamenti TitoloBiografia del Sessantotto. Utopie, conquiste, sbandamenti
AutoreMarino Giuseppe C.
Prezzo
Sconto 15%
€ 8,92
(Prezzo di copertina € 10,50 Risparmio € 1,58)
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Dati2004, XV-512 p., brossura
EditoreBompiani  (collana Tascabili. Saggi)

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Descrizione
A metà tra storia e sociologia, tra ricerca e biografia generazionale, una ricostruzione della genesi del Sessantotto e un ritratto della gioventù che diede vita alla stagione più intensa della politica italiana del dopoguerra. Con lo sguardo partecipe di chi ha vissuto l'era della ricostruzione in prima persona e il distacco imparziale dello storico, l'autore racconta la difficile gioventù dei "figli della guerra" e del primo dopoguerra, cresciuti all'ombra dell'eredità della Resistenza, delle contraddizioni della "pacificazione nazionale" e del "miracolo italiano". Si dispiega così lo scenario sociale e culturale che rese possibile, nel bene e nel male, lo straordinario impegno politico della gioventù del Sessantotto.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

Sul Sessantotto (inteso non come data, ovviamente, ma come fenomeno sociopolitico) esiste ormai da tempo, anche in Italia, una letteratura abbastanza ricca. In genere si tratta di opere che tentano di ricostruire il clima degli anni sessanta e settanta dal punto di vista della conflittualità sociale, dell'emergere dei movimenti studenteschi e del loro intrecciarsi con le culture tradizionali del movimento operaio, della formazione dei gruppi extraparlamentari, del radicalismo politico e intellettuale di massa, delle trasformazioni profonde che avvennero sul piano dei costumi e degli stili di vita. Opere che spesso risultano ispirate da un'evidente simpatia per quelle esperienze, dovuta anche al fatto che, in molti casi, gli autori ne sono stati protagonisti, si sono formati in quel clima, e sono in qualche modo loro stessi l'espressione di quelle culture. Non di rado, anzi, si ha l'impressione che lo studio del Sessantotto costituisca un tentativo di fare i conti con il proprio passato da parte di una generazione intellettuale che ha visto duramente frustrate le proprie speranze e illusioni dell'epoca, ma non tanto da rinunciare a credere che in quegli anni si sia giocata una partita decisiva, se non per il rovesciamento del vecchio mondo, almeno per la modernizzazione del paese (e più in generale delle aree occidentali), di cui i movimenti radicali sarebbero stati, seppure contraddittoriamente, il principale fattore propulsivo.

Il libro di Marino è, da questo punto di vista, decisamente controcorrente. Si presenta come una ricostruzione rigorosa dei fatti e del loro contesto sociale. Ha un taglio intenzionalmente divulgativo (nell'introduzione l'autore avverte di aver voluto scrivere, da "specialista", anche per i non specialisti). E vuole essere appunto una "biografia" del Sessantotto italiano. Ma del Sessantotto avanza poi un'interpretazione personale, originale, molto distante da quelle più correnti, per nulla agiografica e oleografica. Qui siamo davvero agli antipodi delle retoriche autocelebrative di certa memorialistica ("Formidabili, quegli anni!") e delle spiegazioni del Sessantotto in termini di provvidenzialistica eterogenesi dei fini (del genere: volevano fare la rivoluzione comunista, ma hanno finito per allargare gli spazi di libertà e di democrazia). A Marino quelle esperienze appaiono piuttosto in una luce cupa e disperata; ciò che gli interessa capire è perché esse abbiano fallito tutti i loro obiettivi dichiarati, non perché ne abbiano eventualmente conseguiti altri; perché quelle culture siano evaporate con tanta rapidità nei decenni seguenti e perché la maggior parte dei "sessantottini" abbia finito per essere riassorbita senza grossi problemi nella società che diceva di voler abbattere (un po' come accadde - sostiene - agli etruschi nei confronti del mondo latino!).

Come "radicale e incandescente rivolta giovanile", sostiene l'autore, il Sessantotto non ebbe una particolare originalità, giacché "fenomeni del genere si erano avuti anche in passato", seppure in forme meno vistose e massificate. Certo, il clima del dopoguerra favorì particolarmente tra le generazioni più giovani i manicheismi e gli irrigidimenti politico-ideologici (e qui Marino adotta, forzandone un po' il senso originario, la distinzione tra "apocalittici" e "integrati", suggerita negli anni sessanta da Umberto Eco); e le irrisolte questioni universitarie furono indubbiamente un detonatore potente delle tensioni accumulate nel mondo studentesco. Ma non sarebbero stati questi elementi a "creare" il Sessantotto.

Decisivo, a suo giudizio, fu piuttosto il momento storico in cui esso si collocò, segnato dall'incipiente "trapasso dell'Occidente a una nuova fase di civiltà", dall'esaurirsi dei modelli sociali dettati dalla rivoluzione industriale e dalle prime avvisaglie della cosiddetta "postmodernità". Sarebbe dunque stato il confronto con il nesso modernità/postmodernità a caratterizzare quei movimenti di protesta come un caso unico nelle vicende novecentesche, in quanto essi finirono per essere l'ultima (e proprio per questo disperata) manifestazione di una cultura storica che aveva ormai fatto il suo tempo: "il socialismo, l'internazionalismo proletario e la centralità operaia, la redenzione dall'alienazione e dallo sfruttamento, la liberazione degli oppressi, la spontaneità creativa delle masse, il dominio sulla natura". Mentre le sinistre tradizionali avvertivano la portata epocale della svolta in atto (pur sottovalutandone gravemente - ammette Marino - la natura e gli esiti), il Sessantotto doveva invece inevitabilmente aggrovigliarsi in un cumulo di contraddizioni ideologiche e politiche, tale da configurare non un'autentica spinta rivoluzionaria, quanto piuttosto una reazione volontaristica e soggettivistica "alla temperie dell'emergente postmodernità". Sicché, conclude paradossalmente, sul piano storico il Sessantotto "fu un tentativo 'controrivoluzionario' fallito".

Il libro, insomma, sviluppa un'analisi originale e sfocia in tesi indubbiamente molto nette. L'impressione complessiva, tuttavia, è che certi giudizi di fondo che lo caratterizzano siano un po' affrettati. Ai movimenti di protesta del Sessantotto, per esempio, viene addebitata un'incomprensione pressoché totale delle trasformazioni economiche e sociali allora in atto (il che, beninteso, credo sia in larga misura corretto), ma senza fornire in realtà molti elementi per convincere il lettore che sia stato davvero così. Se poi, per contro, si legge che le sinistre tradizionali, in particolare il partito comunista, avrebbero invece intuito quelle trasformazioni, elaborandole attraverso la categoria del "neocapitalismo" e prendendo atto pragmaticamente del tramonto dei valori rivoluzionari (giacché, afferma Marino, la classe operaia non voleva più cambiare il mondo, ma "sfruttare al meglio, con dure lotte sindacali in una strategia riformistica, le crescenti offerte di sicurezza e di benessere della società di massa"), le perplessità non possono che aumentare. Davvero si può sostenere che sindacati e partiti di sinistra all'epoca avessero rinunciato all'idea di una trasformazione profonda degli equilibri di fondo (economici e politici) della società? E che il tema del cambiamento radicale, in sé, fosse stretto appannaggio dell'estremismo studentesco?

A ben vedere, l'interpretazione che Marino avanza del Sessantotto italiano è piuttosto un'interpretazione della crisi degli anni settanta. Tant'è vero che i capitoli conclusivi (quelli più fitti di giudizi storico-politici) discorrono non più del movimento studentesco, ma dei gruppi extraparlamentari, giungendo sino al 1977 e alla stagione del terrorismo, e suggerendo l'immagine (plausibile, ma anch'essa scarsamente documentata) di una "espropriazione del Sessantotto". Il quadro, a questo punto, è tutto a tinte fosche: lo stragismo "di Stato" (da piazza Fontana in poi), la sempre più accentuata propensione alla violenza e alla provocazione di piazza da parte dell'estremismo, una collusione oggettiva con l'azione dei gruppi neofascisti, l'utopismo ingenuo ma sincero delle origini che cede il passo alla disperazione e ai deliri teorici dell'Autonomia. Un limite del libro, in ultima analisi, sembra essere proprio questo: che formalmente dovrebbe fermarsi al 1970, ma di fatto si chiude invece con un grande affresco degli anni seguenti, inevitabilmente di tono un po' impressionistico.

A condizionare l'autore, d'altra parte, è stata anche la scelta delle fonti. Si tratta infatti (almeno per quanto è a mia conoscenza) del primo lavoro su questi temi che utilizzi le carte di polizia, conservate presso l'Archivio centrale dello Stato. Il che indubbiamente costituisce un merito, sul piano storiografico, ma ha costretto l'autore a porsi un limite cronologico forse troppo stretto rispetto ai suoi intenti. Anche perché l'intera ricostruzione dei fatti e dei contesti (compresi quelli politico-ideologici) è stata operata quasi esclusivamente su rapporti di prefetti e di carabinieri, quindi senza prendere in esame la pubblicistica dell'epoca, i documenti e la stampa dei diversi gruppi e partiti, la memorialistica e via dicendo. Con il rischio (di cui peraltro Marino si dice ben consapevole) di non poche imprecisioni nella geografia dei movimenti, nelle definizioni di questo o quel gruppo, nella collocazione di singoli personaggi. Da tutto ciò deriva tuttavia - è un fatto storico pure questo - anche una conferma in merito all'alto livello di disinformazione e incomprensione politico-culturale delle forze dell'ordine dell'epoca.

Al di là di questi rilievi critici, si tratta comunque di un'opera importante, nel panorama degli studi sul Sessantotto, e per molti aspetti decisamente innovativa (è la prima, tra l'altro, a dedicare un'attenzione specifica al dibattito dei gruppi giovanili di estrema destra negli anni cinquanta e sessanta). Ma, soprattutto, è un'opera che tenta di formulare un giudizio storico complessivo. Un'opera che non vuole raccontare favole belle, ma vuole sollevare interrogativi e riflessioni, vuole far discutere in maniera franca e aperta. Per certi versi, è una sfida. Che merita di essere raccolta.

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