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Steinbeck John - La battaglia | Nel 1933 il presidente degli Stati Uniti, Theodore Roosvelt, si trovò a dover fronteggiare una crisi disastrosa, conseguenza diretta del crollo del 1929. Furono anni difficili e occuparsi di letteratura implicò un impegno sociale fino a quel momento sconosciuto. A questa nuova generazione apparteneva Steinbeck, che in questo romanzo narra la storia di uno sciopero di braccianti, del suo fallimento e di uomini che trasformano la propria disperazione in lotta per il riconoscimento dei propri diritti fondamentali. Pubblicato nel 1936 e tradotto in Italia da Eugenio Montale nel 1940, il romanzo riassume lo spirito di un'epoca, un'opera in cui viene presentata un'immagine atroce, scandalosa ma anche poetica del New Deal americano.
Media Voto: 4.66 / 5Ant.74 (04-11-2009) Dopo aver apprezzato romanzi come Furore e la Valle dell'Eden, non potevo non leggere un'altra perla del grande scrittore americano. La Battaglia è un romanzo sui temi sociali, sulle ingiustizie, sulla mancanza di lavoro, sullo sfruttamento e sul coraggio etc. Leggendo questo romanzo ho trovato molte similitudini con Germinal di Zola; altro grande romanzo. Consiglio entrambi di leggere! Voto: 5 / 5 |  |  |  |
stefano algenor@libero.it (28-10-2007) romanzo che tratta i temi ricorrenti di steinbeck: le ingiustizie sociali, lo sfruttamento dei più deboli e i tentativi di ribellione delle classi operaie. Lo stile è quello solito: concreto e snello. Sicuramente da suggerire per chi per la prima si avvicina a questo autore e vuole assaporare un libro non troppo corposo ma che ben rappresenta l'opera complessiva di steinbeck.
Voto: 4 / 5 |  |  |  |
angelo cutolo (28-02-2006) Steinbeck ci mette dalla parte di chi per vocazione o per travagliata disperazione decide di passare alla clandestinità per riscattare gli oppressi. La scelta comporta il rischio della vita e la dignità d’animale sociale con uno status riconoscibile ed accettato. I sindacalisti della “Battaglia” fanno scelte irreversibili, come i kamikaze delle società teocratiche, i terroristi o i partigiani, gente che si vota anima e corpo ad una causa, annullando ogni esigenza personale per vivere nella costante attenzione verso la necessaria affermazione del loro credo. Non si riesce ad intravedere nessun beneficio immediato nelle motivazioni del loro operato. Sono costretti a vincere la diffidenza degli stessi contadini che cercano di riscattare e sono relegati all’ultimo posto della scala sociale. Combattere fino alle estreme conseguenze usando solo le parole, qualche rudimentale tecnica di organizzazione della lotta e la forza della disperazione, sapendo già prima di iniziare che non se ne caverà assolutamente nulla, è qualcosa che tracima nella sfera mistica dell’esistenza. La forza dell’idea - tra l’altro non comprovata da alcuna esperienza diretta, annulla, da sola, qualunque procedimento sensato e trasforma questi uomini senza dignità in giganti tanto romantici ed eroici, quanto oggi possono risultare paranoici e insensati i terroristi che si lasciano esplodere nei bar affollati di Tel Aviv. La speranza covata in queste menti senza futuro, affamata dalla continua testimonianza dell’ingiustizia terrena, non ha nemmeno la consolazione di una vita ulteriore fatta di riscatti e giuste punizioni: sono atei ed agnostici, materialisti puri e duri che non hanno mai goduto di alcuna materialità. In una era percorsa da civiltà teocratiche in collisione, tanta dedizione a cause perse rilevata in epoche non sospette, aiuta a rimettere in fila i veri termini dei problemi. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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