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Bianciardi Luciano - La vita agra |
13 recensioni presenti. Media Voto: 4.30 / 5aristide (09-11-2011) Il fascino di questo libro sembra derivare dal fatto che non abbia grandi pretese. E' fugace, repentino, a tratti inconsistente. La vicenda dell'"io che narra", dell'"io-Bianciardi", è trasmessa in maniera attutita, appare lontana, come fosse smorzata da quella coltre di polvere alzata dai tacchi delle "secretariette" e dall'andirivieni affannoso degli "ectoplasmi" che popolano il mondo de "La vita agra". Bianciardi cosparge il paesaggio umano e urbano di fuliggine fino a renderlo grigio e pallido.
Attraverso la cappa fumosa di un benessere stordente, da cui l'io-Bianciardi tenta di mettersi al riparo nelle mura del suo appartamento, arrivano i fendenti dell'autore contro l'uomo che inizia a farsi strada sotto la luce posticcia del miracolo economico. Ma nonostante l'invettiva e la lucidità con la quale Bianciardi tratteggia una realtà desertica e anemica, egli stesso appare, seppur nella controfigura letteraria, un uomo in declino a cui non rimane che annunciare la catastrofe e desiderare di scomparire: "Poi il sonno è già arrivato e per sei ore io non ci sono più". Voto: 4 / 5 |  |  |  |
steolto (28-02-2010) Libro che mi era stato descritto come un capolavoro dimenticato ma che invece mi ha parecchio deluso. Scritto nel 1962, rappresenta bene l'alienazione dell'impiegato pendolare milanese, ma se doveva essere un romanzo di lotta i più famosi Berto, Cassola o Pratolini lo surclassano alla grande. Deludente. Voto: 2 / 5 |  |  |  |
Giorginio (26-02-2010) Uno dei più bei romanzi della nostra letteratura contemporanea. Bianciardi, con la sua denuncia sociale ironica fa' luce sul nostro passato recente e sul nostro presente. Con poche pagine demolisce il mito del boom economico italiano e ci fa comprendere da dove partono le radici del degrado sociale e culturale del nostro paese. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Renzo Montagnoli renzo.montagnoli@gmail.com (27-11-2008) Questo romanzo, in larga parte autobiografico, si sarebbe potuto anche intitolare Missione impossibile e il perché lo comprenderete con le righe che seguono.
La vicenda prende origine dal disastro minerario di Ribolla nel 1954, in cui perirono 43 minatori, per negligenza, ma soprattutto per calcoli di economia del padronato in cui il valore di una vita umana non rientrava minimamente.
E’ così che il protagonista, nel desiderio di vendicare quegli innocenti, da buon anarchico vuole colpire il simbolo del potere che si annida in un palazzone di Milano, il torracchione, da far saltare con una giusta combinazione di aria e metano, proprio come era avvenuto per lo scoppio di grisù in miniera.
Il proposito è ardito, la volontà è salda, ma la grande città è un mostro che piano piano ingloba, appiattisce, distrugge la vita e gli ideali.
Nemmeno il desiderio di coinvolgere i suoi cittadini schiavi in un moto di ribellione (bellissima la descrizione delle partenze degli operai alla sera dalla stazione Centrale di Milano) può trovare sbocco, perché in quei sudditi l’appiattimento si è trasformato in apatia e l’abitudine in rassegnazione, anzi è gente che crede di poter convivere con il mostro che li asservisce.
mai scritta.
Nell’attesa, sempre più disillusa, di arrivare a far saltare non solo il torracchione, ma il coperchio di potere che schiaccia la città, il protagonista, per mantenere sé, la sua compagna e la famiglia, è costretto a lavorare, a fare il traduttore di testi letterari che, nella realtà, come ebbe a dire Bianciardi, divenne poi la sua effettiva occupazione.
E’ un lavoro duro, non valutato adeguatamente, in cui un intellettuale preparato, impegnato ore e ore, finisce presto in preda all’amarezza, a quella vita agra che dà il titolo al libro. E’ la disgregazione di un ideale, è una rassegnazione che si spegne dentro, con un finale profondamente triste: la sua è stata solo una missione impossibile.
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Àlen Loreti (20-11-2008) Ad Angelo Rizzoli bastò "annusare" il manoscritto per capire che lì dentro c'era un capolavoro. Così fu. Una delle prove più alte della letteratura italiana del Novecento. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Enri79 (07-02-2008) Un libro molto molto bello, autentico, rabbioso, vivo, di un autore che non conoscevo e di cui leggerò senza esitazioni tutto quello che è stato pubblicato.
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
davide wonka82@hotmail.it (01-02-2008) Bello,bello,bello.Sarà perchè amo l'ambientazione vintage,sarà perchè ha una visione pessimistica come me della vita...vorrei dimenticarlo per leggero di nuovo e scoprire ogni volta quanto sia bello. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
mendacio mendaciapoetarum@yahoo.it (15-07-2007) un romanzo altro che. basta con le presunte false definizioni, romanzo- non romanzo, racconto lungo, racconto breve. e sù, tutto il novecento sennò risulterebbe una lista lunghissima di non romanzi!
e poi scritto con l'equilibrio e la rabbia necessari, ma vale anche oggi, milano non ha cambiato poi molto le sue direttrici di fondo. bello anche il film con tognazzi, avrei voluto scrivesse molte altre cose. uno di quegli autori che l'italia ha perso per strada, giusto per tornare alle solite diatribe inutili su romanzo- non romanzo, autore-lettore, realismo etc.
Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Silvia (10-04-2005) Ho iniziato questo libro diversi anni fa per un esame di letteratura italiana moderna e contemporanea che ho poi sostituito, e non lo avevo apprezzato affatto. E' rimasto per sette lunghi anni abbandonato per svelare la sua contemporaneità a più di 40 anni dalla sua pubblicazione. Se all'epoca colpì per aver aver portato alla luce il lato oscuro del boom, oggi colpisce ancora perché tante situazioni, specialmente in ambito lavorativo, non sono minimamente cambiate... Una bella riscoperta Voto: 4 / 5 |  |  |  |
armando polli perlemuse@freemail.it (14-01-2004) Un classico, proprio perchè fa di tutto per non esserlo. L'Italia del boom vista dal buco della serratura, tra ironia, rabbia e utopia: episodi di satira e amarezza, scritti in una lingua pastosa, stratificata e spesso scintillante. Bianciardi è un genio della vita presa di sguincio, e sa dire molto più di tanta sociologia.
Uno di quei libri che non ti stanchi mai di rileggere. Perfino frustrante per chi coltiva ambizioni autoriali: hai l'impressione che ti abbiano rubato il tono e la sostanza... Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Bartolomeo Di Monaco bartolomeo.dimonaco@tin.it (11-02-2003) Il romanzo di Bianciardi sta molto nell'inizio. Mi piace come scrive, mi sono subito detto quando ho cominciato a leggere quest'autore toscano, nativo di Grosseto, al quale la nostra terra, come a tutti i suoi figli, ha fatto il dono della piacevolezza e del garbo tutto nostro. Mi sono trovato, infatti, all'interno del "palazzone della biblioteca" come se lo stessi percorrendo io stesso, immerso in una visione tridimensionale molto eccitante, tale che chi legge non sta fuori ma dentro. Provate a fare altrettanto, mica è facile.
E mi ha colpito questa precisa, veritiera osservazione sulle donne che camminano, che non ho trovato in altri fin ora, almeno così efficace: "ritte e secche le donne, la testa alta, la faccia immobile, tranne un ritmico vibrar delle gote, per il contraccolpo dei passi rigidi sui tacchi a spillo." Beh, trovare tutto questo all'inizio di un romanzo, è un bel godere, mette nel cuore la gioia dell'attesa di una lettura che potrebbe prenderci fin nel midollo. E subito Bianciardi si mette a correre sull'onda dei ricordi, e da buon toscanaccio (ché i toscani son critici di tutto) salva ben poco di ciò che vede intorno a sé, con una danza di parole che lo porta a scorrere in su e giù l'Italia: dai luoghi deturpati dalla guerra e dalle sue nefandezze, al Nord rifugio pieno di speranze, ma dove si deve lo tesso lottare per vivere, alla Toscana impegnata a difendere con i denti quel po' di lavoro che veniva dalle miniere di lignite. Certo, quando si è letto "Germinal" del grande Zola - senza dimenticare Lawrence e Cronin - questo mondo nessuno può rappresentarlo senza sfigurarci un po', tanto le parole del transalpino scavano al pari del minatore e vanno in profondità a cercare e a scoprire ricchezza di doni e bellezza. Ma Bianciardi affronta il romanzo con la verve trascinatrice di un abituè che al bar si siede al tavolino con gli amici e racconta, sghignazza, fa del sarcasmo, e denuncia in questo modo, magari con davanti un bicchiere di vino, le ingiustizie della società dove si è costretti a s Voto: 4 / 5 |  |  |  |
alberto genovese alberto.genoveselibero.it (22-07-2002) A quarant'anni dall'uscita e dal successo che gli fu tributato, cosa resto di questo libro? E' difficile oggi (ma domani chissà) annoverarlo fra i classici, perché gli manca la sostanza dell'epos, essendo ripiegato sull'io dell'autore, eroe di un'idea solitaria - anche se nobilmente marginale - per incantare le generazioni dei lettori. Eppure è un libro eccellente, e conserva intatta la forza di un documento civile e letterario. Civile : di chi non accettò la regola dell'omologazione e seppe intravedere sotto la crosta dorata del nascente consumismo crapulone l'incombere della tragedia morale che ci sta travolgendo. Letterario : per la sbalorditiva e virtuosistica ricchezza lessicale; per lo stile espressionista che deforma la realtà per restituircela sanguinante di solitudine. Dietro l'apparente blasfemia, è un libro religioso nel senso kierkegaardiano del termine, là dove ci insegna che non c'è salvezza se non nel tesoro dell'individuo e del suo unicum intangibile, irraggiungibile, sacrale. E' un libro che lascia irrisolto un interrogativo "agro" : perché la società non riuscì e non riesce ad accogliere l'alta inquietudine di tanti Bianciardi? Forse perché i mediocri arrossirebbero di vergogna. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Stefano Verdicchio (20-05-2002) Sembra strano che un libro tanto sguaiato abbia avuto un notevole successo di vendite nei primi '60: forse certi tratti viscerali, molto toscani, anche sgradevoli e un po' infantili, ebbero presa su un popolo di eterni bambini, ma resta il fatto che un romanzo-non romanzo come questo è una salutare doccia di aceto per le anime belle della destra e della sinistra salottiere. Voto: 3 / 5 |  |  |  |
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