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Bianciardi Luciano - La vita agra

La vita agra TitoloLa vita agra
AutoreBianciardi Luciano
Prezzo € 9,00
Prezzi in altre valute
Dati2001, 200 p.
EditoreBompiani  (collana I grandi tascabili)

Normalmente disponibile per la spedizione entro 3 giorni lavorativi

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I vostri commenti
10 recensioni presenti.  Media Voto: 4.5 / 5

Renzo Montagnoli renzo.montagnoli@gmail.com (27-11-2008)
Questo romanzo, in larga parte autobiografico, si sarebbe potuto anche intitolare Missione impossibile e il perché lo comprenderete con le righe che seguono. La vicenda prende origine dal disastro minerario di Ribolla nel 1954, in cui perirono 43 minatori, per negligenza, ma soprattutto per calcoli di economia del padronato in cui il valore di una vita umana non rientrava minimamente. E’ così che il protagonista, nel desiderio di vendicare quegli innocenti, da buon anarchico vuole colpire il simbolo del potere che si annida in un palazzone di Milano, il torracchione, da far saltare con una giusta combinazione di aria e metano, proprio come era avvenuto per lo scoppio di grisù in miniera. Il proposito è ardito, la volontà è salda, ma la grande città è un mostro che piano piano ingloba, appiattisce, distrugge la vita e gli ideali. Nemmeno il desiderio di coinvolgere i suoi cittadini schiavi in un moto di ribellione (bellissima la descrizione delle partenze degli operai alla sera dalla stazione Centrale di Milano) può trovare sbocco, perché in quei sudditi l’appiattimento si è trasformato in apatia e l’abitudine in rassegnazione, anzi è gente che crede di poter convivere con il mostro che li asservisce. mai scritta. Nell’attesa, sempre più disillusa, di arrivare a far saltare non solo il torracchione, ma il coperchio di potere che schiaccia la città, il protagonista, per mantenere sé, la sua compagna e la famiglia, è costretto a lavorare, a fare il traduttore di testi letterari che, nella realtà, come ebbe a dire Bianciardi, divenne poi la sua effettiva occupazione. E’ un lavoro duro, non valutato adeguatamente, in cui un intellettuale preparato, impegnato ore e ore, finisce presto in preda all’amarezza, a quella vita agra che dà il titolo al libro. E’ la disgregazione di un ideale, è una rassegnazione che si spegne dentro, con un finale profondamente triste: la sua è stata solo una missione impossibile.
Voto: 5 / 5

Àlen Loreti (20-11-2008)
Ad Angelo Rizzoli bastò "annusare" il manoscritto per capire che lì dentro c'era un capolavoro. Così fu. Una delle prove più alte della letteratura italiana del Novecento.
Voto: 5 / 5

Enri79 (07-02-2008)
Un libro molto molto bello, autentico, rabbioso, vivo, di un autore che non conoscevo e di cui leggerò senza esitazioni tutto quello che è stato pubblicato.
Voto: 5 / 5

davide wonka82@hotmail.it (01-02-2008)
Bello,bello,bello.Sarà perchè amo l'ambientazione vintage,sarà perchè ha una visione pessimistica come me della vita...vorrei dimenticarlo per leggero di nuovo e scoprire ogni volta quanto sia bello.
Voto: 5 / 5

mendacio mendaciapoetarum@yahoo.it (15-07-2007)
un romanzo altro che. basta con le presunte false definizioni, romanzo- non romanzo, racconto lungo, racconto breve. e sù, tutto il novecento sennò risulterebbe una lista lunghissima di non romanzi! e poi scritto con l'equilibrio e la rabbia necessari, ma vale anche oggi, milano non ha cambiato poi molto le sue direttrici di fondo. bello anche il film con tognazzi, avrei voluto scrivesse molte altre cose. uno di quegli autori che l'italia ha perso per strada, giusto per tornare alle solite diatribe inutili su romanzo- non romanzo, autore-lettore, realismo etc.
Voto: 4 / 5

Silvia (10-04-2005)
Ho iniziato questo libro diversi anni fa per un esame di letteratura italiana moderna e contemporanea che ho poi sostituito, e non lo avevo apprezzato affatto. E' rimasto per sette lunghi anni abbandonato per svelare la sua contemporaneità a più di 40 anni dalla sua pubblicazione. Se all'epoca colpì per aver aver portato alla luce il lato oscuro del boom, oggi colpisce ancora perché tante situazioni, specialmente in ambito lavorativo, non sono minimamente cambiate... Una bella riscoperta
Voto: 4 / 5

armando polli perlemuse@freemail.it (14-01-2004)
Un classico, proprio perchè fa di tutto per non esserlo. L'Italia del boom vista dal buco della serratura, tra ironia, rabbia e utopia: episodi di satira e amarezza, scritti in una lingua pastosa, stratificata e spesso scintillante. Bianciardi è un genio della vita presa di sguincio, e sa dire molto più di tanta sociologia. Uno di quei libri che non ti stanchi mai di rileggere. Perfino frustrante per chi coltiva ambizioni autoriali: hai l'impressione che ti abbiano rubato il tono e la sostanza...
Voto: 5 / 5

Bartolomeo Di Monaco bartolomeo.dimonaco@tin.it (11-02-2003)
Il romanzo di Bianciardi sta molto nell'inizio. Mi piace come scrive, mi sono subito detto quando ho cominciato a leggere quest'autore toscano, nativo di Grosseto, al quale la nostra terra, come a tutti i suoi figli, ha fatto il dono della piacevolezza e del garbo tutto nostro. Mi sono trovato, infatti, all'interno del "palazzone della biblioteca" come se lo stessi percorrendo io stesso, immerso in una visione tridimensionale molto eccitante, tale che chi legge non sta fuori ma dentro. Provate a fare altrettanto, mica è facile. E mi ha colpito questa precisa, veritiera osservazione sulle donne che camminano, che non ho trovato in altri fin ora, almeno così efficace: "ritte e secche le donne, la testa alta, la faccia immobile, tranne un ritmico vibrar delle gote, per il contraccolpo dei passi rigidi sui tacchi a spillo." Beh, trovare tutto questo all'inizio di un romanzo, è un bel godere, mette nel cuore la gioia dell'attesa di una lettura che potrebbe prenderci fin nel midollo. E subito Bianciardi si mette a correre sull'onda dei ricordi, e da buon toscanaccio (ché i toscani son critici di tutto) salva ben poco di ciò che vede intorno a sé, con una danza di parole che lo porta a scorrere in su e giù l'Italia: dai luoghi deturpati dalla guerra e dalle sue nefandezze, al Nord rifugio pieno di speranze, ma dove si deve lo tesso lottare per vivere, alla Toscana impegnata a difendere con i denti quel po' di lavoro che veniva dalle miniere di lignite. Certo, quando si è letto "Germinal" del grande Zola - senza dimenticare Lawrence e Cronin - questo mondo nessuno può rappresentarlo senza sfigurarci un po', tanto le parole del transalpino scavano al pari del minatore e vanno in profondità a cercare e a scoprire ricchezza di doni e bellezza. Ma Bianciardi affronta il romanzo con la verve trascinatrice di un abituè che al bar si siede al tavolino con gli amici e racconta, sghignazza, fa del sarcasmo, e denuncia in questo modo, magari con davanti un bicchiere di vino, le ingiustizie della società dove si è costretti a sopravvivere, batte i pugni, non cede mai la parola e quando ha preso l'abbrivo è un torrente in piena, non si ferma, e tutto travolge. Il pensiero lo devi andare a cercare nella tracimazione del fiume che ti ha invaso la casa, dopo che le acque si sono ritirate ed è rimasto sul pavimento quella melmetta che non se ne va, e di sé lascia traccia nelle connessure e perfino sui muri. La calma con la quale lo avevi conosciuto all'inizio, entrando con lui nel palazzotto della biblioteca, si è dissolta come nebbia al sole, ed ora hai davanti, attraverso la radiografia delle sue parole, la sua rabbia, come esplosa d'un tratto dopo un lungo periodo di gestazione. "La vita agra" è un'esplosione di rabbia che ti incatena a sé proprio perché ti ha stregato ed ingannato con quell'avvio così intimo, che ti ha sedotto, fatto accomodare sulla seggiola e aprire quel libro come se, dopo pranzo, il padrone della trattoria ti avesse fatto una suadente promessa, e tu sei lì ad attendere il caffè più buono del mondo o quel digestivo che lui fa con le sue mani ogni tanto e non offre a nessuno, se non in casi rari. Pensi che oggi è venuto il tuo turno, e stai lì e aspetti. Quando poi arriva, la sorpresa ti rimescola il sangue, va giù forte, stringi i denti, manca poco che rigetti il pasto tanto ti scombussola un ritmo che non prevedevi. In Bianciardi non si fa la siesta, non si tira il fiato, non ci si perde a guardare intorno i libri della biblioteca sparsi nei piccoli, stretti e bui corridoi, perché ti sbatte fuori, dopo averti illuso e ti mette sulla strada, dove c'è "la vita agra", e tutti i giorni c'è da fare i conti con la sofferenza, spartirsi il poco, e qualche volta il nulla. Ha una missione segreta da compiere, contro i padroni, nemmeno Mara, la moglie, che sospetta, ha il coraggio di parlargliene (della vita di lei penserà: "questa sua vita grigia e a suo modo eroica", ma in realtà non andrà mai più in là di pensieri inutili e ingannevoli come questi, e Mara e il figlio saranno solo un numero della sua contabilità). Sa nascondere ciò che ha per la testa nella routine del lavoro quotidiano presso la redazione di un quindicinale. Sogna il botto di quattro palazzoni, da far venire giù il mondo intero. Tutto per dare una scossa in direzione di un cambiamento: "Li guardi e sono già sfilati via senza voltare gli occhi attorno." Sono le masse dei lavoratori, "gli uomini grigi", che sono stati rapinati della loro dignità, e a qualcuno tocca di riscattarli. Non ci si può tirare indietro, anche se "C'è da lasciarci la pelle." Vasco Pratolini e Carlo Cassola fanno capolino ogni tanto nel sentimento di questa lotta dovuta al popolo, di questa missione da non tradire, anche se Bianciardi punta ad una soluzione devastante e radicale, e, come ben sappiamo, perfino profetica, visto che di lì a poco inizierà in Italia una stagione di violenze inaudite e di misteri ancora, a tanti anni di distanza, lasciati irrisolti. Scrive, infatti: "Con trenta omicidi ben pianificati io ti prometto che farei il vuoto, in Italia." E anche: "Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha." Anna, un personaggio che compare sin dalle prime pagine, si mostrerà preparatissima nel saper impostare politicamente una protesta popolare, e darà molti numeri al protagonista, che imparerà da lei molti segreti, come da un manuale della guerriglia. L'entusiasmo rivoluzionario - che appartiene un po' a tutti i popoli - qui è reso con una tale felicità espressiva che si riesce perfino a sdrammatizzarne le implicazioni dolorose, senza tuttavia che se ne attutisca l'impatto sul lettore (si pensi alla sottolineatura che il protagonista fa continuamente della bellezza di Anna, con la quale allaccia una relazione amorosa che finirà per annacquare nei due, fino addirittura a farli scomparire del tutto, i violenti intenti rivoluzionari dei primi giorni). Carattere irriverente e ridanciano, questo, proprio dei toscani, e Bianciardi non risparmia neppure di mettere alla berlina il capocellula, che si è fatto un nome a Parigi ed ora ha un salone di bellezza per cani, che infiocchetta di nastri azzurri e rosa, e da lui vanno, pur conoscendo le sue idee politiche, "le belle signore ricche della città". E ancora: "Anna fece levare il quadro del sacro cuore da sopra il letto, e mise al suo posto la faccia del povero Di Vittorio". Sta dissezionando col bisturi senza guardare in faccia nessuno, l'autore, divertendosi ed ironizzando laddove c'è da divertirsi e da ironizzare, con l'occhio furbo di chi sa scorgere tutte le nostre debolezze, anche se siamo mossi dalle migliori intenzioni, e lui è "un intellettuale molto vicino a loro" e, in più, "in mongomeri e con la barba lunga". Ma il divertimento pare cessare - pare: giacché il fine canzonatorio e dissacratorio resta - indovinate quando? Quando gli capita un grosso lavoro di traduzione e il ricavato gli serve per trasferirsi con Anna in una casa datagli in subaffitto, una casina striminzita naturalmente, ma che gli farà scoprire una verità semplice e ignorata, ossia che per capire il popolo, occorreva "fare la vita grigia dei suoi grigi abitatori, essere come loro, soffrire come loro". E ancora: "Adesso capivo che sarebbe stato inutile e sciocco far esplodere io da solo - o con l'aiuto di Anna e di pochi altri specialisti - la cittadella del sopruso, della piccozza e dell'alambicco. No, bisognava allearsi con la folla del mattino, starci dentro, comprenderla, amarla, e poi un giorno sotto, tutti insieme." Una vita agra, insomma, attraverso la quale il bisturi cala sulla gente che vive allo stesso modo in cui lui ora si è messo a vivere, osservata questa volta dal di dentro. Sono azioni minute, quotidiane, quelle che vengono disegnate, di una vita sottratta giorno per giorno alla resa, alla sconfitta, con i mille accorgimenti e gli squallori imposti dall'ansia di sopravvivere, dal desiderio di farcela a non morire ("Ingenuo ero io a meravigliarmene [...] Il mondo è fatto in questo modo, non l'avevo ancora capito?"). Sono anche bozzetti nitidi di un'esistenza di quegli anni (i fine '50) che chi non è più giovane rammemora, resuscita facilmente dalla memoria. L'occhio di Bianciardi ha la lucidità dell'esperienza vissuta, perfino il menefreghismo di chi ne ha dovute sopportare tante, in mezzo alla ipocrisia e all'arrivismo degli altri che trascorrono le proprie giornate a studiarsi le falsità e gli atteggiamenti utili ai fini del successo personale, ma poveri in realtà più dei poveri veri, e prigionieri dei loro schemi e progetti insulsi e tirannici. Se si eccettua quell'avvio strepitoso, non sempre il livello del libro si mantiene su di un timbro che non inclini al pezzo giornalistico veloce, sensazionale e da consumare all'istante. Talune sottolineature avrebbero meritato un maggiore approfondimento, che lasciano comunque sottintendere; invece un risultato bellissimo si ha nel capitolo VIII (uno dei migliori insieme con il primo), quello che descrive il lavoro di traduzione nel quale si cimenta il protagonista, aiutato da Anna, in cui la leggerezza dello scrivere, che mette bene in risalto la fatica del sopravvivere (i libri ridotti a cartelle di guadagno), non fa venire meno il dramma sotteso e che sfocia in quel: "Quella notte non chiusi occhio, e forse anche piansi." Qui, specialmente quando introduce il ricordo dell'Irlanda, appare tutto il debito verso gli scrittori americani. Allorché la rabbia dell'impotenza si attenua - e succede spesso nel corso del racconto - sono lo sberleffo, il gioco, il divertimento ironico che la spuntano, cosicché il lettore attraversa la palude delle sabbie mobili della vita come se qualcuno gli avesse disvelato i punti solidi di attraversamento, però attento a non perdere l'equilibrio, divertendosi, perciò, ma guardingo, ché il prezzo di una distrazione sarebbe fatale: "non si trova mai un medico disposto a mettere sulla carta la constatazione che sei ancora vivo." Bianciardi è un avventuriero della vita, che sa mascherare il dolore che porta dentro di sé, che non lo dà a vedere, giacché a nessuno importa, tutti presi come sono dalle medesime occorrenze avide, egoistiche, vibratili ed impellenti della nostra scombinata esistenza (in una Milano dipinta nei dettagli di cose e di uomini da un toscano attento scarnificatore). Avventuriero della solitudine, anche, in un formicaio di pseudo viventi. Avventuriero del disincanto isterico, mentre si muore per strada e nessuno ti aiuta. Avventuriero dell'illusione, con il suo programma mistico - rivoluzionario. Avventuriero dell'incredulità, anche se ci troviamo negli anni del boom economico, il cosiddetto "miracolo italiano". "Io mi oppongo", ma con quali forze, se quelle ("la vita è agra, lassù") che mi restano mi bastano appena "per non farmi mangiare dalle formiche." Perfino con la morte è irriverente, e l'uomo - ci dice - non sta combattendo, nel momento estremo, contro di lei, ma contro la vita: "Poi, appena morto, lo vedete distendersi, riposare e sorridere ironico. Ora - così par che dica - arrivederci a tutti e sotto voialtri, io stavolta vado in pensione sul serio."
Voto: 4 / 5

alberto genovese alberto.genoveselibero.it (22-07-2002)
A quarant'anni dall'uscita e dal successo che gli fu tributato, cosa resto di questo libro? E' difficile oggi (ma domani chissà) annoverarlo fra i classici, perché gli manca la sostanza dell'epos, essendo ripiegato sull'io dell'autore, eroe di un'idea solitaria - anche se nobilmente marginale - per incantare le generazioni dei lettori. Eppure è un libro eccellente, e conserva intatta la forza di un documento civile e letterario. Civile : di chi non accettò la regola dell'omologazione e seppe intravedere sotto la crosta dorata del nascente consumismo crapulone l'incombere della tragedia morale che ci sta travolgendo. Letterario : per la sbalorditiva e virtuosistica ricchezza lessicale; per lo stile espressionista che deforma la realtà per restituircela sanguinante di solitudine. Dietro l'apparente blasfemia, è un libro religioso nel senso kierkegaardiano del termine, là dove ci insegna che non c'è salvezza se non nel tesoro dell'individuo e del suo unicum intangibile, irraggiungibile, sacrale. E' un libro che lascia irrisolto un interrogativo "agro" : perché la società non riuscì e non riesce ad accogliere l'alta inquietudine di tanti Bianciardi? Forse perché i mediocri arrossirebbero di vergogna.
Voto: 5 / 5

Stefano Verdicchio (20-05-2002)
Sembra strano che un libro tanto sguaiato abbia avuto un notevole successo di vendite nei primi '60: forse certi tratti viscerali, molto toscani, anche sgradevoli e un po' infantili, ebbero presa su un popolo di eterni bambini, ma resta il fatto che un romanzo-non romanzo come questo è una salutare doccia di aceto per le anime belle della destra e della sinistra salottiere.
Voto: 3 / 5

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