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Scurati Antonio - Il rumore sordo della battaglia |
La sanguinosa epopea delle armi da fuoco in un affresco storico sull'eclissi dell'età eroica. La fine del mondo cavalleresco e l'avvento della guerra moderna nel Rinascimento dei Borgia, di Savonarola e degli ultimi grandi capitani di ventura. Una misteriosa confraternita di uomini in armi che si oppone con ogni mezzo al tramonto delle aristocrazie guerriere e alla marcia inarrestabile della storia.
| La recensione de L'Indice |
 L'ipermetropia è difetto della vista per cui si riesce a vedere molto meglio del comune ma solo ciò che è grande, mentre le cose piccole risultano difficoltose da mettere a fuoco. O almeno così è descritta la patologia oculistica del "professore" nella prima versione del romanzo Il rumore sordo della battaglia di Antonio Scurati. I "piccoli sgorbietti" confondono la vista del personaggio, mentre le grandi lettere cubitali gli appaiono nitide più che mai. Questo difetto è metafora di un anti-minimalismo estetico che rifiuta la microscopia e l'understatement per collocarsi senz'altro nelle regioni dei grandi problemi, delle grandi questioni cruciali e soprattutto del tragico: c'è poco da ridere, soprattutto oggi. E il saggio sulla Letteratura dell'inesperienza ci descrive il mondo che viviamo in chiave agghiacciante, non meramente e vacuamente apocalittica. Il fatto è che Scurati, studioso di mass media e di guerra, nonché autore dell'avvincente romanzo Il sopravvissuto, si presenta oggi come uno delle poche figure di intelligenza davvero tagliente della sua generazione in Italia. Con uno stile altrettanto tagliente, da sala settoria, e della morgue (penso a Benn) conserva l'odore di squartamento e di cadavere aperto. L'età postmoderna è segnata, per Scurati e anche per noi, dall'annullamento del confine tra reale e irreale, o meglio dalla derealizzazione del reale più atroce rappresentato sullo schermo televisivo. Il presente è un flusso, un magma, dove non ha più valore veritativo nessuna testimonianza, dove ogni immagine è copia conforme solo di se stessa, dove fuori un mondo non c'è. L'inesperienza è la "condizione trascendentale dell'esperienza attuale", oggi noi non viviamo più, o meglio, "più viviamo più siamo inesperti della vita". Che cos'è la vita per Scurati? Non mi è agevole rispondere. Non dovrebbe essere lo slancio vitalistico mortuario di chi cerca l'esperienza integrale nello scontro fisico e nel sangue, come il giovane eroe cinquecentesco del Rumore sordo o lo studente assassino del Sopravvissuto. O forse sì, ma allora entriamo nel territorio di una suprema ambiguità scuratiana su cui dovremmo lavorare saggisticamente per pagine e pagine, e prima o poi andrà fatto. Per ora diciamo di no. E allora? La vita sarà avere esperienza fattuale delle cose, e soprattutto delle cose ultime, fondamentali (sesso, mortalità, aggressività, amore), distinguendole dalla fiction? È già qualcosa. Vita sarà esperire le grandi cose della vita, vivere da ipermetrope e non da minimalista affogato in un quotidiano sciapo, fatto di mediazioni che non mediano nulla e abituano al nulla pieno di inutile continuità? Forse. Un vivere eccellente, insomma, piuttosto che un vivere mucillaginoso e distratto, ma magari questo è addirittura impossibile nella nostra società. Ci è negato anche comprendere cosa sia veramente la vita autentica. E cosa si può scrivere in questi frangenti depressivi? Si può essere narratori oggi? Scurati sembra suggerire almeno due antidoti al presente. Uno è quello di resistere comunque alla cultura di massa e quindi non perdere il senso del tragico. Soprattutto non perdere il senso della morte, rimossa proprio da quella "sfocatura tra realtà e finzione" che ci invade. In questo Scurati è vicino alla schiera di tanatologi che hanno descritto in chiave socio-antropologica la marginalizzazione della morte nelle culture occidentali moderne. Ma oltre a fare "critica della società", si può ancora fare narrativa, e sarà, per Scurati, il romanzo storico a salvarci, come recupero di un dialogo con i morti, peraltro peculiare dell'umanesimo classico che abbiamo rinnegato. Certo, la citazione che in chiusa Scurati fa del Nome della rosa di Eco mi pare sconcertante: non si apriva proprio lì il postmoderno italiano, quella rosa non era il primo grande fiore della cultura di massa? Comunque, a parte ogni canone, il romanzo storico per l'autore è la cura. Mi viene da aggiungere, ma sarà mia fissazione, che in Scurati sembra visibile una posizione tradizionalista "di destra", con segni per me inequivocabili quali l'antiscientismo, l'anticontemporaneità (Nietzsche e Spengler più che Evola o Guénon), il senso del moderno come declino e quindi l'implicito antiprogressismo, l'anticomunismo viscerale, la difesa del tragico e dell'alto, il rifiuto della cultura di massa anche come sintomo di un aristocraticismo trascendentale e perenne, la tensione verso la vita, il rimpianto dell'umanesimo come cura dei morti e dei posteri, e quant'altro. Naturalmente Scurati è uno che vuole guardare in faccia Medusa. E questo è di destra? Se sì, come temo, allora destra e sinistra sono componenti dell'antropologia di ognuno di noi. E se noi che scriviamo stiamo un po' con Scurati, un po' no, alla fine vorrà dire qualcosa. Certo vuol dire che Scurati nella palude getta il suo sasso e l'effetto si sente. Questo basta a far sì che valga la pena di ascoltarlo, comunque ci si senta, euforici o avviliti, integrati o disintegrati. Roberto Gigliucci |
Media Voto: 3 / 5viator1495 (08-09-2009) Trasportato dal susseguirsi degli emozionanti (e ben descritti) eventi, battaglie comprese, sono arrivato alla fine del libro senza accorgermi di tabacchi non importati e Granducati ancora da fondare.
Romanzo storico di alto livello.
Da segnalare l'avvincente descrizione della battaglia di Fornovo. Voto: 4 / 5 |
elelia (21-01-2007) L'ho letto dopo "Il sopravvissuto", ed ho avuto conferma del fatto che il Canetti di "Massa e Potere" è una delle fonti cui Scurati attinge; il Dellanotte in molti passi è ispirato al potente che sopravvive agli altri e, addirittura, l'episodio degli uomini intorno al fuoco, che hanno amici al proprio fianco e nemici alle spalle, è preso pari pari dal paragrafo inziale del capitolo sulla muta del volume di Canetti, così come tutti i riferimenti al concetto, ed ai tipi, di muta. Non ho ben capito se si tratta di adesione profonda ai temi di Canetti, o di mero utilizzo di alcuni suoi elementi di analisi.
I primi due terzi del libro sono più interessanti del resto; la scelta finale della modernità da parte di Sebastiano, per mezzo delle armi da fuoco, non mi sembra ben spiegata.
Anche questa volta, ho avuto l'impressione che l'autore abbia problemi a sostenere "moralmente" i suoi personaggi. Nell'ultimo capitolo (ho letto la versione recente, quella con i tagli del livello della contemporaneità, e con aggiunta del capitolo finale), è resa più evidente la paranoia del sopravvissuto Dellanotte; ma l'autore abbandona il suo personaggio "letterariamente" più forte, anche in questo caso - almeno così si ha l'ìmpressione che sia - per un non autentico giudizio di riprovazione.
Leggendo il breve saggio finale sulla letteratura dell'inesperienza, non so bene perché, ma ho avuto conferma del suo timore di giudizi di ingenuità. Forse, con un maggiore coraggio di restare al fianco dei suoi personaggi più riusciti, Scurati potrebbe fare opere più compiute e sue; dovrebbe, però, trovare il coraggio di disinteressarsi del rapporto letteratura/esperienza (che altro non è che quello opera/autore), che tanto sembra legargli le mani. Voto: 3 / 5 |
www.jollyrogerxxx.it milesimplicius@gmail.com (15-09-2006) Sergio Pent su “Tuttolibri” definisce Antonio Scurati, epigono di Umberto Eco. Scurati, docente di “Teoria e tecniche del linguaggio televisivo”, imbastice sul tema antropologico della guerra connaturata alla natura umana un romanzo ambientato nell’Italia a cavallo del XV e XVI secolo, nel quale agisce il giovane signore di Fivizzano. Lasciano perplesso il lettore, in un romanzo storico, per di più scritto da un professore universitario, gli “sfondoni” di carattere storico, alcuni davvero macroscopici! Ad esempio, 1)l’eroe parla ad un certo punto dell’inizio dell’anno a gennaio… però siamo in Toscana, sotto il dominio fiorentino; Scurati ignora (come invece qualunque storico, che si è trovato a maneggiare documenti d’epoca, sa) che il calendario aveva lo stile “ab incarnatione” (o “stile fiorentino”), ovvero l’anno iniziava nella Toscana del tempo non il primo gennaio, ma il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione. 2)Si parla di ducato di Toscana… ma Granducato di Toscana mediceo inizia con Cosimo I, nella metà del XVI secolo e non certo al tempo dei fatti narrati, quando i Medici non eran certo duchi!3) E questa è davvero bella. Maneggiando delle palline di polvere pirica, il protagonista afferma che gli paiono palline di tabacco! E siamo nel 1494! Fin dalle elementari è cosa nota che il tabacco fu introdotto dall’America, come il pomodoro, il tacchino e la cocacola! Per la storia: il seme del tabacco fu importato in Italia solo nel 1561 (quasi un secolo dopo dai fatti narrati), dal Portogallo, dal Nunzio Apostolico Cardinale Prospero di Santa Croce, che lo donò al papa che lo fece coltivare negli orti dei monaci cistercensi, nei dintorni di Roma. Insomma, Umberto Eco dimostra una ben altra conoscenza della storia e della cultura del periodo che tratta, rispetto a quella superficialmente manualistica (e talvolta errata) di Scurati. In effetti sarebbe opportuno che i romanzi storici, che vogliono fregiarsi di un titolo di accuratezza filologica, li scrivessero gli storici veri. Voto: 1 / 5 |
Francesca (22-07-2006) Libro crudo perchè parla di anni violenti, scritto con maestria della parola. Racconta di personaggi irruducibili, e di fatiche e di quello che può voler dire credere in qualcosa. Voto: 4 / 5 |
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