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Giglioli Daniele - All'ordine del giorno è il terrore

All'ordine del giorno è il terrore
Zoom della copertina
TitoloAll'ordine del giorno è il terrore
AutoreGiglioli Daniele
Prezzo
Sconto 20%
€ 6,40
(Prezzo di copertina € 8,00 Risparmio € 1,60)
Prezzi in altre valute
Dati2007, 141 p., brossura
EditoreBompiani  (collana Saggi tascabili. Agone)

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Descrizione
Gli attentati dell'11 settembre hanno messo all'ordine del giorno il terrore. Ma più giusto sarebbe dire che ce l'hanno rimesso. Perché il terrore costituisce fin dalle sue origini rivoluzionarie il compagno segreto della nostra modernità politica, il calco negativo delle sue speranze e delle sue promesse, l'alterità assoluta attraverso cui si legittima ogni ordine costituito. Una mitologia, più che una pratica, che il pensiero critico deve profanare - non esorcizizare come fanno i politici e i media - rifiutando la sua segregazione in una sfera separata, altra, sacra, e interrogandola invece nei suoi nessi con l'esperienza comune. È ciò che da secoli fa la letteratura di cui si occupa questo volume, da Sade a Don DeLillo, da Schiller ad Artaud, da Manzoni a Zola, da Dickens a Ballard, da Dostoevskij a Pamuk, da Conrad a Rushdie, da Turgenev a EIlroy, da Gidea Updike e a molti altri ancora: non per spiegare cosa sia o come funzioni il terrorismo, ma per mostrare quanto nel terrorismo siano in gioco l'identità e il destino di tutti noi.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Possono ingannare il tema d'attualità, le credenziali letterarie dell'autore, il formato agile (e in carta riciclata senza cloro: era ora!). A prima vista, si direbbe un saggio di critica tematica: uno dei tanti che negli ultimi anni hanno compilato diligenti cataloghi di citazioni letterarie, accomunate dal riferimento, più o meno estrinseco, a una qualche porzione di realtà. Cataloghi ragionati che solo nei casi migliori dicono qualcosa di nuovo e importante sulla letteratura (e sul mondo). Mettiamolo subito in chiaro: All'ordine del giorno è il terrore è un libro densissimo e inclassificabile. Antropologia della modernità: questa, forse, l'etichetta meno improbabile. E azzardiamo pure un giudizio di valore: molto alto, per impeccabile tenuta stilistica e spregiudicata lucidità concettuale. Anche se metodo e tesi dell'autore possono essere in parte discutibili, com'è normale.
È un libro sul terrorismo; solo accessoriamente sulle sue occorrenze letterarie. Un libro sulle strutture profonde delle società moderne, che proiettano fuori da sé quella violenza che pure ne è a fondamento. Secondo l'ideologia (o mitologia) dominante, che Giglioli si incarica di demistificare (lui dice "profanare", seguendo Agamben), il terrorismo è la violenza degli altri. Nessuno (o quasi) ha il coraggio dei giacobini: quello di rivendicare il Terrore. Insulto rituale riservato al nemico, più che concetto politico, il terrorismo regge male all'analisi: e infatti non è stato possibile formularne nemmeno una definizione operativamente condivisa, in sede di diritto internazionale. Si prenda una qualunque delle recenti guerre umanitarie: in forme più o meno accessorie, presenterà le stesse caratteristiche che volonterosi politologi s'ingegnano di attribuire in esclusiva al fenomeno terrorista. Violenza efferata su civili inermi e indifesi; imprevedibile ricorsività, fonte appunto di terrore; preminente funzione simbolica: non si uccide tanto per annientare il nemico, quanto per lanciare un messaggio. Il terrorismo è fenomeno poliedrico, metamorfico, sfuggente: viene quasi la tentazione di dire che, concettualmente, come entità globale, non esiste.
E se il bon ton del dibattito intellettuale non imponesse di citarle sempre con ironica sufficienza, non si vedrebbe perché dar torto alle provocatorie semplificazioni di Guy Debord: la democrazia spettacolare "fabbrica da sé il suo inconcepibile nemico, il terrorismo. Vuole infatti essere giudicata in base ai suoi nemici piuttosto che in base ai suoi risultati". Lo scontro di civiltà si regge sulla logica, facile e pessima in politica, del tertium non datur. E funziona, dal momento che – ne conveniamo facilmente – George W. Bush, in tutta la sua criminale imbecillità, è pur sempre meglio dei talebani. Oggi, la minaccia terrorista incarna un'alterità per molti versi analoga a quella che il secondo Novecento liberal-democratico aveva proiettato sugli indistinti totalitarismi; per un altro verso, occupa la casella lasciata vuota dalla paura della bomba. Serve a renderci assuefatti all'intollerabile, come spiegava Susan Sontag negli anni sessanta: assuefatti, cioè, alla distruzione, certo; ma anche, in profondità, all'ipotesi, assai più realistica, che tutto vada avanti come prima.
Se non che, ci ricorda Giglioli, le cose sono più complicate. Non soltanto perché "il Terrore non è un flatus vocis": cruda ovvietà che l'autore si premura giustamente di esplicitare, una volta per tutte. Il punto è che "le élites lavorano col materiale che hanno": se oggi, come già a fine Ottocento, quando facevano furore (nella realtà e assai più nell'immaginario) bombe anarchiche e nichilisti calati in Occidente dalle lontane steppe russe, lo spettro dell'attentatore può cementare il potere (che in misura crescente lo manipola), è perché risponde a un bisogno radicato in profondità. Quello nostro di proiettare su personaggi irriducibilmente altri le debolezze e le traumatiche deprivazioni che non osiamo confessarci. "Delirio di impotenza", quello dei terroristi: non, come ripete una mitologia interessata, "di onnipotenza". Non superuomini al servizio del Male assoluto, ma incarnazione della fragilità di chi soccombe nella moderna dialettica di servo e padrone. Anche della nostra fragilità.
È la letteratura, secondo Giglioli, a consentire un accesso privilegiato a questo altro che è in noi. Un accesso sempre parziale e mediato; e senza pretese di conoscenza storica oggettiva: perché i romanzi non sono, come molti si ostinano a pensare, una forma più raffinata di scrittura sociologica. Se la letteratura ha qualcosa da insegnarci, "è piuttosto un atteggiamento, una postura esistenziale, un esperimento di familiarizzazione con quell'alterità traumatica". Da James a Don DeLillo, da Zola a James Ellroy, da Dostoevskij a Philip Roth, da Conrad a Orhan Pamuk, a moltissimi altri, romanzi grandissimi o semplicemente ben fatti sono convocati rapidamente, spesso di scorcio e per frammenti, a delineare una "mappa sentimentale" dell'universo terrorista. I personaggi che lo abitano sono segnati dalla mancanza: da una solitudine che si somatizza in afasia e balbuzie; da un vittimismo larmoyant che giustifica la crudeltà vendicatrice in nome delle sofferenze dei vinti; da una richiesta di legittimazione che cerca cauzioni nella sfera estetica e in quella religiosa: nell'oltranza avanguardistica e nel sublime, o nella mistica del martirio.
A ogni pagina gli esempi si moltiplicano. In molti casi convincono. Ma ripetere con Charles Nodier che il melodramma è la morale della Rivoluzione, dedicare un intero capitolo (Il terrore e la pietà) al paradosso del terrorista sentimentale (da Robespierre a Bin Laden), ostentare sospetto di fronte al rivoluzionario che si commuove per le sofferenze di un bambino (anche se l'ossimorico combattente, pietoso e inflessibile, si chiama Lenin), trasformare in una vera e propria testa di turco teorica l'ideologia vittimaria, la tacita convinzione, cioè, che i diritti e la stessa identità umana debbano essere riconosciuti in ragione delle sofferenze patite (Artaud: "Io sono un uomo che ha molto sofferto, e dunque ho il diritto di parlare"), potrebbe dare credito, almeno implicitamente, e anche molto oltre le intenzioni dell'autore, a conclusioni politico-ideologiche alquanto discutibili. Potrebbe indurre a negare, almeno implicitamente, che in molte situazioni storiche l'orrore (oggettivo, non immaginario) dell'ingiustizia ha reso quantomeno plausibile il ricorso alla violenza. E a dimenticare che la sensiblerie melodrammatica, come sapeva uno scrittore non sospetto di simpatie sovversive, ha potuto dispensare buona coscienza, e in misura non minore, anche alla barbarie reazionaria (il vecchio Roque dell'Educazione sentimentale di Flaubert, poco dopo aver freddato a bruciapelo un rivoltoso imprigionato nei sotterranei delle Tuileries: "Je suis trop sensible").
L'approccio antropologico, che punta su costanti inscritte nella longue durée, quasi inevitabilmente rischia di sfumare le differenze fra i contesti storici. Giglioli lo sa: e correttamente si astiene dal giudizio ideologico. Ma è come se, dopo aver contribuito a sbriciolare in sede di analisi filosofico-politica lo pseudoconcetto di terrorismo, ne affermasse paradossalmente la legittimità a un livello più profondo, riportando fenomeni storicamente inconfrontabili a moventi psicoantropologici simili, se non identici. Distinguere terrorista da terrorista, e soprattutto terrorista da guerrigliero, rivoluzionario, partigiano, resistente, in letteratura come nella realtà, non è il compito che si è assunto Giglioli; il quale sembra nutrire qualche ben motivato sospetto nei confronti delle facili tassonomie. E tuttavia, che la violenza sia individuale o collettiva, mirata o indiscriminata, suicida o no, nichilista o ispirata a un preciso progetto di società, velleitaria o capace di dare voce a forze sociali emergenti, cambia qualcosa: almeno nella storia. E cambia molto, se la violenza si dispiega in un contesto di (più o meno compiuta) democrazia, o in uno di brutale repressione dittatoriale e/o oppressione economica. Non è inutile ribadirlo, se è vero che assimilare – a livello storico-politico, non antropologico – giacobini e terroristi islamici, o partigiani e brigatisti, è mossa tipica dei recenti revisionismi reazionari: dai quali, beninteso, Giglioli è a distanza siderale, per consapevolezza storica come per rigore intellettuale.
D'altra parte, viene il dubbio che, se la letteratura sembra operare un'almeno tendenziale sovrapposizione fra casi di realtà tanto disparati, non sia (solo) per profonda immedesimazione nell'atteggiamento esistenziale dell'altro, ma (anche) per scelta degli scrittori: davvero "non conta la loro intenzione soggettiva di screditare il terrorista in nome di un'ideologia reazionaria, conservatrice o progressista"? Forse, semmai, un approccio ermeneutico all'opera intera, almeno in alcuni casi, avrebbe sfumato, se non capovolto, l'immagine del terrorista fragile, inetto, grottesco: aprendo spazi di ambiguità, se non spiragli di redenzione. Forse, "il tema cardine della teoria del racconto degli ultimi trent'anni", l'idea che la trama narrativa risponda (sempre) all'esigenza di ridurre la complessità del reale, può ancora tollerare il beneficio del dubbio – senza necessariamente auspicare un ritorno all'assioma contrario (e non meno indimostrato): che il romanzo complichi, confonda, o magari sovverta, gli intrecci del possibile.
Ma in questo libro fittissimo di riferimenti filosofici, la teoria letteraria non è in cima alle preoccupazioni dell'autore. Come molti critici letterari in anni recenti (e dei migliori: precursore Todorov), Giglioli esce dagli steccati disciplinari, mostra di aver qualcosa da dire sul mondo in cui viviamo, anche (ma non solo) attraverso la lettura di romanzi e racconti. Sintomo fra i tanti di una crisi della critica, che è al tempo stesso marginalità della letteratura nel discorso sociale e rinuncia alle sfide dell'ermeneutica? O traccia di una possibile via d'uscita?
  Pierluigi Pellini

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