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Chateaubriand F.-René de - Genio del cristianesimo. Testo francese a fronte | Pubblicato in Francia nel 1802 "Genie du Christianisme" è un'opera apologetica che Chateaubriand scrisse tra il 1795 e il 1799, durante il suo esilio in Inghilterra. Chateaubriand tenta di difendere la saggezza e la bellezza della religione cristiana, e in particolare cattolica, colpita e ferita dalla Filosofia dei Lumi e dalla bufera rivoluzionaria. Con questo obiettivo egli si interessa in particolar modo ai contributi artistici e letterari della religione cristiana, confrontandoli con quelli delle civiltà antiche e pagane. L'idea principale del libro è, infatti, che "solo il Cristianesimo spiega il progresso nella letteratura e nell'arte". Chateaubriand rimprovera agli scrittori del XVIII secolo di non aver conosciuto Dio, con l'eccezione di Rousseau, che avrebbe "un'ombra di religione". Soprattutto quest'opera ha modellato il rinnovamento del cattolicesimo francese del XIX secolo, ispirando autori come Dom Guéranger e Félicité de Lamennais.
| La recensione de L'Indice |
 Questa sontuosa edizione bilingue aggiunge un tassello fondamentale alla conoscenza di Chateaubriand in Italia. L'ultima traduzione integrale dell'opera, a cura di Gianni Nicoletti, risale a quarant'anni fa. Per di più, il Genio del cristianesimo è stata nel Novecento un'opera molto citata e spesso denigrata, ma poco letta. Auguriamoci quindi che la nuova edizione permetta una diffusione e una comprensione maggiori di un testo denso di suggestioni e di fermenti disparati, ma anche controverso. Il trentenne Chateaubriand è emigrato a Londra come molti aristocratici francesi sfuggiti al Terrore. Vive miseramente e pubblica una prima opera, il Saggio sulle rivoluzioni (1797), dove esprime un disagio di classe, ma si mostra anche scettico in materia religiosa. La notizia della morte della madre è seguita a breve dalla scomparsa della sorella. Entrambe erano state imprigionate nelle carceri rivoluzionarie. Questi lutti determinano una conversione sulla cui autenticità si è molto discusso, mentre è sufficiente constatare il ritorno a una fede che nel caso preciso sarà spesso scossa da dubbi, ma che costituisce innegabilmente per Chateaubriand un fortissimo fattore identitario, sociale, culturale e nazionale. All'ultima generazione illuminista, il cristianesimo può apparire un'arma efficace per affrontare il naufragio degli ideali umanitari nella deriva terroristica. Si fa strada quindi nel giovane emigrato l'idea di una riabilitazione teologica, ma anche (soprattutto) culturale di quella religione che in Francia, nel secolo dei Lumi, aveva subito un attacco senza precedenti in Europa: la denuncia del fanatismo religioso aveva avuto l'effetto di sminuire e ridicolizzare l'intera sfera spirituale, sospettata di oscurantismo. Il progetto si espande dalle dimensioni iniziali di un pamphlet a quello di un'opera di maggior respiro, articolata in quattro parti (dogmi, poesia, belle arti e letteratura, culto). Nel clima più disteso del Consolato napoleonico, l'emigrato torna in patria e, con indubbio talento pubblicitario, prepara il terreno per la ricezione dell'opera. La pubblicazione integrale, a metà aprile del 1802, avviene in contemporanea con una solenne cerimonia pasquale a Notre-Dame di Parigi, che sancisce il Concordato con il Vaticano. Le campane tornano a suonare dopo un decennio. L'accurata sincronizzazione si rivela proficua, visto il successo travolgente dell'opera. Le ristampe riviste e corrette si susseguono a ritmo spedito. Chateaubriand capisce che nell'assetto rovinoso lasciato dal Terrore, la tradizione cristiana offre una preziosa alternativa al naufragio dei Lumi e al classicismo attardato che dominava la letteratura. Il futuro è nel romanticismo, nato nei paesi germanici e osteggiato in Francia da una solida tradizione che risale al Seicento. Rivalutare la religione cattolica (perché non c'è spazio, almeno in questa fase, per le altre chiese) significa anche mettere in risalto una componente psicologica, patetica e drammatica, suscettibile di fecondare e di rilanciare la letteratura ben più dell'ironia illuministica, reputata fredda e sterile. Chateaubriand non è un teologo, e non c'è dubbio che la sezione più efficace della sua difesa religiosa riguardi il culto. Le pagine sul canto gregoriano, sulle campane o sui sepolcri appaiono più incisive di quelle dottrinali. Chateaubriand eccelle infatti nel rinsaldare la religione con argomenti immanenti: la natura e la morale, la psicologia e l'estetica. Ad esempio, la rivalutazione del gotico riflette un processo già in atto in Inghilterra, ma l'analogia delle cattedrali con le foreste preannuncia le corrispondenze di Baudelaire, e prepara lo sviluppo della poesia francese dai romantici ai surrealisti. Insomma, l'"uomo delle due rive" si dimostra ancora una volta un testimone prezioso del passaggio dall'antico regime al mondo nuovo. Di questo testo sovrabbondante e disuguale, Sara Faraoni presenta una traduzione corretta e rispettosa, corredandola di un'utile bibliografia. Dispiace rilevare, in un lavoro così impegnativo e meritorio, l'assenza di note esplicative e soprattutto i refusi dell'introduzione, dove torna più volte un inspiegabile "Ancient régime". La curatrice insiste sull'impianto apologetico dell'opera, proponendo a sua volta una perorazione non sempre indispensabile. La migliore difesa del cattolicesimo dell'autore potrebbe infatti basarsi sulla sua evoluzione successiva, sulla visione storico-politica, osservante e insieme dinamica e moderna delle opere della maturità, espressa al termine delle Memorie d'oltretomba, ma anche, splendidamente, nell'Analisi ragionata della storia di Francia del 1831: il "cerchio flessibile" della religione "si espande insieme ai lumi e alle libertà, mentre la croce segna in eterno il suo centro immobile". Fabio Vasarri |
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