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Scandurra Angelo - Quadreria dei poeti passanti | "In questo libro Angelo Scandurra esercita il mestiere dell'intelligenza. Vi si sentono gli eccitamenti della letteratura eterna. La sua prosa sta tra l'essere e il non essere tesa a catturare l'idea di bello e l'idea di pensiero insieme. Non per caso ma perché tale è il suo proposito. Vi sono tante idee di prosa in questa età di confusioni. Ma è l'idea della letteratura, il suo canone, a dargli le indicazioni che ci soddisfano. Sono queste, credo, che segue Scandurra. Ammaliato dalle regole in cui traduce le sue emozioni e dall'idea che le regge: la prosa come opera chiusa, infine. Mi sembra che egli insegua questa superba chimera. Emozione e significato si danno per quello che sono. Nascono esseri di letteratura. Ciascuno causa di se stesso. Destino che l'autore del Cimitero marino riconosceva a tutto ciò che riesce. In questo libro un mixtum tratta di Idee regolate da Idee. Una stregoneria. Ma non si tratta nemmeno di un "discours de prose" se questo, come lo definiva Valéry, è un discorso che messo in altri termini adempie lo stesso officio. Qui, invece, ogni parola tende all'insostituibile." Manilo Sgalambro
| La recensione de L'Indice |
 Chiunque abbia toccato la carta dei libri d'arte della casa editrice Il Girasole ha avuto la prova della cura che il suo editore, Angelo Scandurra, autore tra l'altro di numerose raccolte poetiche, ha sempre dedicato alle parole degli altri. È ora uscito per Bompiani, con il risvolto di copertina firmato da Manlio Sgalambro, un suo volume costruito attraverso prose-tele che si rastremano, si aggregano e si dissolvono per poi aggregarsi di nuovo in pensieri-grumi, in lampi di memoria, in racconti mozzati. Come nota Marisa Bulgheroni sulla rivista "Lo Straniero": "Siamo di fronte a un manifesto che invita il popolo dei lettori a una resistenza". Una resistenza affidata non al poeta, ma alla parola stessa che si rivela completamente, proprio nella desolazione del suo fallimento, nella sua realtà di resto e naufragio. È come se Scandurra scegliesse di mostrare la scrittura, denudandone gli ingranaggi e dicendo: ecco cosa sono: scaglie, detriti, forse braci, richiami, conati. La sola certezza sono i titoli, a volte quotidiani, L'orologio, Il vestito, altre mitici, Il labirinto, altre volte ancora astratti come L'incompiutezza, La dispersione. Il titolo, esattamente come succede nell'arte contemporanea, è parte integrante dell'opera, la certifica o la nega, chiamando direttamente in causa lo sguardo e il mondo di chi la contempla. Leggere questo libro con la mente in verticale, come un insieme di testi appesi alle sue pareti, è forse l'unico modo per capirlo e accettarlo. La prosa che scaturisce da Lo sguardo può dare un'idea di questo meccanismo in cui "La prospettiva è parte integrante della disciplina, con la forzata speranza che la cognizione avvolga l'arte della fuga". O ancora, a partire da L'interiorità, "La fragile invenzione è duplice colpa considerata la frequenza delle scoperte". La sfida di Scandurra è ricreare attraverso le parole quegli stati d'animoche Boccioni rivelava attraverso i colori. Infatti le stesse frasi si velano o si illimpidiscono in modo inatteso provocando nel lettore-spettatore dei cortocircuiti che non sono né prevedibili né raccontabili. Chi legge lo fa ora in un brivido, ora in una distensione. Viene chiamato in causa e poi lasciato solo davanti a un'opera tanto autonoma da soffiare via tutti i pronomi, da sradicare tutte le certezze dell'io. Per questo dominano i verbi dell'impersonalità e la precisione,definita "macchia di gerani sugli spigoli schianto di sguardi e di tortura", si mescola al sogno, come gli oggetti ai ricordi. La doppia P di "poeti passanti" è lo specchio di una meditazione sulla caducità che scuote la sintassi e azzera le trame fino a smarrirsi nel magma di una scrittura complessa, vibrata, costruita appunto per strappi e visioni. Scrittura complessa ma non pretenziosa, errante ma non arrogante, continuamente tesa a ostentare la propria fatica, la propria inermità. In questo senso i quadri di questa galleria surreale sono davvero "esposti", a ricordare quella frase di Paul Celan che continua a fare luce dietro di sé: "La poesia non si impone, si espone". Antonella Anedda |
LaRecherche.it redazione@larecherche.it (19-03-2010) [...] Scandurra usa la letteratura in modo sorprendente, tale da andare al di là dei processi descrittivi piani soliti dello scrivere e giunge a vette di pensiero dalle quali si intravedono le altre verdi vette del dire poetico. Poesia che non è raggiunta frontalmente ma sfiorata, lasciata presagire da uno scrivere colto ed armonico, in cui le parole risuonano amplificando i loro significati remoti e tratteggiando quella forma di pensiero che l’autore ci vuole mostrare. L’autore scava nel profondo della letteratura portandone alla luce le radici profonde, belle, solide, ripulite da tutto il successivo ramificare, per mostrarne la pura bellezza, quasi una sorta di letteratura archetipale, da cui immaginiamo si svolga poi tutto il florilegio che contraddistingue buona parte della letteratura attuale, lasciando tra le pagine di Scandurra la sua quintessenza, l’aspetto della vera origine di tante pagine. [...] Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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