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Matteucci Rosa - Tutta mio padre | "Qui non c'è più nessuno." Una figlia smarrita, che ha perso padre madre e cane, chiosa: "Il cordoglio provato per la scomparsa dei genitori naturali è piscio di gallina in confronto al dolore irrimediabile che si prova per la morte del cane." È solo l'inizio di un picaresco e straziante viaggio al termine della notte, a ritroso in un tempo spento e bruciante, alla ricerca dell'impossibile riscatto di una figura paterna speculare e complementare a quella dell'io narrante, che mette in scena con coraggio assoluto il gran teatro di splendori e miserie in una decadenza familiare. Una storia unica, ineguagliata eppure simile a tutte le altre nel senso ultimo, da una prova di coraggio all'inevitabile disillusione che sublima la sofferenza. E un'Odissea da vertigine nell'Italia in bianco e nero del secolo scorso, con giganti, maghe, mostri marini e allegrie di naufragi. Qui Ulisse è un uomo che ha tentato così tante vite da non viverne davvero neppure una, la sua; eppure sa - lo aveva sempre saputo, e infatti aveva recitato la parte di se stesso solo per ispirare l'unica persona che potesse raccontarla - che un giorno la figlia lo renderà davvero un eroe, quale nella realtà mai era stato.
| La recensione de L'Indice |
 Chiunque abbia avuto una famiglia improbabile, un'infanzia difficile, abbia smarrito il passo nell'infinito esotico delle vicende di padri e madri, di nonne, zie e affini non può evitare di leggere il nuovo romanzo di Rosa Matteucci, Tutta mio padre. L'autrice non è certo nuova al tema: dopo l'esordio nel 1998 con Lourdes, romanzo barocco di lingua e struttura che raccontava il viaggio, à la Cèline, di una dama di compagnia verso il luogo del miracolo, dopo Libera la Karenina che è in te (2003) e, soprattutto dopo Cuore di mamma (2006), trilogia tutta esplorativa del conflittuale materno, non poteva mancare un libro sul padre, su tutti i padri più o meno inetti, comici e amati che si possono immaginare. E Tutta mio padre è decisamente il romanzo più maturo e riuscito di Rosa Matteucci, animato da un'inesauribile verve linguistica, da un'infinita catena di eventi minori e drammatici, come quelli che capitano in tutte le famiglie, ma narrati con l'occhio sardonico, divertito e disperato di chi, in qualche modo, è pur riuscito a sopravvivere. Si narra qui dell'inesorabile decadenza di una famiglia nobile e in altre stagioni ricca grande canone ottocentesco, rivisitato in chiave tutta contemporanea, in un secolo che non solo non prevede nobiltà, né di classe né d'animo, ma in cui anche le rovine familiari sembrano irriducibili al vero e dello sguardo sommesso di una figlia sul padre, che nonostante la catastrofe continua a ballare una danza tutta sua: non c'è più da mangiare, sono rimaste solo le posate, la casa è persa, la salute della figlia anche, la dignità e il futuro sono cancellati, eppure quest'uomo continua a coltivare i suoi sogni belle époque. Fa sedute spiritiche per ritrovare il perduto guantino dello zarevic, reliquia di famiglia scampata alla rivoluzione d'Ottobre, frequenta l'American Bar del Danieli sognando schiere di camerieri al suo deferente servizio, una vita agiata e pigra, mentre sua moglie si limita, per ogni catastrofe, a ritirarsi nella lettura dei giornali o dei romanzi tedeschi. Un padre capace di intuizioni relegate all'impossibile o quasi sempre all'improbabile, circondato da una caterva, assai comica, non ci fosse sempre l'amaro dello sguardo, di parenti inadatti alla vita o così resistenti, come le dame di Noailles cui la madre della protagonista pretende la sua figlioletta si ispiri, che vanno verso la ghigliottina senza una lacrima o una parola mentre i rivoluzionari sputano loro addosso, da abitare un tempo fuori dal tempo. Tutta mio padre è un libro che non si fa lasciare, neanche per un istante, benché la narrazione non sia in alcun modo simile a uno svolgimento romanzesco, ma viva di cataloghi e liste di minimi disastri casalinghi rievocati nel giorno in cui tutti i testimoni della tragicommedia sono morti e solo un cane resta, il più doloroso dei parenti da perdere: la protagonista cerca di investirlo con l'auto, ma la bestiola sopravvive e viene destinato ad altra vita, ad altra morte in una casa più "normale". Il famoso attacco di Anna Karenina, in cui si dice che tutte le famiglie felici lo sono allo stesso modo ma le infelici ognuna a modo proprio, trova in questo romanzo una struggente e declassata significazione: possibile che il mondo tolleri che noi, residui di un'altra epoca, si sia ancora qui, in pieno Novecento, a vivere tragedie quotidiane di una qualità tale che gli altri, la borghesia piccola e grande, il villaggio globale che ci circonda, non riconosce il senso, non vede, non può più capire? È così fuori moda che alla fine del millennio una famiglia nobile decada: pure, qui succede e succede fra i malanni di ogni famiglia che ha perso la capacità di comunicare, che ha congelato gli affetti, che non riconosce i disturbi alimentari di una figlia, che, in fondo, non sa rassegnarsi ad apprendere la vita, ma sopravvive in un eterno, rutilante esotico, nello "scolpendrario", nel "pallosario", all'interno di una recita da tempo senza spettatori. Si ride molto leggendo questo romanzo, si ride per felicità linguistica (e finalmente, dopo decine di romanzi di plastica che la nostra editoria sforna in somiglianza di modelli anglofoni mal digeriti), per sovrabbondanza e per dolore, perché ogni famiglia ha il suo specifico idioletto e tanti di noi possono riconoscersi in alcune atteggiate movenze gozzaniane del padre e dei coprotagonisti ricordando un'infanzia anni sessanta o settanta e ogni famiglia ha il suo decalogo di pecore nere e di marziani. È incantevole il ricamo sdrucito di queste anime, un ritratto d'Italia poco presentabile, meno ovvio, letterario: Rosa Matteucci omaggia molte scrittrici (e scrittori) che l'hanno preceduta nel suo venefico e amorevole ritratto familiare. Ecco un Lessico famigliare di tono grottesco, un disastratissimo Guizzardi al femminile (per ricordare eroe l'assai diverso ma ugualmente sbandato di Gianni Celati). Al solito, ci si chiederà perché siano sempre le autrici a esplorare le relazioni, le famiglie: perché lo fanno meglio, è la risposta, perché raccontano verità dolorosamente eclatanti e quasi sempre taciute. Antonella Cilento |
7 recensioni presenti. Media Voto: 2.42 / 5ant (01-07-2010) La caduta negli inferi dell'indigenza ,da parte di una famiglia benestante residente a Orvieto, è il leit motiv di questo testo.
L'io narrante è una donna che ha un'ammirazione sviscerata per suo padre, nonostante quest'ultimo fosse tutt'altro che un esempio o un personaggio impeccabile..anzi!
Il linguaggio usato nel libro è sicuramente quello che colpisce di più,
sopratutto se a narrare è una donna,
e poi c'è un ottima descrizione di quelle che sono le contraddizioni e le peculiarità di una certa provincia italiana: 1)il servilismo nei confronti dei benestanti ma allo stesso tempo se i ricchi in questione poi cadono in disgrazia ecco le malignità più atroci che vengono a galla,
2)alcuni simboli che testimoniano l'essere rappresentativi rispetto ad altre persone in certi luoghi(ad es le sedie in chiesa col nome di famiglia)
e via andare di usi e costumi particolari molto ben descritti come dicevo.
Quello che mi preme sottolineare, dal punto di visto della trama e di quello che rimane nell'animo del lettore una volta chiuso il libro,
riguarda la filosofia di vita della protagonista e di suo padre:
ci sono azioni tremende che vanno fatte nella vita e non bisogna arrovellarsi più di tanto
è proprio la natura delle cose che vuole questo (emblematico il caso di un povero gatto che...).
Poi sicuramente non posso tralasciare la scoppiettante vitalità del padre della protagonista e la sua ricerca affannosa di un feticcio portafortuna(un guantino appartenente agli Zar)
che avrebbe potuto risolevare le sorti della famiglia,
beh qui veramente la scrittrice ricorre a voli pindarici notevolissimi(i personaggi e le situazioni più strambe vengono evidenziate in questi passaggi: maghi, tarocchi, gatti neri, cani, astrologi e chi più ne ha più ne metta)
Sono molto ben descritte anche le sconfitte e le delusioni che chi più chi meno ha potuto provare nella vita(l'essere bocciati ad esami importanti x lavoro, l'essere considerati meno attraenti rispetto a sorelle , amiche etc)
Libro direi fondamentalmente scorrevole Voto: 3 / 5 |  |  |  |
medulla57 (01-07-2010) Il mondo è bello perchè è vario, a me questo libro è piaciuto tantissimo, mi sono immersa anima e corpo dentro questa storia estrema di folle rovina che però mantiene sempre la leggerezza di personaggi che, vuoi per lignaggio vuoi per indole, non prendono mai troppo sul serio NIENTE, tantomeno il denaro. Ho amato questa madre eterea che sfiora la catastrofe leggendo Rilke, questo padre dissennato ma sempre "amoroso" (nel modo che sa, e che può), questa figlia che non può che essere vittima, LA vittima, ma che nel finale, se vogliamo in un "colpo di scena" di sentimenti, rivelerà il suo vero pensiero. E qui ci è scappata più di qualche lacrima....Inutile dire che lo consiglio vivamente! Voto: 5 / 5 |  |  |  |
carola carolabif@gmail.com (22-06-2010) Una scrittrice da un solo libro che valesse la pena d'essere letto, il primo. Ma anche quello, a pensarci bene, è stato sopravvalutato. Però allora non si poteva sapere che avrebbe continuato rifacendosi il verso fino allo sfinimento, reiterando la posa, parodiando se stessa nel vuoto rimestìo d'un grottesco che ben presto ha cessato di stupire per annoiare. Rosa Matteucci - che sembra un uomo per quanto è egoriferita, anche quando sta parlando di altri -non è mai gravida di senso. Il suo ombellico fa ombra a se stesso. Forse la sua bizzarra storia famigliare l'ha resa sterile. Peraltro, se nessuno scampa dalle proprie origini, lei ne fa una commediola che a lungo andare appare - è - inautentica e forzosa. Come molte delle cose che si ascoltano nelle sue interviste, in cui appare stralunata da un provincialismo antico, che le fa desiderare di apparire interessante al punto di raccontare ridicole fole, come quella di una sua possibile filiazione da Orson Wells. Forse, semplicemente, il successo le ha dato alla testa. Voto: 1 / 5 |  |  |  |
fulvio stacchetti f.stacchetti@bibliotechediroma.it (26-05-2010) Un nuovo e originale modo di concepire la narrativa di tipo diaristico, con interessanti notazioni di tipo stilistico (l'uso costante del discorso indiretto, figure e personaggi appena tratteggiati o marcatamente disegnati). Altri due libri cui ho pensato nel leggere questo: Terza liceo, di Marcella Olschki, Nero è l'albero dei ricordiazzurra l'aria, di Rosetta Loy. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Sergio Russo (29-03-2010) Concordo.
Sono rimasto fortemente impressionato. Ma in negativo.
Eppure il "battage" pubblicitario è impressionante. Stiamo per assistere a un nuovo caso "Stabat Mater" (leggi: Tiziano Scarpa che vince lo Strega)? Voto: 1 / 5 |  |  |  |
Eugenio (28-02-2010) Ho fatto fatica a finirlo. Ho trovato il libro slegato, deludente e poco interessante. Voto: 1 / 5 |  |  |  |
Sergio (21-02-2010) Sarà scritto anche bene, però l'autrice umbra continua a parlare sempre e solo di se stessa: la famiglia aristocratica, la decadenza, la gente maligna del paese che ne gode, il padre (ahilui) defunto, la sorella più bella di lei...
Tutto già letto e riletto.
Anzi no, stavolta ci sono i cani, di nuovo. Voto: 2 / 5 |  |  |  |
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