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Eco Umberto - Il cimitero di Praga | Trent'anni dopo "Il nome della rosa" Umberto Eco torna in libreria con un nuovo romanzo di ambientazione storica. Lungo il XIX secolo, tra Torino, Palermo e Parigi, troviamo una satanista isterica, un abate che muore due volte, alcuni cadaveri in una fogna parigina, un garibaldino che si chiamava Ippolito Nievo, il falso bordereau di Dreyfus per l'ambasciata tedesca, la crescita di quella falsificazione nota come "I protocolli dei Savi Anziani di Sion", che ispirerà a Hitler i campi di sterminio, gesuiti che tramano contro i massoni, massoni, carbonari e mazziniani che strangolano i preti con le loro stesse budella, un Garibaldi artritico dalle gambe storte, i piani dei servizi segreti piemontesi, francesi, prussiani e russi, le stragi nella Parigi della Comune, orrendi ritrovi per criminali che tra i fumi dell'assenzio pianificano esplosioni e rivolte di piazza, falsi notai, testamenti mendaci, confraternite diaboliche e messe nere. Ottimo materiale per un romanzo d'appendice di stile ottocentesco, tra l'altro illustrato come i feuilletons di quel tempo. Un particolare: eccetto il protagonista, tutti i personaggi di questo romanzo sono realmente esistiti e hanno fatto quello che hanno fatto. E anche il protagonista fa cose che sono state veramente fatte, tranne che ne fa molte, che probabilmente hanno avuto autori diversi. Accade però che, tra servizi segreti, agenti doppi, ufficiali felloni ed ecclesiastici peccatori, l'unico personaggio inventato di questa storia sia il più vero di tutti. Un romanzo sulla “paranoia del complotto”, secondo la definizione dello stesso autore, sulla convinzione più o meno giustificata di molti storici e intellettuali, che le grandi avventure dell’umanità, le rivoluzioni come le guerre, le crisi e le epidemie, siano sempre state dirette da un oscuro manipolo di menti superiori e forze occulte. Una suggestione affascinante che ha attecchito in ogni secolo e che Umberto Eco prova a scardinare scrivendo un romanzo epico supportato da una mole grandiosa di prove documentali. Titolare di ben 37 lauree honoris causa, filosofo, accademico e bibliofilo, oltre ad essere uno scrittore prolifico di saggi e di romanzi, come Il nome della rosa e Il pendolo di Foucault tradotti in tutto il mondo, il semiologo piemontese con Il cimitero di Praga affronta un nuovo capitolo della sua indagine ad ampio spettro sul mondo e sulla creazione delle idee.
Dopo essersi dedicato all’Alto, al Basso Medioevo e all’Illuminismo, con questo romanzo affronta anche le false credenze dell’Ottocento europeo, un secolo eroico e tragico che ha prodotto gli Stati-Nazione così come li conosciamo oggi, ma anche il germe delle ideologie e degli assolutismi che ne determineranno il crollo. Un romanzo in cui compaiono soltanto personaggi realmente esistiti, ai quali Eco attribuisce frasi, azioni e pensieri documentati dalle fonti dell’epoca. L’unico personaggio inventato è il protagonista, Simone Simonini, di professione notaio, falsario, ma soprattutto spia. Cresciuto nella Torino oscura di metà Ottocento, Simonini, figlio di un carbonaro, viene educato da suo nonno, capitano della guardia regia e da un prete gesuita. Nei suoi incubi da bambino il terribile Mordechai, il leggendario ebreo errante, lo insegue per ucciderlo e impastare il pane azzimo con il suo sangue cristiano. È così che nasce in lui l’odio, anzi, la repulsione verso gli ebrei del ghetto di Torino e verso le donne, portatori entrambi di corruzione e peccato.
Ma Simonini non si limita a odiare gli ebrei e non ha un solo nemico da affrontare. Il suo astio e la sua stizza si rivolgono verso tutti: carbonari, repubblicani, francesi, piemontesi, massoni, gesuiti, satanisti, tedeschi, poveri e ricchi, senza distinzione di sorta. Un rancore covato lungo i settant’anni della sua vita, trascorsa tra Torino, Palermo e Parigi, un odio meditato sullo scranno del suo studio notarile mentre falsifica documenti, oppure nelle bettole di mezza Europa dove ingaggia ingenui bombaroli. Simonini è uno dei migliori falsari dell’epoca, una laurea in giurisprudenza gli ha fornito la perizia tecnica, ma l’arte di imitare le grafie altrui è una sorprendente dote naturale. Se ne avvantaggerà di volta in volta, e dietro lauti compensi, ognuno dei suoi acerrimi nemici, ai quali non esita a vendersi. È così che nella sua avventurosa vita, il notaio Simonini si ritroverà sulla nave di Alexandre Dumas che approda in Sicilia al seguito dei Mille garibaldini.
La sua missione, foraggiata dai servizi segreti sabaudi, è quella di falsificare i documenti contabili che tiene il giovane attendente Ippolito Nievo, per nascondere il complotto massone che sta dietro all’unificazione dell’Italia; mentre sono gli attentati dinamitardi degli anarchici contro Napoleone III a condurlo nelle vie malfamate di Parigi. Una vita fatta di brevi alleanze e tradimenti, di travestimenti, così come si addice alla classica spia dell’epoca, di messe nere, di propaganda e poi, naturalmente, di complotti. C’è una grande opera a cui Simonini dedica tutta la vita e che interessa i servizi segreti di mezza Europa - russi, prussiani, francesi, ma anche cattolici e gesuiti - sono i Protocolli dei Savi di Sion, una serie di documenti - falsi e scritti di suo pugno - che attestano l’avvenuto incontro di dodici Rabbini a capo di tutte le comunità ebraiche nel cimitero di Praga. Una riunione segreta che avviene ogni cento anni e in cui gli ebrei complottano per rovesciare tutti i governi del mondo e conquistare il potere assoluto a spese dei popoli. In realtà il vero complotto è quello di Simonini, che mette insieme tutti gli scritti pubblicati nel corso dei secoli contro gli ebrei, insieme a un misto di paure infantili e leggende popolari, inventando uno dei falsi documenti più diffusi e pericolosi del mondo.
L’eterogenesi della soluzione finale in un lavoro di ricerca delle fonti documentali che ha impegnato Umberto Eco per cinque anni. Un’opera ricca di rimandi ad altre opere, come un grande ipertesto in cui perdersi o viaggiare, senza mai dimenticare la presenza dell’autore, che nella sua grandezza, partecipa alla trama quasi fosse lui stesso un personaggio.
| La recensione de L'Indice |
 Dell'ultimo romanzo di Eco s'è parlato forse troppo. Giornali e televisioni hanno dedicato largo spazio al libro partendo dall'uso che l'autore fa dei Protocolli dei Savi di Sion. S'è detto perfino che sarebbe un romanzo pericoloso, fomentatore di antisemitismo. Non esageriamo. Fra dibattiti e progetti di legge contro intercettazioni e contro negazionisti (una liaison che s'è conquistata la prima pagina dei quotidiani per eterogenesi dei fini) s'è finito con il perdere di vista il romanzo, nel quale invece a me sembra che il veleno della teoria sul complotto ebraico altro non sia che un mero espediente narrativo. In questo libro, come del resto in tutta l'opera di Eco, un ruolo preminente è dato invece dal genere della parodia. Fin dai tempi di Diario minimo la passione per l'imitazione letteraria è notevole. Non si può vivere di soli Protocolli, così come non si può vivere di solo umorismo yiddish. Di barzellette sugli ebrei si è un po' studi (dopo il caso-Ciarrapico e dintorni) Ci siamo dimenticati di un genere di scrittura, la parodia, dove la cultura ebraica ha lasciato maestri insigni a Eco sono assai noti. La parodia impone un discorso sul concetto di imitazione. Un asino che raglia non suscita l'attenzione di nessuno, nemmeno degli altri asini. Un leone che imita un asino che raglia fa problema, perché gli altri leoni non sono disposti a perdonarlo. Gli ebrei posseggono il genio dell'imitazione, scriveva Ahad Ha-Am. E' nota la definizione di uomo come "animale mimetico", data da Disraeli. In Italia il nome, a Cesare Cases molto caro, di Franca Valeri, è una garanzia. La verità non si può imitare, dice Mendel di Kotzk nei Racconti dei Chassidim di Martin Buber, tutto il resto sì. E' sulla parodia che Eco ci porta a riflettere. Non inganni il fatto che oggi in Italia si imitino, purtroppo, soltanto i politici e non gli scrittori. Non è un segnale incoraggiante. La parodia è un riconoscimento della poesia. Uno scrittore non è uno scrittore se non possiede un proprio abbecedario d'immagini. Il parodista si appropria di questo cifrario e lo imita. Lo stile è come il carattere. Talvolta l'imitazione serve all'imitato e lo fa crescere, come scrisse Max Libermann a proposito di Robert Neumann: una parodia deve essere più spontanea dell'originale. I Promessi sposi di Guido Da Verona, l'Antologia apocrifa di Paolo Vita Finzi hanno avuto vita lunghissima e migliaia di lettori (la prima edizione venne fatta da Formiggini nel 1927, Eco l'ha citata spesso, così come non ha mai nascosto la sua ammirazione per Guido Almansi e Guido Fink, che raccolsero il testimone e proprio da Bompiani pubblicarono nel 1971 Quasi come, esempio di parodistica comparata). La profondità della parodia è data dalla contiguità con due problemi interpretativi centrali nell'ebraismo: da un lato la questione dell'imitazione di Dio (Lev. 11,44), dall'altro il problema del divieto di farsi immagine. Non ci si fa immagine di nessuno, ma con la parola si può fare quello che con il pennello è proibito fare. Con i suoi colpi di scena, le sue avventure sentimentali ad effetto, gli abati e gli isterici satanisti che percorrono in lungo e in largo la penisola , Il cimitero di Praga a me sembra soprattutto una perfetta parodia del romanzo d'appendice. Non parlo del romanzo d'appendice in generale, ma del romanzo d'appendice avente per protagonista "orfani del ghetto", meglio se fanciulle. In pagine che Eco conosce molto bene, Gramsci ha sottolineato il ruolo centrale della "ragazza ebrea", la figlia del ghetto nella narrativa popolare dell'Ottocento. La "ragazza dai capelli neri che attraversa ogni mattina piazza Carlina
occhi di velluto
carnagione bruna e gli occhi velenosi delle femmine di questa razza" deride il protagonista del romanzo di Eco (p. 74), dandogli del gagnu in stretto dialetto piemontese, è parodia perfetta della protagonista del capolavoro di Carolina Invernizio, L'orfana del ghetto. Tutto questo avviene insieme ad altre palesi citazioni dall'Ebreo errante di Sue e molta buona (e cattiva) letteratura d'appendice. Eco non mi sembra abbia fatto altro che restituire vitalità a un genere inattuale, in un libro, fra l'altro, in cui la sua nostalgia per il Piemonte è più viscerale che mai, come documenta la trascrizione, per nulla parodistica, della ricetta di svariate prelibatezze indigene, a partire dalla bagna caôda giù fino al fritto misto. Si tranquillizzi il lettore spaventato di fronte all'idea di un Eco inconscio antisemita. Qui si oscilla tra L'orfana del ghetto e la Prova del cuoco. Alberto Cavaglion |
Recensioni 1 - 20 di 181 recensioni presenti. Media Voto: 2.91 / 5Morana Cale Knezevic (04-02-2012) Mi è venuto da sorridere ai tanti commenti negativi letti su questo romanzo. Mi hanno fatto ricordare di quel sig. Humblot che scrisse all'editore Ollendorf di Proust: "non riesco a capire come si possano riempire 30 pagine su come uno si giri e rigiri nel letto prima di addormentarsi". La cosa farebbe solo sorridere, se però dal giudizio di certi signori Humblot, a volte, dipenda la sorte di quelli che poi si rivelano capolavori immortali. E purtroppo di signori Humblot è pieno il panorama contemporaneo, soprattutto dopo l'alfabetizzazione di massa, che ha sì insegnato a leggere a (quasi) tutti, ma non a saper leggere, causando poi la sorpresa e il disappunto di chi, credendo di aver acquistato l'ultimo giallo storico modello danbrown, ha poi scoperto di ritrovarsi fra le mani?il più puro Umberto Eco. Disappunto simile, credo, a chi, lettore appassionato di Carolina Invernizio, avesse deciso di cambiare autore portandosi a casa la "Recherche". Inevitabili le recriminazioni sulla decadenza delle lettere contemporanee e la successiva spedizione di lettere modello sig. Humblot. E non mi si dica che "Il nome della rosa" era ben diversamente godibile: se Eco ha avuto un torto, è stato quello di scrivere un romanzo leggibile anche solo come giallo storico, che ne hanno fatto un'icona popolare grazie al successo (e al pessimo film che ne è seguito), e ad aver dato la stura ai tanti scrittori a cottimo che hanno poi strizzato il genere del thriller medievale (vedi la serie di fratello Cadfael) ad nauseam. E che hanno poi creato, per le masse, un'immagine di Eco solo come autore del "Nome della rosa" che non solo non gli rende giustizia, ma lo confina in uno spazio angusto e monocromatico dove è difficilmente riconoscibile. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Jossep Daurell (02-02-2012) pare che una volta Thomas Mann abbia donato un romanzo di Kafka ad Albert Einstein. Questi glielo avrebbe reso così scusandosi: "La mente umana non è complessa sino a questo punto". Il grande scienziato rivelava grande umiltà nel non attribuire al libro la propria incapacità ad apprezzarlo, e grande intelligenza nell'intuire una grandezza che non poteva penetrare (era infatti privo di gusto artistico-letterario). Qualità che di certo mancano a tutti quelli che si dolgono dei soldi spesi e del tedio inflittosi con il tentativo di lettura. Abbiate la stessa umiltà di Einstein e non datene la colpa ad Eco. Non siete i suoi lettori modello, la fabula non vi ha soddisfatto, l'intreccio meno che mai e tutti i livelli superiori di lettura (quello storico, quello sociologico, quello metaforico, il gioco di citazioni spesso nascoste ) restano oltre la portata di chi si dilettava di quei famosi aeroplanini di carta. Questo nulla toglie al talento di un Maestro, che ha dato un'altra gran prova letteraria, destinata ad entrare nelle antologie e ad arricchire lo scarno patrimonio delle Lettere contemporanee destinate a sopravvivere all'oblio. Lettura consigliata a tutti coloro i quali hanno dimestichezza con la parola scritta, e amano la Cultura con la maiuscola. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
MATTIA (31-01-2012) Il voto che do a questo libro è pessimo. Dopo una trentina di pagine ho rifiutato con tutto me stesso Eco...Mi spiace solo per i soldi che i miei amici hanno speso per acquistarlo... Voto: 1 / 5 |  |  |  |
Burkhart Kroeber (28-01-2012) ho sempre un certo timore reverenziale nell'avvicinarmi ad Eco, al romanziere ancor più che al saggista e al pubblicista, forse perché, non capendo nulla di semiologia, non mi sento tanto in soggezione di fronte a quest'argomento, che tendo ad evitare tout court. Ma il romanziere Eco, con la scusa di raccontare una storia (cosa a cui, ormai, son bravi tutti, da ex-cabarettisti a segretari di partito), riesce a infilarci praticamente qualsiasi altra cosa, dall'analisi storico-sociale alla riflessione estetica, dalla citazione dotta all'esercizio di stile, e il tutto con la lievità e la noncuranza di un magister elegantiarum d'altri tempi o di un philosophe da salotto settecentesco. Ed è qui che sento tutto l'abisso che ci separa, essendo solo parzialmente in grado di riconoscere ed apprezzare i rimandi di cui la trama del romanzo (a volte mero pretesto) è intessuta. Tanto per dire, rileggendo ogni suo romanzo a distanza di anni, mi accorgo ogni volta della presenza di citazioni, metafore ed altre perle, che alla prima lettura erano passate inosservate, ma che, sulla scorta di letture e ricerche successive, vengono infine alla luce. Tanto di cappello. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
William Weaver (27-01-2012) Eco è cambiato nel tempo, ad ogni suo romanzo, come ogni scrittore degno di questo nome, e chi tanto rimpiange "Il nome della rosa" è stato conquistato probabilmente proprio da quanto di immaturo e imperfetto vi era in quello che conserva tutti i difetti del primo romanzo. Stupirsi di trovare abbondanza di citazioni e rimandi nell'opera di una mente enciclopedica, è come stupirsi che l'acqua bagni o il fuoco bruci. Del "Cimitero di Praga" io ammiro proprio il navigare nel mare magnum della Storia e della Letteratura umana (e il naufragar m'è dolce in questo mare), persino in quella del sottobosco della pubblicistica esoterica o antisemita, rimanendo affascinato anche dalle assurdità e dalle brutture della natura umana (ma qualcuno disse una volta che anche il brutto, se portato all'estremo, diviene in qualche modo bello). I personaggi li trovo azzeccatissimi, e spesso indimenticabili (non gli perdonerò mai l'aver fatto morire Diana!), per non parlare dell'anamnesi di Simonini/Dalla Piccola, motivo letterario ripreso, io aggiungo, da Graham Greene, e ho provato, negli ultimi capitoli, la stessa suspense che mi aveva inchiodato alla poltrona leggendo "Il Pendolo di Foucault". E che dire del gran finale con mistero? Sembra ripreso da "L'Isola del giorno prima": un autore che può permettersi di citare sé stesso, ma che si vuole di più? Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Karl XII (26-01-2012) Libro da Nobel di un autore da Nobel. A proposito, ma a Stoccolma che fanno, dormono? Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Helena Lozano (26-01-2012) ho letto un commento in cui qualcuno, di fronte alla difficoltà nel comprendere questo romanzo, suggeriva che forse Eco fosse in anticipo sui tempi. In realtà è esattamente il contrario: egli è in netto ritardo, e per scelta si attarda a stili e livelli narrativi e meta-narrativi che restano impietosamente aldilà della portata del lettore odierno, assuefatto e soffocato dalle tonnellate di carta straccia che passano per "romanzo" e "letteratura" (ho persino letto di un tale che osava accostare il nome di Eco a quello di King, e a vantaggio di quest'ultimo! Mi è venuto da segnarmi come di fronte ad una bestemmia), e che, purtroppo, hanno soppiantato ogni altra forma espressiva divenendo quella dominante dei nostri tempi. Non ovunque, per fortuna, e se Eco è un Autore modello, esiste ancora una nicchia di Lettori modello che sanno cercare quel che in Eco possono apprezzare. Il Lettore modello del Cimitero, e di Eco in generale, è un lettore che ha il gusto della scoperta e per il quale costituisce immensa fonte di piacere il riconoscimento delle fonti. Questo piacere non sarebbe stato possibile senza l'introduzione di testi, figure e motivi tipici del XIX secolo. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Elena Kostioukovitch (25-01-2012) Chi ama la grande letteratura non può non amare Eco. Se Eco fosse Napoleone, questa sarebbe la sua Austerlitz; se fosse Picasso, la sua Guernica; se fosse Beethoven, la sinfonia n° 5; se fosse Tommaso d'Aquino, la "Summa Theologica". Ma è Eco, e ci ha dato un romanzo semplicemente impeccabile. Dopo di lui, il diluvio. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
senior (25-01-2012) Mah! Eco come romanziere non va! questo libro che si presenta con niotevole ambizione culturale non è altro che un insieme di racconti a sè stanti, collegati da un personaggio, non sempre lo stesso. Una soluzione narrativamente così banale serve solo per mandare in stampa una serie di raccontini che altrimenti non avrebbero ragione di essere stampati. Lo sforzo creativo è arraffazonato, l'esibizione di una certa cultura anche! Che delusione! Voto: 2 / 5 |  |  |  |
Aira Buffa (25-01-2012) bellissimo romanzo, non il più facile di Eco, ma mi ha sorpreso ad ogni pagina con tutti quei personaggi strampalati e le tesi inverosimili con cui si imbambolavano l'un l'altro. Se poi, come qualcuno scrive, è pure tutto vero, allora sono ancora più sconcertata! È proprio vero che da quando la gente non crede più in Dio, non è che non crede più a nulla, è che crede a tutto. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
nihil (23-01-2012) Condivido le recensioni negative. Tre Io Narranti creano solo confusone. Non si capisce il senso del libro, se vuole essere una fantaspy, una fantastoria, una fantapolitica o cosa altro! Il libro sembra scritto da un esordiente che si diverte a scrivere, ma si capisce benissimo che per Eco questo libro è stato solo un passatempo. Voto: 2 / 5 |  |  |  |
Zdeněk Frýbort (20-01-2012) Che uno stile come quello di Eco sia per pochi è chiaro a chiunque abbia familiarità con questo Autore. Che però lo si giudichi noioso (per la ricchezza di citazioni, palesi od occulte), o ripetitivo (per aver trattato temi già visti altrove, magari nelle opere dello stesso Eco), è indice di un equivoco. Infatti lo stesso giudizio, seguendo queste motivazioni, potrebbe essere dato a "Guerra e Pace" (sfido chiunque dei lettori insoddisfatti da Eco a trovare appassionanti le complesse divagazioni storico-filosofiche di Tolstoj che prendono buona parte dell'opera), o a Primo Levi (quanti hanno trattato l'Olocausto mentre lui ne scriveva, o anche dopo?). La grandezza di un autore non sta nella velocità con cui le sue opere possono venir lette (è scorrevole La Bibbia?), o nella sua popolarità (altrimenti Harry Potter potrebbe venir considerato artisticamente e letterariamente più rilevante di Madame Bovary). Purtroppo la civiltà dei consumi ha avvicinato al libro, sia come autori che come lettori, troppi che dovrebbero venirne, per il loro bene, tenuti a distanza di sicurezza. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Werner Krober (20-01-2012) Trovo anch'io imbarazzante che molti diano un voto basso a questo libro. Chi non lo apprezza non apprezza Eco, che qui non fa altro che darci un esercizio del suo miglior stile. Certo non è il classico giallo scandinavo di quelli reperibili a dozzine sugli scaffali delle librerie, stampati per fare cassa, ma allora perché comprarlo, se si è lettori di questo genere, e poi farsi male, e poi esprimere rigetto? Bravo Eco, spero che, nonostante l'età, questo suo romanzo non resti l'ultimo ancora per molto. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Eva Alexandersson (19-01-2012) chi trova Eco ripetitivo non ha ben chiara la distinzione fra lo stile di un autore, che è lo stesso anche dopo venti o cento opere (altrimenti si tratterebbe di un abile plagiario), che pur nella ricchezza di dettagli, storie, citazioni, avvenimenti veri, falsi e da individuare (cosa che, nel lettore colto, rappresenta il piacere non secondario della scoperta continua, in un romanzo di Eco), e la ripetizione sterile di schemi narrativi ben nota a chi confeziona romanzi cosiddetti "di successo" in cui c'è la buona descrizione di un omicidio, un inseguimento e un rapporto sessuale ogni cento pagine. Di simili trucchetti per non far affievolire l'attenzione del lettore medio (o per meglio dire mediocre) sono appunto infarciti i romanzi da edicola di stazione, che tali restano anche quando pubblicati in lussuose edizioni rilegate da Mondadori o Rizzoli. Ma non i romanzi di Eco. Quindi credo che chi lo critichi, lo abbia comprato per errore, o ricevuto inopportunamente in regalo. Dopo aver letto tutti i romanzi di Eco, alcuni più di una volta, non posso che esprimere ammirazione per come anche stavolta il professore abbia saputo infondere linfa nuova in un insieme di temi mille volte già trattati e dibattuti, inserendoli in una storia che funziona benissimo e appassiona come solo i grandi romanzi sanno fare. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Alan (29-12-2011) Come tutte le opere narrative di Eco c'è da imparare moltissimo con decine di rimandi ad altri autori; a me personalmente ha fatto venire voglia di ripassare il risorgimento italiano e la storia europea del 19mo secolo...
La storia è appassionante ed il protagonista "odioso" è dipinto talmente bene che "quasi" gli si vuole bene. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
bruno (26-12-2011) Un esercizio di stile fine a se stesso. L'ho trovato noioso e ho fatto fatica a finirlo. Speravo di allietare alcune serate come successe con il nome della rosa o il diario minimo ma questo è tutt'altra cosa: un libro che ho sbagliato ad acquistare. Voto: 1 / 5 |  |  |  |
Sergio Sozi (05-12-2011) Eco - di nome e di fatto - si ripete: nello stile (e qui va bene: chi non lo fa e' uno scrittore da bancarella); nell'intreccio - ingarbugliato come suo solito; nel pot pourri di citazioni storico-letterarie, eventi rientranti della fabula e ad eventi appartenenti all'intreccio; nel sottofondo di nichilismo frammisto a crisi identitaria; nel nonsenso finale della Storia umana ben espresso dal vuoto morale ed etico del potere in ogni sua forma, potere che ama vedere la gente e la politica come meri burattini da raggirare e far muovere sul palcoscenico dell'avidita' e cattiveria umana.
Ma soprattutto qui Eco si ripete nel sottolineare quel che vediamo ogni giorno: la perversita' delle acque torbide in cui resta intinta la pseudodemocrazia dell'Europa-delle-masse-e-non-dei-popoli e la concreta assenza di sensibilita', ideali e perfino di intelligenza minima nel cittadino comune europeo.
Va be'... ad ottant'anni non gli si puo' chiedere di far piroette.
Pero' quel che resta per me insopportabile sono i seguenti due punti irrisolti, che mi lasciano capire quanto l'Autore non sappia in verita' perche' egli scrive romanzi:
1) Il protagonista, eroe negativissimo, rappresenta un ibrido fra un ''antiEco'' ed una personificazione della Storia del XIX Secolo, ma gli si agita dentro il doppio fantasma della malvagita' diabolica e del Nulla plutocratico. Ebbene: c'e' troppo compiacimento dell'Autore in questo pessimo uomo, tanto che ci si potrebbe vedere un alter ego di Eco stesso, il quadro della natura profonda di Eco stesso insomma.
2) Cosa propongono, queste 500 pagine di romanzo dotto, all'umanita' di oggi, che non sia un mero elenco di brutture, violenza e perversita', complotti, avidita' e insensibilita' assolute?
Nulla. Eco non propone nulla. Forse perche' non offre speranza al genere umano? Non lo so... i mascheramenti del vero Io dell'autore sono troppo abili e devianti per capire cosa Eco abbia nel cuore per i propri simili. Cioe' noi. Voto: 3 / 5 |  |  |  |
sandro alberti (15-11-2011) Se il prof U. Eco ha bisogno di sfogare la sua libidine culturale, lo faccia nei saggi, invece di avventurarsi a narrarla, perchè con questo romanzo ha seppellito nel cimitero di Praga il desiderio di leggere altri romanzi. Voto: 1 / 5 |  |  |  |
Silvia (08-11-2011) Non mi reputo "non intelligente" e non facevo aeroplanini di carta durante le lezioni di storia, ma comunque non ho apprezzato molto questo libro. A me piace moltissimo Eco, soprattutto come semiologo, ma questo non vuol dire che amo e mi entusiasmo per tutto ciò che scrive. Ho dato un voto basso in quanto non ho trovato questo libro coinvolgente. Solitamente "divoro" un libro in pochissimi giorni, mentre per questo ho impiegato due mesi a mezzo per terminarlo, un'eternità. Sembra un mero elenco di eventi storici senza una trama avvincente...la "contrapposizione" Simoni/Della Piccola è palese fin dalle prime pagine e rimane "piatta" fino alla fine del libro. Sicuramente è ben scritto, ricordiamo che l'autore è uno dei massimi esperti di comunicazione italiani, ma, a mio avviso, questo non basta per definire buono il libro. Voto: 2 / 5 |  |  |  |
solo per lettori intelligenti (20-10-2011) Veramente trovo imbarazzante che ci siano persone che danno un voto così basso a questo libro. Se è vero che al giorno d'oggi esistono tanti cattivi scrittori (è che ormai siamo circondati da "grafomani" più che da scrittori,per dirla alla Kundera), è altrettanto vero però che esistono tanti cattivi lettori...mi dispiace che alcuni si facciano impressionare del fatto che il nostro scrittore-semiologo popoli il suo romanzo di eventi e personaggi che ci riportano ai nostri vecchi ricordi di scuola, ma laddove qualcuno vede vuota erudizione, in realtà non si accorge che si trova davanti un grande ipertesto in cui eventi e personaggi vengono continuamente richiamati. E non capisco nemmeno le critiche mosse allo stile di Eco: è forse uno dei pochi scrittori viventi che riuscirebbe ad incollare il lettore mentre racconta di come un uomo scende a buttare sottocasa l'immondizia la sera dopocena. E' il libro che mi ha fatto riacquistare il piacere della lettura, libro letto tutto d'un fiato. Scommetto che coloro che non l'hanno apprezzato erano gli stessi che a scuola durante l'ora di storia costruivano aeroplanini di carta...
Il lettore che cerca un libro che possa ampliare il proprio bagaglio culturale corra a leggere questo libro. Colui che si accontenta di una bella storia raccontata bene non ha che l'imbarazzo della scelta tra tanta altra cianfrusaglia. Voto: 5 / 5 |  |  |  | Recensioni 1 - 20 Recensioni 21 - 40 Recensioni 41 - 60 Recensioni 61 - 80 Recensioni 81 - 100 Recensioni 101 - 120 Recensioni 121 - 140 Recensioni 141 - 160 Recensioni 161 - 180 Recensioni 181 - 181
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