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Bufalino Gesualdo - Diceria dell'untore |
10 recensioni presenti. Media Voto: 4.8 / 5claudio (16-07-2011) Mi dispiace rovinare la media, ma a me non è assolutamente piaciuto: gli ho dato 3 perchè si vede lontano un miglio che si tratta di un grande scrittore, ma non è quello che mi aspettavo. Voto: 3 / 5 |  |  |  |
davideSSL (23-10-2009) Un libro impegnativo sia come lessico che come storia; con due aggettivi direi impeccabile e ricercato.
Ritengo che sia un libro che vada assorbito nel tempo, da leggere e rileggere negli anni: ogni volta si
scoprirebbero figure retoriche nuove, aspetti che non avevi colto precedentemente.
Davvero una bella lezione di stile e di lingua italiana. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Leo Perutz (16-10-2007) Una meraviglia! Uno dei piu' grandi romanzi lirici del nostro novecento. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Gaetano sodastream1979@libero.it (14-07-2006) splendida opera! un peccato che non si arrivi a studiarlo nei licei uno come Bufalino...la Sicilia è una fucina di talenti letterari....la diceria dell'untore oltre ad essere un omaggio a Mann è l'esempio di come potrebbe usarsi la nostra splendida e ricchissima lingua se solo lo si volesse...e poi il sanatorio, che, come nel padiglione cancro di Solzenicyn, non è un cimitero per morti viventi, ma un posto dove la vita si realizza a tal punto che alla fine pur muore! luogo di amori di invidie di dubbi e di misteri...e poi c'è quel gran magro, figura inquietante e romantica in fondo Voto: 5 / 5 |  |  |  |
marisa m.gianello@tin.it (14-03-2005) Ancora un altro bellissimo di Bufalino. Sono molto riconoscente al mio amico Giovanni per avermi iniziato alla lettura di questo geniale Bufalino. Questo libro è un inno alla vita, anche se parla di morte e di dolore. Queste persone le trovo schiave del corpo malato, ma fortemente libere e ribelli...un ritratto di umanità straordinaria, ricca di sentimenti, che son celati per pudore e sofferenza. Lo rileggerò, come rileggerò altri di questo autore. Mi aiutano a vivere. Grazie Giovanni. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
sat (13-03-2005) E' uno dei più grandi romanzi italiani del Novecento. La prosa di Bufalino non ha pari e le atmosfere di questo romanzo sono indimenticabili Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Maurizio (17-11-2004) Splendido libro, scritto in un italiano ricercato ma comprensibile. Magistrale la descrizione dei personaggi, in particolare la figura del gran Magro.
Sembra davvero di vivere in un sanatorio in un epoca nella quale la tubercolosi faceva ancora paura.
Un libro da leggere e darileggere. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Bartolomeo Di Monaco bartolomeo.dimonaco@tin.it (12-04-2003) Sono queste le parole che meglio tratteggiano e ci fanno conoscere il Gran Mago: “siamo solo miliardi di calcoli nel rene di un corpacciuto animale, la sua colica senza fine”. Il Gran Mago, ”orbo e bizzoso Geronte”, silenzioso ma robusto, e quando verrà la sua morte, docile e indifeso protagonista, è il medico del sanatorio La Rocca, “livido colombario di pietra”, “vecchia tartana” da cui emana odore “di formalina e di soave putrefazione”, e dove si trova ricoverato il protagonista, che ha un polmone tormentato “dall’invisibile camola che mi brucava in silenzio, sotto la mammella destra, in un punto che ormai conoscevo a memoria.” Dio (“Dio Mannaro”) e la morte sono i due misteri che legano la loro amicizia, e il medico, separato da una moglie “di spaventosa bellezza”, i primi tempi va a trovarlo “spesso, dopo cena” e i due si siedono sulla veranda a chiacchierare e a bere. Nella descrizione dell’ambiente desolato e cupo, da “vecchia tartana”, percepiamo i brividi e gli echi di quei versi che gridano: “O Morte o morte vecchio capitano/Ischeletrito stendi le falcate/Braccia e portami in stretta disperata/Verso le stelle”. Più che con “La montagna incantata”, si avverte, infatti, una affinità maggiore, di sostanza e di ispirazione, con il poeta Dino Campana, che meriterebbe qualche approfondimento. Anche con il dolore che nasce dai ricordi dei suoi sventurati, di cui scrisse Mario Tobino - un tenero Gran Mago, lui -, direttore di quella “vecchia tartana” che fu il manicomio di Lucca, vi è più di un’affinità.
Quei malati, reduci di guerra, rinchiusi nel sanatorio, umiliati da quei continui colpi di tosse, secchi “come uno sparo”, anelano alla vita; accolgono l’alba spesso seduti su di una panchina a piangere, e quando odono “il cigolio dei carri di zolfo in fila per la collina” che passano oltre il muro di cinta, si rizzano a vagheggiare “qualche guizzo di vita durante la via”. Oppure avvertono i nuovi rumori e il frastuono che fuori delle mura segnano la rinascita e la ricostruzione, dopo gli orrori della guerra a Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Philippe Ziglioli pziglioli@yahoo.com (02-04-2003) Bello, bello, straordinario. Una vera gemma nel panorama letterario italiano degli anni '80. Il merito di Bufalino è di aver saputo vivificare una lingua alta e poetica che in altre mani sarebbe risultata sterile e compassata, per adattarla ad una situazione molto moderna: il trauma di chi ha vissuto la seconda guerra mondiale sulla propria pelle,e sta curando le proprie piaghe in una clinica. La luce che irradia dal romanzo ha i colori della morte e della pazzia rassegnata, quella vissuta fra le quattro mura di un corridoio ospedaliero. Alla fine il protagonista torna alla vita "normale", ma con dentro una profonda ferita che gli farà rivivere il suo calvario fino all'ultimo giorno, sarà la sua "diceria" che farà di lui un "untore", cioè colui che, suo malgrado, ammorba la società con i suoi veleni. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
pluigi mazzplg@vivacity.it (12-02-2003) ecco un libro scritto da uno che conosce l'Italiano e lo usa come conviene.
Non è "impossibile" come Gadda ma ne mantiene l'alto livello, la storia poi è di quelle che ti coinvolgono trattando di una malattia che non fa più paura ma che tanto ha condizionato la vita dei ns nonni.
Da leggere.
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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