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Schmitt Carl - Ex captivitate salus |
Media Voto: 4.5 / 5Luca Ormelli lormelli@hotmail.com (21-05-2009) Ex Captivitate Salus "sentenzia" Carl Schmitt. Parafrasando JPS fu Egli Santo ovvero Martire? Ma atteso che "i santi non scrivono autobiografie" (pag.90) non meno che "la justice est une espèce de martyre" (citazione di Bossuet, vescovo e teologo ricordato da Schmitt nella sua ultima intervista di 94enne - ivi pag.131) tale quesito è destinato a rimanere inevaso. Senza dubbio è però l'importanza, la crucialità del libello in oggetto, che lo stesso giurista non dissimulò di ritenere "chiave" per l'accesso al sentiero tortuoso ma pregno di "mistero" del suo pensiero nella misura in cui "ogni situazione ha il suo segreto, e ogni scienza reca in sé il suo arcanum. Io sono l'ultimo, consapevole rappresentante dello ius publicum Europaeum, l'ultimo ad averlo insegnato e indagato in un senso esistenziale e ne vivo la fine [...]. Qui è bene ed è tempo di tacere." (pag.78). Illuminante come può esserlo il venire alla luce dalle oscurità, "dalle desolate vastità di un'angusta cella" è il saggio accluso del giurista Francesco Mercadante il quale, si direbbe sapientemente, riordina e inquadra storicamente queste pagine eclettiche per vocazione e temperamento, che l'autore stesso perorava esiziali "per comprendere ciò che è successo in Europa e in Germania nell'ultimo secolo" (pag.109). Carl Schmitt, chiamato a deporre in quella Norimberga dello spirito europeo ove però sono i vinti a scrivere la storia, "testimone" del nostro Novecento. O forse il "maggior criminale dal punto di vista morale" (come riporta Kempner, ex vicecapo della Allied War Crime Commission comandato all'interrogatorio del detentuo imputato per crimini di guerra)? Il "più cattivo degli uomini viventi" (secondo H.J.Morgenthau)? O un novello Tommaso Moro che, ritiratosi nella "sicurezza del silenzio" di un monastero domenicano dopo la scarcerazione ha fatto della propria esistenza un monito imperituro, quasi una scogliera di marmo, alla "inalienabile libertà dello spirito" (pag.18) in barba ad ogni Leviatano? Voto: 5 / 5 |  |  |  |
lucas (29-01-2003) Nella quarta di copertina è detto che l'Autore considerava questo un suo libro chiave e in effetti, raro caso di auto-interpretazione corretta, ci sono molti passi che aiutano a capire il suo pensiero, in particolare il rilievo, che scopriamo essere relativo e condizionato, del concetto di Stato. Anche l'opposizione, fin troppo celebre, amico-nemico è rivisitata, ma in un modo "esistenzialistico" che quasi imbarazza il lettore serio e tutto d'un pezzo di Schmitt.
Alcuni capitoli sono un pò difficili da inquadrare; in parte perchè la materia è varia, in parte perchè riferentisi ad aspetti poco noti della sua opera e della sua vita. Schmitt fu infatti un cattolico particolare, mistico ed "esoterico" (qui il termine vale più che altro come misterioso oppure teso a cogliere aspetti segreti e inaccessibili della storia) e naturalmente Adelphi insiste con la pubblicazione degli scritti schmittiani che più suggeriscono questo filone. Va però detto che il tutto sfocia in una filosofia della storia cristiana cattolica, da opporre ad un preteso storicismo giudaizzante.
Mi sembrava giusto far notare questo, soprattutto perchè oggi Schmitt è ripreso un pò da tutta quella gente poco dotta e laica, che si interessa al nostro Autore solo per trarre buoni argomenti guerrafondai: per esempio dicendo che qualcuno è politicamente nostro nemico e in quanto tale ci può scappare una guerra. Invece il giurista di Plettemberg ha detto cose assai più complesse giungendo a prefigurare una globalizzazione ed una sua critica in termini radicali, poco importando qui se e come operasse in questa teoria il suo anti-giudaismo. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
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