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Narrativa italiana  Moderna e contemporanea (dopo il 1945) 

Campo Cristina - Gli imperdonabili

Gli imperdonabili TitoloGli imperdonabili
AutoreCampo Cristina
Prezzo € 19,00
Prezzi in altre valute
Dati1987, XV-282 p., ill., 6 ed.
EditoreAdelphi  (collana Biblioteca Adelphi)

Attualmente non disponibile su IBS
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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

(recensione pubblicata per l'edizione del 1987)
recensione di Kleiner, B., L'Indice 1988, n. 1

Il volume raccoglie le varie "cose scritte" di Cristina Campo, nome d'arte eletto da Vittoria Guerrini; sono testi in gran parte pubblicati già precedentemente, per lo più negli anni sessanta. L'intenzione costante, sotterranea che lega gli argomenti trattati, a dire il vero assai distanti fra loro, anzi, apparentemente disparati, come la fiaba, i tappeti orientali, il destino, le figure retoriche o la perfezione estetica, è il riferimento tacito ad una esperienza interiore, alla quale, attraverso i vari temi, viene alluso senza che essa si espliciti mai fino in fondo. Non v'è quindi da stupirsi che la figura centrale e ricorrente - retorica, argomentativa e speculativa - in questa smagliante prosa, sia la litote.
Il saggio che dà titolo al volume qualifica come "imperdonabili", agli occhi dei loro contemporanei, quelle poche persone, poeti in prevalenza, che oggi sappiano ancora, non soltanto sopportare, ma "guadagnare alla mente" la bellezza e la perfezione perdute in una epoca di "massacro universale del simbolo, [di] inespiabile crocefissione della bellezza" (p. 121). Nello stesso senso vanno intese le osservazioni sulla perdita del destino individuale, in questa "epoca di progresso puramente orizzontale" (p. 73) e il conseguente tentativo di ricostruire i luoghi e gli estremi di una esperienza interiore che il proprio destino, lo sappia cogliere, ac-cogliere.
Uno dei luoghi privilegiati dove tale 'restitutio' dell'anima si compie è, accanto all'esperienza religiosa, la fiaba. Sono dei piccoli capolavori di complessità, i due saggi esplicitamente dedicati ad essa "In medio coeli" e "Della fiaba". Entra in gioco il tempo biografico della narrazione, la vecchiaia, la quale, a doppio filo, si lega all'infanzia - in quanto contenuto ricordato e destinatario della narrazione (il bambino). Questo tempo curvo viene poi intrecciato al tempo spaziale della fiaba, spazio percorso in un dato tempo (sette giorni, sette anni), "che alla fine si svelerà un labirinto, un cerchio perfetto, una spirale, una stella - o addirittura un punto immobile dal quale l'anima non partì mai, mentre il corpo e la mente faticavano nel loro viaggio apparente" (p. 17), per poi essere allacciato e stretto in quel nodo singolare dal quale si sprigiona il momento presente, il momento della rivelazione e del tempo ritrovato, il "momento della bilancia sospesa, del filo di spada, della punta di remo su cui le antitesi si conciliano" (p. 25) e che palesa ad "uno spirito trasformato... terra nuova e cieli nuovi intorno" (p. 42).
Attraverso la composizione polifonica di questi saggi che coinvolge anche il linguaggio intrecciandolo alle altre voci e conducendolo insieme ad esse, si delinea l'immagine di un tempo interiore nei confronti della quale la "durée" bergsoniana impallidisce e non sembra che una concettualizzazione unidimensionale dell'attesa e della noia. È un tempo interiore animato e ritmato dal "peuma", ed è nel suo spazio che si apprende la "caparbia, inesausta lezione della fiaba [che] è la vittoria sulla legge di necessità, il passaggio costante a un nuovo ordine di rapporti e assolutamente niente altro, perché niente altro c'è da imparare su questa terra"(p. 34)
Al di là delle leggi di necessità si colloca anche la "sprezzatura", atteggiamento morale e psicologico di difficile definizione perché "necessita di un contesto quasi perduto al mondo di oggi" (p. 98) che si direbbe però quello specifico dell'autrice. Nel saggio "Con lievi mani", Cristina Campo la descrive come una specie di trasognata noncuranza nata dalla grazia e, al contempo, estrema stilizzazione della propria esistenza, e ne dà una vasta gamma di esempi che spaziano da Gesù Cristo a Nicola, ultimo zar delle Russie, da Cosimo dei Medici a Fréderic Chopin. Di quest'ultimo afferma che "'nulla lo infastidiva di più che esser creduto sulla parola dei suoi modi dolcissimi e della sua cortesia slava': lamento, ahimé, tutto moderno dell'uomo bennato in un mondo ormai barbaro - non barbarico - da cui sono banditi i sottintesi gravi dell'urbanità, gli impervi pudori della grazia: incubo orrendamente letterale dove tutto 'vale quel che sembra' " (p. 90). Questa affermazione fornisce una chiave importante: se tale è l'appiattimento della realtà odierna, la prosa di Cristina Campo vi si oppone, è tutta intenta a riaprire, a tenere aperto questo varco fra essenza e sembianza, conferendo il massimo di dignità a quest'ultima in quanto contenitore di una essenza particolarissima, oggi sul punto di scomparire. Da qui il tratto aristocratico, l'estrema consapevolezza, la perfezione stilistica di questa prosa.
Ora però le nostre società hanno sviluppato una tale ricchezza di forme dell'apparire che non può essere questione di salvarle in quanto depositarie di essenza rara: questa si è già da tempo ritratta da esse, lasciando che entrino ad alimentare il gioco della "distinction" (Bourdieu). In queste condizioni, l'accusata prossimità fra essere e apparenza muta stato, comincia a delinearsi, proprio in essa, una 'chance', la 'chance' del momento: quella di un rovesciamento di questo rapporto. Non più: l'essenza subisce come una lesione "maestatis" l'identificazione alla parvenza, ma proprio grazie a questa stessa prossimità 'sceglie' di essere ciò che sembra. Operando questo capovolgimento, la diagnosi dei gravi danni inferti da una contemporaneità stolta e pachidermica innanzitutto alla sensibilità e alla sensualità umana, diagnosi che fa da contrappunto a questa prosa, invece di sfociare in delle invettive e in un conseguente aristocratico esilio, potrebbe finalmente tornare sul sensibile da cui è dettata, incominciare a com-prenderlo e dargli parola.
Esteriormente, nei loro risultati, queste due intenzioni si differenziano di pochissimo, in verità però stanno su sponde opposte: l'una su quella di un esteticismo nostalgico che rischia di rimanere vuota ri-affermazione di sé stesso, vuota perché speculare e autoreferentesi e in ciò puramente restaurativa; l'altra invece dal lato di una etica che delle forme dell'apparire estetico si serve per darsi i propri contorni e quindi, impercettibilmente, le sposta nel loro significato tradizionale. È indecidibile su quale dei due lati si collochi la prosa di Cristina Campo (eccezion fatta, forse, per i saggi sulla fiaba), perché a quello iato che differenzia le due intenzioni, viene continuamente alluso, esso viene evocato e saltato, colmato e riaperto e, con ciò, infine offuscato e cancellato, dal gioco della litote. Ne risulta un ché di cangiante di questa prosa, di cui non si sa se sia "lueur de la mort ou luminosité surnaturelle".

I vostri commenti
  Media Voto: 4.25 / 5

Paolo (19-09-2010)
In questi saggi un singolo concetto è diluito fino a scolorare e impreziosito da tanto ricercate quanto stucchevoli divagazioni. Una scrittura molto curata e affascinante cui manca però quel vigore che fa suscitare l'interesse per quello che si scrive e non per come lo si fa.
Voto: 2 / 5
Massimo Sannelli (20-03-2006)
L’incantesimo e la profondità possono scegliere la clausura o la catabasi nella materia-inferno. La seconda possibilità è una discesa non conservativa: dare tutto a molti, la maggior quantità possibile a tutti. La clausura può/deve essere solo comportamentale: ma i frutti devono servire a molti, come il volgare in cui sono scritti e la Rete che li sta diffondendo gratuitamente. La humanitas può/deve essere insegnata, dove non c’è: il seme può/deve cadere dove serve e dove servirà a molti. Probabilmente questo principio non è conforme agli ideali personali di Cristina Campo, in quanto individuo storico; ma è un’estrema conseguenza che appartiene al fatum dei libelli, più che a quello del singolo. C’è – ed è un insegnamento di Ernst Bernhard, mitobiografo e mitobiografato – una straordinaria commistione di intimo/inconscio e di sovrapersonale. E ci sono possibilità che devono essere, se non altro, suggerite: “l’ortodossia può parlare all’ortodossia” (Marcos Pallis, cit. in Sotto falso nome, p. 141) ma deve misurarsi con l’eterodossia in cui siamo, ognuno nella propria cella.
Voto: 5 / 5
hag reijk (19-01-2004)
Cristina Campo è il tocco lieve che ci indica gli abissi sui quali è necessario volare -ed il mezzo che ci indica è nient'altro che un tappeto volante- per non restare a guardare l'altra sponda con un cannocchiale. Occorre affrontare questa traversata per arrivare a godere col cuore (come non ricordare le sue stupende traduzioni di John Donne), per afferrare il profumo e la fragranza della parola che nel tragitto si tramuta in quelle corde rimbaldianamente tese da campanile a campanile; in ghirlande da finestra a finestra; in catene d'oro da stella a stella -e noi danziamo.
Voto: 5 / 5
matteo canale brummell@jumpy.it (04-11-2002)
La meraviglia. Sì, perché ci si meraviglia moltissimo leggendo la Campo, e proprio come prescrive Socrate dinanzi al Bello; ché davvero un'intensità di pensiero così spiccata e uno sfolgorio di lingua simile raramente c'era capitato di accostare; e in quelle, appunto, rare epifanie (benedette), mai più che per qualche esile pagina! Qui invece pare totalmente compiuto il precetto del Liki, il libro cinese delle costumanze, per cui "il rito é la cortesia, ma la musica é l'essenza del cielo e della terra". Come dire che l'ordine dei ranghi è l'imprescindibile cornice, e il suono é la sostanza di tutto l'accadere... Scriveva Marius Schneider, sommo etnomusicologo, ammiratore e amico della Campo: "il risultato della nostra educazione unilaterale, questo livello da rotocalchi, ha talmente mutilato una quantità di uomini che essi sono ormai incapaci di intuire il grande nel piccolo, il tutto nel particolare”. Cristina Campo ebbe, al contrario, la grazia di rendere la realtà sempre un poco inferiore alla aspettazione: creare associazioni spericolate tra mondi culturali generalmente non comunicanti; cavalcare i tappeti tra le vie di Bassora e la città di Rame; come flauto, sempre volgere nel cuore il sussurro del tempo in musica... concentrare mirabilmente l'universo mondo in una mandorla o nella noce notissima della fiaba: les sources de la vivonne. come vi riuscì? perché era un "autentico spirito poetico" secondo l’inarrivabile Mario Praz; perché, tra l'altro, non aveva pressoché fatto scuole - ebbe a scrivere Elémire Zolla - rimanendo pura d'ogni pregiudizio e sovrastruttura tipica della cultura di Stato ( e che Stato!); perché, infine, simile a Rublev, sapeva come cadere in ginocchio davanti alla parola. vale a dire all'Uno che fa all'inizio, secondo insegna il Maestro Slutsky. del resto, la via da percorrere ce l'aveva indicata solarmente altrove, precisando che da quattro linee essa é puntellata: il linguaggio, il paesaggio, il mito e il rito. di più, la parola, non la si può sforz
Voto: 5 / 5

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