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Sciascia Leonardo - Porte aperte |
| La recensione de L'Indice |

(recensione pubblicata per l'edizione del 1987)
recensione di Carbone, R., L'Indice 1988, n. 3
Negli anni Trenta, a Palermo, un uomo "perbene" uccide tre persone, la propria moglie e due colleghi di lavoro. Su questo crimine, la macchina giudiziaria si muove, con l'implacabile decisione che un simile caso esige: l'evidente colpevolezza dell'imputato facilita di molto le cose; la pena di morte da pochi anni ripristinata è la punizione esemplare in un periodo in cui la retorica fascista ha come punto d'onore - e di credibilità politica - la tutela dell'ordine pubblico. Porte aperte, allora, come "suprema metafora dell'ordine, della sicurezza, della fiducia: 'Si dorme con le porte aperte'".
Ma la giustizia non è fatta soltanto di meccanismi più o meno perversi, anonime aule di tribunali, toghe e "auto da fé": è fatta anche dagli uomini, da persone che in questo caso perbene lo sono veramente. La ricostruzione del processo fornita da Sciascia offre al lettore, con l'attenzione che spetta loro, due figure da questo punto di vista esemplari: il "piccolo giudice", piccolo di statura fisica e certo non morale, e un giurato, un uomo con faccia e mani da contadino, ma che ha molto letto e viaggiato, vive con una donna francese in una villa palermitana, circondato da belle cose, parla e discute di letteratura.
Sì, la letteratura ha, in questo libro, un posto di prim'ordine. È come se per Sciascia la "degnità" dei due personaggi, che impedirà, almeno nel processo di cui fanno parte, che la corte si pronunci con una umanamente indegna pena di morte, non fosse pensabile al di fuori di quei esempi che nella nostra storia hanno contribuito a crearla, la dignità dell'uomo: si tratti di un grande come Guicciardini dell'immancabile Stendhal o di un meno noto storico siciliano "poiché la letteratura non è mai del tutto innocente. Nemmeno la più innocente". Ma il lettore sbaglierebbe strada se intendesse "Porte aperte" come uno degli innumerevoli atti d'accusa contro le miserie del ventennio. Non di storia recente si discute, ma dei valori che appartengono alla cultura moderna e agli uomini che l'hanno fatta. La passione, a tratti il furore del narratore hanno origine dal rifiuto di una legge che, dopo Verri, Manzoni e tanti altri, adotti la pena di morte, sia pure in circostanze in cui essa potrebbe apparire pienamente giustificata.
Leonardo Sciascia non è nuovo a questo tipo di operazioni letterarie, che "innocenti" non sono mai. Cambia la storia particolare, l'atmosfera del periodo, ma non la tensione discorsiva e saggistica, che vuole arrivare ad un"'utile verità", e alla necessità della ragione, sia questa la 'raison' del secolo dei lumi o la sua definitiva realizzazione narrativa che ha luogo in Manzoni. Ma Manzoni, lo sappiamo, è parente di Verri. Manzoni ha scritto quella "Storia della colonna infame" da Sciascia considerata l'incunabolo del genere di ricostruzioni narrative che da qualche tempo a questa parte egli sembra prediligere. Il lettore solo un poco più paziente potrà allora andare a vedere la "Nota" posta dallo scrittore siciliano al testo di Manzoni. Con un ultimo avvertimento: che la letteratura, magari, non è innocente non solo per chi scrive, e scrivendola la fa, ma anche per chi legge.
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Media Voto: 4 / 5francois sanders francoissanders@gmail.com (04-04-2008) L'attacco è tutto. Le prime note di una canzone,le prime righe di un libro,il primo sguardo della tua donna,se sono perfetti,se li senti tuoi,ciò che seguirà sarà sublime e non sarai tradito.L'inizio di Porte aperte e' così,sopratutto perchè è estraneo alla cronaca giudiziaria raccontata da Sciascia ed alla conseguente analisi della pena di morte e del fascismo degli anni Trenta.
Eccolo. "Il piccolo giudice lo guardò con soave indugiante,indulgente sonnolenza.E il procuratore se lo sentì sulla faccia,quello sguardo,come una volta,bambino,la mano di un suo parente vecchio e cieco che voleva-disse-vedere a chi dei più anziani della famiglia somigliasse.Di quel parente mai prima incontrato,per quella mano che gli scorreva sulla faccia come a modellargliela,aveva sentito un che di ripugnanza,di ribrezzo." Più avanti,nello svolgimento del romanzo,un'altra rivelazione intima. "Amava molto sgomitolare tra i suoi libri e nei suoi pensieri,il filo di estemporanee curiosità.Da quando aveva cominciato ad avere a che fare coi libri:e perciò i suoi fratelli,che sui libri stavano con più volontà e fatica,lo consideravano un perdigiorno.Ma sapeva di aver tanto guadagnato,in quelle ore o giornate perdute;e comunque ne aveva sempre tratto piacere."
Anche Sciascia scrive sopratutto con tre 't' . Voto: 5 / 5 |  |  |  |
luigi (08-09-2007) Grande opera . Un significato profondo : il carnefice è spesso la vera vittima . Vittima di una società ipocrita e feroce in cui i deboli sono carne da macello. La pena di morte nel racconto ha un valore simbolico : è lo stato che mostra i muscoli e si serve proprio dei crimini da esso stesso provocati , per apparire forte alla sua comunità. Una prova di forza , di certo non una attitudine a migliorare il mondo.
Sciascia è un mito. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Tiziano (13-12-2003) Regà dateme retta, la prof me l'ha fatto legge per un compito in classe e su 16 persone nessuno l'ha capito, poche pagine potevano far sperare ad un libro scorrevole, purtroppo non è stato così, un mattone di quelli proprio duri. mi dispiace per Leonardo Sciascia che è stato un grande scrittore però. Voto: 1 / 5 |  |  |  |
chiara (28-05-2002) Sciascia è un grandissimo autore!!!! Con questo libro mi ha riempito ilcuore e l'anima!!! Peccato che è morto così presto poteva darci ancora tanto!!!!! Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Andrea Malaguti andre_mala@yahoo.com (13-12-2000) Uno dei libri piu' profondi della letteratura italiana contemporanea. Pochi scrittori hanno usato un linguaggio cosi' asciutto e preciso per far pensare veramente. E' un gran peccato che Sciascia non sia piu' con noi. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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