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Filosofia   Storia della filosofia occidentale  Dal 1900 

Heidegger Martin - Segnavia

Segnavia TitoloSegnavia
AutoreHeidegger Martin
Prezzo
Sconto 15%
€ 38,25   Spedizioni gratuite in Italia
(Prezzo di copertina € 45,00 Risparmio € 6,75)
Prezzi in altre valute
Dati1987, XIV-522 p., 4 ed.
CuratoreVolpi F.; Herrmann F. W. von
EditoreAdelphi  (collana Biblioteca filosofica)

Disponibilita immediata
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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
HEIDEGGER, MARTIN, Segnavia, Adelphi, 1987

HEIDEGGER, MARTIN, Ormai solo un Dio ci può salvare. Intervista con lo Spiegel, Guanda, 1987

HEIDEGGER, MARTIN, I problemi fondamentali della fenomologia, il melangolo, 1987
recensione di Bonola, M., L'Indice 1988, n. 1

In paradossale sincronia con l'acceso dibattito critico-politico su Heidegger di queste ultime settimane escono quasi contemporaneamente in versione italiana tre opere del filosofo tedesco, due delle quali sono di notevole rilievo per la comprensione dell'evoluzione storica del suo pensiero, mentre la terza ha il carattere di una interessante testimonianza autobiografica. Sono opere di natura ed epoca molto diverse tra loro: un corso universitario del 1927 dedicato a "I problemi fondamentali della fenomenologia", una raccolta di saggi, "Segnavia" (1967), e una lunga intervista del 1966, "Ormai solo un Dio ci può salvare", che affronta tra l'altro i contorni personali e politici del controverso rapporto di Heidegger con il nazionalsocialismo.
Dal punto di vista cronologico il corso del semestre estivo del 1927 a Marburg, strettamente contemporaneo alla pubblicazione di "Essere e tempo", riporta alle tematiche heideggeriane degli anni Venti, pur essendo apparso anche in Germania soltanto nel 1975. L'interesse di fondo di queste lezioni deriva direttamente dall'autointerpretazione dell'autore, che nelle sue annotazioni manoscritte a "Essere e tempo" rinvia a questo corso per l'esposizione di una parte inedita di quell'opera, rimasta incompiuta. Si tratta della terza sezione della prima parte, originariamente progettata sotto il titolo di "Tempo e essere", e destinata a rappresentare l'esito fondamentale della problematica ontologica dell'intero scritto. Il richiamo alla connessione con "Essere e tempo", ribadito da un analogo rimando in "Segnavia", dove si afferma addirittura che il corso, nel suo complesso, fa parte di "Essere e tempo", parte I, sezione III, "Tempo e essere", viene posto anche in apertura delle lezioni (p. 1, nota). Nonostante l'insistenza di queste indicazioni il destino del corso ed il suo esito teorico appare analogo a quello del capolavoro del 1927; non soltanto esso si interrompe assai prima del previsto, ma agli sviluppi della tematica di "Essere e tempo" sono dedicati solo gli ultimi quattro paragrafi (sgg. 19-22) del testo, la definizione cioèé del rapporto tra la temporalità dell'esistenza e il tempo dell'essere. Il tentativo di elaborare una ontologia del tempo sul fondamento della temporalità umana resta indubbiamente il fine di queste lezioni, ma il suo esito è aporetico. Il rapporto tra la temporalità dell'esistenza umana e quella dell'essere rimane irrisolto: Heidegger insiste sul primato della temporalità dell'essere in connessione con l'essere temporale dell'uomo, ma non sembra poter elaborare, n‚ lo farà in seguito, una soluzione ontologica di questa delicata questione nella quale aveva creduto di poter trovare il terreno di rifondazione dell'ontologia. Al di là della questione del tempo, il corso contiene nella sua prima parte una interessante analisi, critica e molto articolata, della fenomenologia husserliana, mentre la conclusione presenta una prima embrionale tematizzazione della "differenza ontologica" (la radicale differenza tra l'essere e gli enti). Quest'ultimo aspetto, fondamentale per l'evoluzione della filosofia di Heidegger, proietta l'interesse per la stagione dei corsi marburghesi al di là degli anni Venti, connettendosi teoreticamente con i primi saggi raccolti in "Segnavia".
"Segnavia" (Wegmarken) è infatti la più estesa raccolta di saggi pubblicata da Heidegger (1 ed. 1967, 2 ed. ampliata 1976) e consta di quattordici saggi relativi ad uno spettro cronologico molto esteso: dai primi anni Venti agli inizi degli anni Sessanta.
Il curatore di questa edizione italiana, Franco Volpi, ha ritradotto l'insieme dei testi, (in gran parte già tradotti) corredando l'opera un utilissimo glossario. Il suo significato complessivo, racchiuso nello stesso titolo scelto dall'autore, allude (nell'autointerpretazione di Heidegger) ai passaggi decisivi del suo cammino, le pietre miliari da lui stesso poste a delimitare itinerari e spazi della sua ricerca, in uno sforzo che, pur nell'evidente disparità degli orizzonti esplorati, gli appare "(...) una serie di tappe sulla via di un solo problema: quella dell'essere". L'insieme di queste tappe, costituite dai più significativi e importanti saggi della vasta produzione heideggeriana, consente inoltre di ripercorrere con continuità l'itinerario evolutivo del suo pensiero, lungo l'arco di oltre quarant'anni. La peculiarità di questa edizione dei saggi ed il motivo di maggiore interesse per lo studioso è rappresentato da un esteso apparato di annotazioni marginali apposte da Heidegger sulle copie personali delle varie opere. Esse consistono non tanto in varianti testuali relative alle idee esposte, quanto piuttosto nel costante tentativo di ritradurre i concetti del passato in altri concetti, in uno sforzo di reinterpretazione diretto alle opere meno recenti e condotto alla luce degli sviluppi successivi del suo pensiero. Il movente di questa autointerpretazione è significativo: ritrovare o reinventare a posteriori l'unità del pensiero ripercorrendone l'itinerario nella convinzione della fondamentale unicità della tematica, quella dell'essere. In questo senso lo sforzo auto-ermeneutico dell'autore contribuisce ad esempio, come segnala Volpi nella sua "Avvertenza", alla ridefinizione del momento della "svolta" e del superamento delle tematiche di "Essere e tempo". Una nota di Heidegger al saggio "Dell'essenza della verità" (1930) colloca con estrema precisione la genesi della "Kehre": "tra i sgg. 5 e 6 il salto della svolta (che è essenzialmente nell'evento"), anticipandola notevolmente e connettendola al successivo irrompere della problematica dell'evento ("Ereignis"). Altre due note manoscritte riferiscono al 1936 e alla concezione dell'essere come evento il significato autentico e profondo della svolta " (...) poichéé dal 1936 - scrive Heidegger - 'evento' è la parola chiave del mio pensiero" (p. 270 nota a). In altre annotazioni Heidegger non esita tuttavia a prendere le distanze da alcune posizioni che, pur dotate di un valore storico ed evolutivo nella parabola del suo pensiero, egli ritiene superate. Il caso più interessante riguarda il senso di un'intera opera, il saggio "Dell'essenza del fondamento", di cui l'autore indica esplicitamente l'autocritica e il superamento in "Der Satz vom Grand" (1957, ma inedito in italiano). Evidentemente anche "le tappe sulla via del problema dell'essere" non in tutti i casi consentono di ricostruire un itinerario perfetto ed evolutivamente coerente del proprio cammino, neppure per lo stesso Heidegger, che indubbiamente e intenzionalmente amava autointerpretarsi in modo univoco.
Nel breve testo "Ormai solo un Dio ci può salvare" la rilettura riguarda non tanto la reinterpretazione del pensiero ma il vissuto di un momento difficile della biografia del filosofo: la presunta adesione all'ideologia nazista nei dieci mesi del Rettorato di Heidegger a Friburgo. Questa problematica, riportata alla ribalta dal libro di Victor Farias, costituisce il nucleo dell'intervista a "Der Spiegel" resa il 23 settembre 1966 e pubblicata solo dopo la morte del filosofo, come da contratto ma con estrema tempestività, il 31 maggio 1976 (Heidegger era morto cinque giorni prima). Essa ribadisce il contenuto di un testo scritto nel 1945 a futura memoria "Il Rettorato 1933-34". "Fatti e pensieri" pubblicato in seguito (1983) unitamente alla celebre e discussa prolusione per l'assunzione del rettorato su "L'autoaffermazione dell'università tedesca" (27 maggio 1933). Nella prima parte dell'intervista Heidegger nega in modo assoluto ogni coinvolgimento ideologico, politico e pratico con il nazismo (accettando perfino dall'intervistatore la definizione di "untpolitischer Mensch" (p. 129), rigetta le calunnie circa la degenerazione dei suoi rapporti con Husserl e Jaspers per motivi di antisemitismo, rivendica infine un ruolo di emarginazione, censura e intimidazione nel decennio successivo alle sue dimissioni - in ciò smentito, almeno in parte, dal libro di Farias - fino ad essere oggetto di sorveglianza speciale, privato dell'insegnamento e inviato nel 1944 a scavare trincee sul Reno. Non è tuttavia esatto affermare che Heidegger neghi ogni addebito. Egli appare ragionevolmente preoccupato di smentire e smascherare la calunniosa aneddotica e le accuse infamanti ma, seppure in modo molto sfumato, sostiene in fondo l'ineluttabilità, l'assoluta necessità della sua decisione di assumere il rettorato nel 1933, di fronte a quella "rottura" (p. 108 e 129) con la storia che il nuovo regime sembrava rappresentare, Heidegger insomma nega tutto tranne la risposta data all'appello della "necessità storica", all'evento di un destino epocale che si manifestò nella forma di una "rottura" ideologica. Di questa esperienza Heidegger sembra rivendicare e rileggere il senso di una 'interiorizzazione della necessità', la responsabilità di un dover-essere ineludibile e assoluto, necessaria proprio per "(...) sottrarsi alla stretta momentaneamente invincibile dell'ora accettando la disperazione senza ammettere l'annientamento totale (...). È l'intenzione immediata di trovare nella sconfitta la vittoria, nella massima perdizione il seme della salvezza, nel nulla dell'umiliazione il tutto della riscossa. È insomma, nel fondo, un'identificazione di sè nello "hic et nunc" della sconfitta" (cfr. l'introduzione A. Marini, p. 78). Nel momento stesso in cui rivendica la propria estraneità al nazismo Heidegger sembra in sostanza richiamarsi a motivi propri della destra tedesca tra le due guerre: l'interiorizzazione spirituale del supremo appello della necessità, l'ergersi dell'io nella sconfitta fino a vedervi la metamorfosi di una più alta vittoria, lo stesso significato, per Heidegger storico e metastorico, del distico hoelderliniano "là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva". Una analoga reazione all'esperienza di quegli anni si ritrova infatti nei memoriali di almeno due biografie parallele alla sua, quelle di E. J|nger ("Diario" 1941-45) e di Carl Schmitt ("Ex captivitate salus"), entrambi coinvolti, sebbene a livello diverso, nella pericolosa avventura della destra tedesca. Ma la riflessione sulle eventuali implicazioni politiche della concezione heideggeriana dell'ontologia e della storia della metafisica rimane un cammino arduo e ancora tutto da percorrere.

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