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Narrativa straniera  Moderna e contemporanea (dopo il 1945) 

Bachmann Ingeborg - Il caso Franza. Requiem per Fanny Goldmann

Il caso Franza. Requiem per Fanny Goldmann TitoloIl caso Franza. Requiem per Fanny Goldmann
AutoreBachmann Ingeborg
Prezzo € 12,00
Prezzi in altre valute
Dati1988, 198 p.
CuratoreKoschel C.; Weidenbaum I. von
TraduttoreOlivetti M.
EditoreAdelphi  (collana Fabula)

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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Forte, L., L'Indice 1988, n. 8

Qualcuno si chiede con insistenza e nervosismo dove mai sarà Franziska, detta Franza, fuggita da una clinica di Baden nei pressi di Vienna, mai ricomparsa a casa sua, nella lussuosa abitazione che divide con il marito, il rispettabilissimo e famoso psichiatra viennese Jordan. Quel qualcuno è suo fratello, il geologo Martin Ranner, divenuto in poche ore e contro la propria volontà investigatore degli altrui destini. Doveva essere in Egitto per ricerche scientifiche e si trova catapultato di nuovo a Vienna; sotto gli occhi ha un telegramma disperato della sorella, un grido d'aiuto penetrato come una lama tagliente nel suo cervello.
Siamo alle prime battute del romanzo postumo di Ingeborg Bachmann, "Il caso Franza", che Adelphi propone ora, a distanza di dieci anni dalla sua uscita in Germania, nell'ottima traduzione di Magda Olivetti. Ancora una volta fra le pagine della più grande scrittrice austriaca di questo secolo, un viaggio, una ricerca, pressanti interrogativi che rischiano di dilagare per tutto il romanzo. Ancora una volta - come nell'ultima parte di "Malina" (Adelphi, 1987) - quella leggera suspense che rende le ultime prove narrative della Bachmann terribilmente intriganti, quell'ombra di poliziesco che trasforma il mondo in un oggetto da investigare e la narratrice (o i suoi personaggi) in lucidi smascheratori di ipocrisie e inganni maschili.
Ma c'è di più. Proprio con "Malina" la Bachmann iniziava un ciclo dal titolo: "Cause di morte". Esso includeva "Il caso Franza", non completamente rifinito (restano parecchi abbozzi qui pubblicati) e un altro romanzo incompiuto, presente anch'esso nel volume di Adelphi, "Requiem per Fanny Goldmann", tragica storia di un amore segnato da egoismi e sfruttamento. Dietro tale progetto alberga l'immagine di un universo non placato, percorso da lacerazioni continue e si afferma la consapevolezza, maturata in tante esperienze di vita e di scrittura, che i rapporti umani (e in primo luogo quelli fra uomo e donna) siano improntati alla sopraffazione e alla violenza.
Basta sfogliare qualche dichiarazione della scrittrice, rileggere un paio di interviste ed ecco emergere il luogo originario di tale incrinatura: "C'è stato un momento determinato che ha distrutto la mia infanzia - viene detto -: l'ingresso delle truppe di Hitler a Klagenfurt. Fu qualcosa di così orribile che i miei ricordi iniziano con questo giorno: con un dolore troppo precoce, e con un'intensità che forse in seguito non ho mai più provato (...), quell'immane brutalità che era percepibile, quel vociare, quel cantare e marciare - il sorgere della mia prima angoscia mortale".
Da allora Ingeborg Bachmann ha concentrato le proprie forze nel rendersi aliena a ciò che le era familiare: con la fuga, l'allontanamento. Prima a Vienna, dove il dolore si riaccende, e tenerezza e violenza, amore e distruzione sono insopportabilmente ricongiunti. Poi, via per il mondo, a New York, in Inghilterra, a Roma, sua seconda patria. Non era disaffezione, ma l'itinerario obbligato di chi tenta di riconquistare le origini, l'autenticità vilipesa decantandole in estranea lontananza. E dietro a lei si muovono i suoi personaggi, con analoghe paure, tallonati da un'instabilità quasi patologica, lungo un arco che accomuna i protagonisti delle prime prose (per esempio il giovane del racconto "Il trentesimo anno" nell'omonimo volume del 1961) con le donne delle ultime prove narrative di "Tre sentieri per il lago" (Adelphi, 19862).
C'è stata una fase nella Bachmann di epidermica ribellione, di coraggio reboante culminata in quel grido d'apertura nel racconto "Ondina se ne va": "Voi, uomini! Voi, mostri!". Era il suo femminismo più battagliero, quando la lotta sembrava ancora possibile. Con gli anni le illusioni si sono frantumate. Franza è divenuta un caso clinico, un'anomalia in un universo di apparenze e di forme ordinate.
Franza ora fugge, si nasconde, distrutta nel fisico e nello spirito: è subentrato lo sgomento, la rassegnazione. L'accompagna un senso di inevitabilità del disordine e la segreta certezza che la tragedia è prossima, giacché gli assassini sono tra di noi.
I mostri maschili hanno indossato il doppiopetto, le atrocità sono pane quotidiano, imbellettate da una patina di normalità. Di ciò parla anche il caso Franza, così postillato in una sorta di prologo-abbozzo: "Cause di morte, tra queste rientrano anche i delitti. Questo è un libro che parla di un delitto (...) io affermo che ancora oggi moltissime persone non muoiono ma vengono assassinate. (...) I delitti che hanno bisogno dello spirito, che turbano il nostro spirito e meno i nostri sensi, quelli insomma che ci toccano più profondamente avvengono senza spargimento di sangue, e la strage si compie entro i limiti del lecito e della morale all'interno di una società i cui deboli nervi tremano di fronte agli atti belluini".
Tutto il capitolo centrale del romanzo, dal titolo "L'epoca Jordan*, è una vibrata disamina di tale processo e una dolente litania sulla propria esistenza ridotta nelle mani del marito psichiatra a un caso, oggetto di studio e di analisi. Ecco il lento ma progressivo disgregarsi di una personalità, cui non resta che ammettere: "Io sono tutta sfaldata per via di un diabolico esperimento...". Sono pagine che trasmettono profonda inquietudine, cadenzate su ritmi nevrotici, vorticosamente inanellate su se stesse: senza uscita, prigioniere della propria mortale disperazione. Qui la Bachmann si muove tra una sceneggiatura alla Fassbinder e le tese sequenze di un monologo da 'Kammerspiel'. Come sul finale di "Malina", l'esperirnento, il lento volgersi alla distruzione scivola in un silenzio assoluto, nell'omertà sociale, in un sistema di vita in cui ragione e follia si confondono e dove la paura resta dominatrice.
Già nelle prime prose si poteva leggere: "Questo mondo indegno è il risultato di un ininterrotto rifiuto della libertà". Rendere libero il mondo e possibile l'amore senza vincoli di subalternità è sempre stato il sogno della Bachmann. "Il caso Franza" non denuncia solo l'utopia di tale progetto, già decaduto con il romanzo "Malina", che tentava di evocare con la scrittura ciò che la vita disdegna, ma ne svela una possibile mistificazione. Dietro la facciata del perbenismo e dell'ipocrisia, dietro il dialogo e l'amore, nella burocratica sensibilità sociale, tra ruoli e funzioni, l'animale uomo coltiva la sua insaziabile aggressività: risultato è "il terrore, l'attacco massiccio sferrato alla vita". Sminuzzato in tante schegge, questo discorso percorre non solo il romanzo, ma l'intera esistenza della Bachmann, conclusasi tragicamente.
Qui, per la prima volta, le radici lontane sono state dilavate dalla forza corrosiva dell'intelligenza disinibitrice, e pertanto evidenziano tutte le loro ramificazioni. E sono facilmente intuibili dietro il padre padrone, il prototipo di ogni inesorabile autorità: genitore e marito confluiscono in un'unica immagine nel sogno di Franza, così come al destino delle donne si associa quello dei più deboli, dei primitivi, di chi contro razionalizzazione e disincantamento del mondo invoca o pratica una sacralità che è pietas e rispetto di ogni individuo.
Ritrovata dal fratello nel villaggio della loro infanzia, in Carinzia, Franza ridiscende con la memoria in un passato che cela qualche tenue segnale di verità, qualche possibile epifania. Nella prima parte del romanzo, "ritorno a Galicien", la Bachmann ha riciclato ancora una volta i luoghi antichi dell'infanzia in una commistione di amarezza e desiderio. È Martin, qui, il filo conduttore, il più giovane fratello, l'angelo custode di tante verità sepolte. Quel bisogno di dolcezza senza prevaricazioni che la donna attende si sedimenta in lui come nella figura del Sire, un comandante inglese ai tempi dell'occupazione, transitoria speranza verso una sensibilità maschile votata all'affetto e alla comprensione.
In un mondo schiacciato dal male, in cui tutto viene profanato, Franza inizia un insolito itinerario come per sciogliere da sé tutte le scorie di civiltà che come lebbra rischiano di condurla a morte. Così anche la Bachmann parte per un viaggio d'iniziazione alle origini del mondo, in un'improbabile evocazione della rinascita. È la via del deserto, la fuga di Franza che accompagna Martin in Egitto e in Sudan. È la via della morte, che Franza riceverà da un bianco che l'ha violentata. Il viaggio attraverso la malattia si rivela, da ultimo, come vocazione all'autosacrificio, urgenza di evocare con la morte un atto di purificazione, quel lavacro che ella immagina di ricevere dalle acque in piena del Nilo, che tutto conservano e rigenerano.
È difficile valutare le pagine finali, ma non definitive, del terzo ed ultimo capitolo, in cui si sommano raptus lirici e incandescenti immagini e visioni del deserto. Difficile anche non scorgervi una fuga inutile per chi, debole e braccato, è preda di ogni violenza. Vittima e carnefice sembrano gli archetipi di un'eterna lotta che occupa l'intero spazio narrativo della scrittrice. La sua origine è il nazismo, violenza programmata e universale; la sua storia è riversata in ogni sagoma d'autorità, nello sviluppo stesso della civiltà intesa come depredamento. A tale processo sembra sottrarsi, per i brevi attimi della sua durata, l'incantesimo della scrittura, quell'immaginario femminile che con "Il caso Franza" scrive la storia di una disperazione, con tratti di concitata nevrosi, e quella di una ideale ripresa nella riscoperta dell'alba del mondo.
Il destino di Franza, come quello della città sudanese di Uadi Halfa, è di essere sommersa, annientata. Una gelida ventata kafkiana spazza via ogni misericordia, ogni allusione ad un possibile ritorno: ma essa dissolve come pulviscolo anche i germi d'una civiltà malata e depressa e volatilizza le vecchie parole inutili per qualsiasi invocazione del futuro. Mentre Franza riscopre tra le dune del deserto, nella leggerezza del nulla, altri modi di vita e altre umane dimensioni, non manca di riconoscere che l'annunciazione è d'altra natura. Forse questo romanzo, sciolto dalla sua più inquietante ed immediata realtà, tenta di enunciare quel luogo magico in cui avviene la creazione: lì nell'assenza di ogni discorso e di ogni violenza, dove "il mondo è gesto, incedere, luce, buio, attesa, nemmeno una parola...".

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