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Macchia Giovanni - I moralisti classici. Da Machiavelli a La Bruyère |
| La recensione de L'Indice |

recensione di Boitani, P., L'Indice 1989, n. 5
Tra Don Giovanni e Don Rodrigo, ma anche prima di loro, ci sono i moralisti classici, di cui Macchia pubblicò un'affascinante antologia, ora riproposta, fin dal 1961. Se gli scenari secenteschi stabiliscono paralleli e diffrazioni tra vita e scrittura, tra personaggi reali da una parte e teatrali o romanzeschi dall'altra, i moralisti illustrano la meditazione sulla vita che la scrittura compie tra Cinque e Seicento. Dalla sua solitudine, il moralista osserva un mondo in crisi, eminentemente mobile; si affaccenda intorno ad "un'immagine labile e incerta per sedurla e copiarla". E Macchia raccoglie queste immagini in grandi campiture, nelle quali lascia parlare gli autori stessi, accompagnandone le riflessioni con una splendida "Introduzione" generale e brevi considerazioni su ciascun brano e ciascuno scrittore.
Machiavelli, il padre fondatore del genere, affronta l'incertezza discutendo del potere (cioè dell'uomo) con la lucida certezza della ragione, ma già Guicciardini s'affida al "ricordo", al frammento. Ancora in Italia, Castiglione rivela l'altro volto dell'uomo rinascimentale, quello "idillico", costruendo l'immagine ideale della "corte" di Urbino, e Guazzo indica il difficile equilibrio tra "conversazione" e "solitudine", mentre in Spagna Antonio De Guevara si abbandona all'idillio della solitudine bucolica. È proprio dal "piacere della solitudine" che nasce il saggio di Montaigne, lo sperdersi del pensiero non sistematico, ma infinito, su se stesso, della cui ammaliante mancanza di punto fermo discorreranno più tardi nel libro Pascal e De Saci. Se in Montaigne e Bacone questa meditazione ha ancora un equilibrio, esso si rompe subito. La solitudine è l'anticamera della malinconia, della follia: ed ecco l'"Hospidale de' Pazzi Incurabili" di Tomaso Garzoni, ecco l'"Anatomia" di Burton (o, più leggeri e sereni, Quevedo e Browne). Il Potere, tuttavia, è sempre più forte: torniamo, con l'arte della dissimulazione, a Graci n, a Mazzarino, e giungiamo a Torquato Accetto, che non sa decidere tra i due estremi, la Corte e la cella solitaria, tra il Cardinale e Pascal. La moralità è scomparsa, rimane "il gioco degli interessi immediati". Di contro, si staglia appunto Pascal, nell'austero isolamento dei "moralista puro", così diverso dell'analitico Cartesio delle "Passioni dell'anima".
Tra Pascal e La Bruyère il filo della solitudine è continuo: per ambedue il "male" nasce dal non stare soli. Ma il "male" del primo, che si ritira dal mondo, è diverso da quello del secondo, che nel mondo si intrattiene. Tra i due, tra la corte e la cella, La Rochefoucauld: nel salotto, ma in esso "isolato", "gelido e amaro" nelle sue riflessioni e nelle sue massime. Dopo di lui, non resta a La Bruyère che guardare gli uomini da vicino, uno per uno, nel loro passare attraverso il tempo, nella "labilità" dei dettagli, dei gesti, degli accenti. I "caratteri" stanno per diventare personaggi di romanzo. I "moralisti" scavano tra le nostre passioni. Con le "linci del discorso'' scoprono le "seppie dell'animo". Da loro, credo, noi possiamo apprendere, forse non più imparare.
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