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Artaud Antonin - Van Gogh il suicidato della società

Van Gogh il suicidato della società TitoloVan Gogh il suicidato della società
AutoreArtaud Antonin
Prezzo € 14,45
(Prezzo di copertina € 17,00)
Dati1988, 182 p., 6 ed.
CuratoreThévenin P.
TraduttoreManganaro J. P.; Marchi E.; Dumoulié C.
EditoreAdelphi  (collana Biblioteca Adelphi)
 
Disponibile anche usato a € 8,50 su Libraccio.it

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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Streiff Moretti, M., L'Indice 1989, n. 6

Il 16 gennaio 1948 il premio Sainte-Beuve per la saggistica veniva assegnato a questa requisitoria allucinata, firmata da uno scrittore notoriamente "pazzo": tramite l'identificazione con il pittore (geniale, pazzo, suicida), Artaud bollava la società e gli psichiatri con lo stesso marchio d'infamia che essi avevano adoperato nei suoi confronti. E l'attribuzione a "Van Gogh il suicidato della società" del paludatissimo "Sainte-Beure" è senz'altro indicativa della cattiva coscienza di una collettività che tante colpe recenti sentiva ancora inespiate.
Quando, nel gennaio del 1947, era stata allestita dal Musée de l'Orangerie una mostra dedicata a Vincent Van Gogh, Artaud era da soli sette mesi tornato in libertà, dopo quasi nove anni trascorsi in asili psichiatrici. La Francia aveva appena terminato la conta dei reduci e delle vittime di altri internamenti, ed erano gli anni dell'esistenzialismo. Negli ambienti intellettuali ed artistici di Parigi, Artaud era tutt'altro che uno sconosciuto, anche se pochi serbavano un ricordo diretto del fondatore dell'effimero Théatre Alfred-Jarry, del traduttore del "Monaco di Lewis" e dell'autore di "Héliogabale". Le manifestazioni di solidarietà organizzate da scrittori ed artisti a favore del poeta redivivo, nonché alcuni testi apparsi in riviste quando ancora era ospite del manicomio di Rodez (come la "Lettre sur Lautréamont", accolta con entusiasmo dai "Cahiers du Sud") avevano contribuito a circondare il personaggio di un'aura di scandalo e di attesa. Si aggiunga che l'editore più prestigioso, Gallimard, già si era offerto a curare l'edizione integrale delle opere.
Il testo nasce da una provocazione di Pierre Loeb il quale, nel preciso intento di spingere Artaud a scrivere su Van Gogh, gli spedì un articolo apparso sul settimanale "Arts", a firma di un medico che pretendeva "fare il punto del pensiero moderno sulla pazzia del pittore" (l'articolo è allegato al saggio di Artaud, ottimamente curato da Paule Thévenin e tradotto con grande onestà e precisione in una lingua asciutta, molto vicina allo stile artaudiano). In questa esercitazione da psichiatria positivista alla Lombroso, Artaud riconosceva gli ingredienti di una diagnosi che aveva giustificato agli occhi dei benpensanti e dei suoi stessi famigliari la reclusione, i maltrattamenti fisici, la camicia di forza e gli elettrochoc: la scienza ufficiale continuava insomma a considerare l'opera di un artista come prova a carico in un processo per degenerazione mentale. Ribellatosi contro il luogo comune della contiguità tra genio e follia e contro l'inevitabile corollario dell'ereditarietà, egli inserisce invece l'individuo di eccezione nel filone degli esseri superiori perseguitati in quanto tali da una società "tarata".
Ed è così che, in risposta allo sforzo di lucidità compiuto da un individuo, davanti allo scalpello "da beccaio" del suo sguardo scrutatore, il mondo esterno si rinchiude e oppone, per non essere scalfito, un muro di pavidità. Nel silenzio di una massa anonima che lo guarda con occhio vitreo, l'artista - ogni artista geniale - percepisce "ondate massicce di odio", le stesse che Artaud sentiva già nel manicomio di Rodez. Colui che gli psichiatri chiamavano schizofrenico accusa ora il delirio collettivo di una società malata che non ammette e non tollera l'esistenza di un altro da sé. Non c'è posto, dice Artaud, per una personalità non scissa come quella di Van Gogh quando la mediocrità della massa fa appello agli psichiatri per gelosia verso il genio nel quale vede sempre un nemico: non appena un genio del calibro di Van Gogh (o di Artaud) riesce a trovare il posto del proprio io tra spirito, corpo e carne, accingendosi ad aggredire le contraddizioni di cui si nutre e si avvelena la società, quest'ultima si vendica facendo irruzione in lui per ucciderlo. La "follia" suicida è questo irrompere del mondo esterno che riesce a far scoppiare l'involucro dell'io sotto la pressione delle idee collettive. Di qui l'ammonimento a non alzare lo sguardo al di sopra del piano sensoriale, per resistere all'invasione del mondo delle idee: "Non pensate mai!".
Al di là del virtuosismo con il quale lo scrittore riesce ad invertire lo sguardo accusatore, operando quello che in francese si usa definire un 'renversement du stigmate', Artaud ha effettivamente risposto alle attese e consegnato alle stampe un testo "scandaloso": non tanto, e non soltanto, ponendo sotto accusa la società per il fatto incontrovertibile che "non ci si suicida da solo ", ma perché, contrariamente a predecessori illustri come il citato Nerval che narrava da sano l'esperienza della follia, egli ignora la frontiera tra razionale e irrazionale. E se è vero che la libertà è abolizione dei limiti, questo è un testo scandalosamente libero per il fatto di infrangere, insieme alla razionalità, il principio d'ordine che costituisce la regola fondamentale della società civile. Dietro il principio d'ordine, Artaud scorge l'acquiscenza all'autorità: la società fondata sul sacrificio umano, il patto scellerato di esclusione, tortura, uccisione di tutti coloro che non rientrano nei suoi limiti razionali. E la provocazione di questo testo sta, anche oltre le stesse intenzioni dell'autore, nel farci sentire la voce delirante dei "suicidati della società" che sono l'altra faccia dell'ordine.
Ma per lo scrittore, esso è innanzitutto uno strumento, forgiato dall'uomo di teatro che Artaud non ha mai smesso di essere. Di teatro e non di spettacolo: qui non si tratta di commuovere, ma di colpire nel vivo il lettore, di costringerlo talvolta a urlare il suo dissenso verso un discorso che dà forse una buona rappresentazione della realtà, ma che non è la realtà; si tratta di far sì che venga fuori il suo desiderio isterico di ordine, la sua faccia di assassino. E far sì che nel contempo egli si identifichi con la vittima, che senta come un ferro rovente questa sua intima contraddizione, che sia insieme il volto scoperto e la faccia nascosta dell'oppressione. Lo scandalo insomma è che l'irrazionale sia vero.

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