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Bernhard Thomas - Il nipote di Wittgenstein. Un'amicizia

Il nipote di Wittgenstein. Un'amicizia TitoloIl nipote di Wittgenstein. Un'amicizia
AutoreBernhard Thomas
Prezzo
Sconto 15%
€ 12,75
(Prezzo di copertina € 15,00 Risparmio € 2,25)
Dati1989, 132 p., 4 ed.
TraduttoreColorni R.
EditoreAdelphi  (collana Fabula)

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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
BERNHARD, THOMAS, Il nipote di Wittgenstein

BERNHARD, THOMAS, Eventi
recensione di Bernardi, E., L'Indice 1990, n. 8

Ogni tanto nei libri di Thomas Bernhard si parla di Ludwig Wittgenstein. Le citazioni sono rare, ma capita che di un personaggio si dica che sta leggendo il "Tractatus". Molti di loro amano scrivere "Zettel" (appunti) e quando muoiono ne lasciano fasci agli eredi. Insieme a Pascal, Montaigne e Schopenhauer, Wittgenstein è indubbiamente una delle stelle che sfavillano nel firmamento teso sopra le teste tormentate di questi personaggi solitari, chiusi dentro castelli vuoti, in una fornace abbandonata o in una capanna in mezzo al bosco. Anche se dicono di non averne letto le opere (come dichiarava Bernhard stesso, del resto), sembrano essere stati comunque impressionati dalla radicalità del suo modo di pensare, o meglio dalla stretta connessione che c'era in lui fra vivere e pensare. Certo nessuno di loro fa il maestro di scuola, ma quasi tutti hanno rapporti difficili con gli immensi patrimoni ereditati che si trovano a dover amministrare e di cui cercano di liberarsi al più presto, di solito usando il denaro che ne ricavano non tanto per aiutare giovani poeti (come aveva fatto il loro presunto modello, anche se non si era trattato di una somma strabiliante), ma per fondare o sostenere istituti per il recupero di ex ergastolani. L'ultimo di questi personaggi in ordine di tempo, il Murau di "Ausl÷schung" (Estinzione, 1986), una volta morti i genitori e il fratello, dona invece tutta la sua immensa proprietà (sempre la stessa, quella che già incombeva con tutto il suo peso sui personaggi dei primi racconti) alla comunità israelitica di Vienna.
Qualche volta la figura di Wittgenstein che aleggia sopra e dentro l'opera di Bernhard (e di cui una volta bisognerà pur soppesare la consistenza agli effetti di un'analisi approfondita che vada al di là di considerazioni generiche) sembra incarnarsi un po' più concretamente in un personaggio: il Roitharner di "Korrektur", (Correzione, 1975, uno dei romanzi-chiave della parabola bernhardiana, che da molto tempo attende il suo turno di traduzione in italiano), non solo proviene da una famiglia ricchissima, ma insegna a Cambridge, alla sua morte lascia una grande quantità di manoscritti e soprattutto costruisce un'abitazione per la propria sorella (ma la dimora questa volta è un enorme cono eretto in mezzo al bosco che avrà effetti letali sulla malcapitata). Wittgenstein aleggia poi su "Ritter, Dene, Voss", una commedia del 1984 che, sul modello di un'altra intitolata "Minetti", porta nel titolo il cognome di tre attori famosi, ma che tratta di un fratello ricoverato allo "Steinhof" delle sue due sorelle che gli preparano un pranzo di benvenuto per il suo provvisorio ritorno a casa. Wittgenstein non è finito allo "Steinhof", ma Voss nella commedia viene chiamato Ludwig, ha una baracca di legno in un fiordo norvegese, ha fatto i primi esperimenti di aerodinamica a Glossop con l'aquilone e quando fa il bagno vuole l'acqua caldissima, come si legge nelle biografie del filosofo in questione.
Questi echi e queste allusioni fanno parte di una più complessa strategia di Bernhard che, al di là del caso Wittgenstein, investe tutto il rapporto con la tradizione. Strategia che è già evidente nei primi romanzi (in "Amras" il rinvio a Novalis è esplicito) ma che diventa sempre più palese fino a raggiungere il suo culmine in "Alte Meister" (Antichi Maestri, 1885, racconto anche questo in attesa di traduzione) dove in una serie di invettive si fanno i nomi degli scrittori e filosofi che ossessionano i personaggi bernhardiani (questa volta anche Stifter e Heidegger), trattati come nomi di un indistricabile parentado.
L'umorismo di Bernhard ha qui una delle sue fonti: nella consapevolezza, o meglio nella scoperta che anche il più intransigente gesto di un individuo che si senta minacciato nella propria singolarità, si iscrive in una tradizione, ripete gesti già compiuti in passato con altrettanta se non maggiore intransigenza. Tutto è già stato detto e le nostre parole non sono che citazioni, come diceva già il principe Saurau di "Perturbamento". Ma la citazione non ha nulla di snobistico e di rassicurante: essa riapre vecchi problemi rimasti irrisolti sotto la polvere dell'abitudine, "arieggia" stanze impregnate di muffa. Fin dall'inizio (fin da un breve racconto com'è "L'italiano") il mondo per Bernhard è un palcoscenico dove si recitano sempre le stesse parti e dove la libertà sta solo nelle variazioni sul tema. Le parti infatti si possono recitare bene oppure no, come un interprete, per esempio un pianista, può eseguire le "Variazioni Goldberg" in modo eccelso oppure non riuscirci mai.
L'altra fonte dell'umorismo di Bernhard, quella che ne fa scaturire l'energia, sta nel fatto che questo gioco di specchi e di echi coincide con un'insistenza perentoria sul valore della vita intellettuale come unica possibilità di affermazione di sé, come appiglio insostituibile per una vita minacciata non solo dalla stupidità e ottusità del mondo che la circonda, ma soprattutto dall'imminenza della morte. Proprio attraverso questo confronto estremo con la morte, per di più consumata nell'anonimato e nella spietatezza degli ospedali, lo spirito raggiunge una insperata e euforica lucidità. Senza quelle grinfie in agguato anche le storie di Paul Wittgenstein e del suo amico che ne racconta le stramberie nel breve romanzo "Il nipote di Wittgenstein*, ora pubblicato da Adelphi, le rabbie dello scrittore-filosofo e quelle del filosofo-viveur, le provocazioni durante la consegna di un premio letterario o la corsa in auto alla ricerca spasmodica di una copia della "Neue Z³rcher Zeitung", non avrebbero quella carica di vitalità e di umorismo che con questo libro ha conquistato a Bernhard anche i lettori rimasti perplessi di fronte ad austeri capolavori come "Amras", "Perturbamento", o "La fornace".
Anche qui si riparla di Wittgenstein, dunque, in questo caso del nipote; ma si parla anche dello zio e si ribadisce il fascino che questa figura gode da sempre nella narrativa di Bernhard. Il racconto infatti va ben al di là di una serie di pittoreschi episodi di vita viennese e di anarchica protesta in una situazione di ipocrisia e di stagnazione politica. In mezzo a quello che potrebbe sembrare un fuoco d'artificio di episodi cui racconto prende l'avvio, cresce e s'ingrossa partendo spesso da una parola e da un modo di dire diventando alla fine una digressione spropositata rispetto all'occasione di partenza, torna a galla la vecchia questione, se sia meglio "pubblicare" o "praticare" la propria saggezza, se quel controllo di sé che trattiene l'io narrante rispetto all'amico (il quale tenta invano di formulare per iscritto le sue massime di vita) abbia un senso. Vecchi temi di Bernhard, sviluppati in modo ancora più evidente nei suoi testi teatrali. Ma anche in questo racconto la teatralità ha un grande ed esplicito rilievo. In essa si ritrovano i due elementi dell'umorismo di Bernhard di cui ha detto sopra: sia il gesto come affermazione melodrammatica ed eclatante di sé, sia l'autoironia, in cui si recuperano echi di quell'altro viveur-giullare evocato da Diderot e che è indubbiamente presente in questa operazione.
La teatralità è del resto la componente determinante di questo stile vorticoso, in cui il lettore viene sospinto e un cui egli precipita proprio perché l'itinerario è insieme persuasivo e sorprendente come può esserlo il discorso di un personaggio vivo sul palcoscenico. Eventi potrebbero chiamarsi in questo senso tutti i racconti di Bernhard, non soltanto le brevi storie con cui alla fine degli anni cinquanta egli rappresentava l'assurdo quotidiano, ora tradotte e presentate da Luigi Reitani. È evidente che solo una tradizione attenta e rigorosa come quella di Renata Colorni può recuperare il ritmo e quindi il senso di questo vagabondare di pensieri che, pur partendo da episodi di cruda realtà, tendono a svilupparsi come ghirigori eccentrici, in cui saggezza e follia diventano temi indistricabili.

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