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Sciascia Leonardo - Una storia semplice

Una storia semplice TitoloUna storia semplice
AutoreSciascia Leonardo
Prezzo
Sconto 15%
€ 6,80
(Prezzo di copertina € 8,00 Risparmio € 1,20)
Dati1989, 66 p., brossura, 24 ed.
EditoreAdelphi  (collana Piccola biblioteca Adelphi)

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Descrizione
"Una storia semplice" è una storia complicatissima, un giallo siciliano, con sfondo di mafia e droga. Eppure mai - ed è un vero tour de force - l'autore si trova costretto a nominare sia l'una sia l'altra parola. Tutto comincia con una telefonata alla polizia, con un messaggio troncato, con un apparente suicidio. E subito, come se assistessimo alla crescita accelerata di un fiore, la storia si espande, si dilata, si aggroviglia, senza lasciarci neppure l'opportunità di riflettere. Davanti alla proliferazione dei fatti, non solo noi lettori ma anche l'unico personaggio che nel romanzo ricerca la verità, un brigadiere, siamo chiamati a far agire nel tempo minimo i nostri riflessi - un tempo che può ridursi, come in una memorabile scena del romanzo, a una frazione di secondo. È forse questo l'estremo azzardo concesso a chi vuole "ancora una volta scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia".

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
SCIASCIA, LEONARDO, Una storia semplice
(recensione pubblicata per l'edizione del 1989)

SCIASCIA, LEONARDO, Opere 1971-1983

SCIASCIA, LEONARDO, Fatti diversi di una storia letteraria e civile

SCIASCIA, LEONARDO, Alfabeto pirandelliano
recensione di Onofri, M., L'Indice 1990, n. 1

In una nota del 29 agosto 1978 apparsa in "Nero su nero", Leonardo Sciascia così concludeva una sua meditazione sulla letteratura che gli nasceva a margine del 'pamphlet' sul caso Moro terminato pochi giorni prima: "E. allora: che cosa è la letteratura? Forse è un sistema di 'oggetti eterni' (e uso con impertinenza questa espressione del professor Whitehead) che variamente, alternativamente, imprevedibilmente splendono, si eclissano, tornano a splendere e ad eclissarsi - e così via - alla luce della verità. Come dire: un sistema solare". Sul crinale di questo curioso platonismo lo spingevano le numerose sollecitazioni ricevute, in forza di intense riletture, da scrittori come Borges, Savinio e Borgese: nel culto delle inquisizioni filologiche in una apocrifa, metafisica e circolare storia letteraria, nella pratica della divagazione come forma suprema di intelligenza, nell'esperienza dell'arte come "sistema di tangenti sulla curva dell'oscuro", per dirla con una felice e audace formula dell'autore di "Rubè".
Da queste considerazioni sulla letteratura, che a quelle sullo scrivere il leggere ed il rileggere s'intrecciavano, lasciate cadere con impagabile noncuranza nei risvolti di copertina, nelle note finali dei testi e nei punti apparentemente morti della narrazione, hanno avuto origine le cronachette, le indagini storico-erudite, i romanzi brevi degli ultimi anni. Di deviazione in disgressione, di diversione in divertimento, sul filo di un leggerissimo estravagare, le pagine della biblioteca universale si traducevano nei modi vicari di una trasparente e non turbata esistenza, di classica compostezza e sobrietà. Il mondo dei libri offriva, insomma, la giusta chiave per penetrare nel libro del mondo. La pirandelliana "Come tu mi vuoi" poteva distenebrare il caso dello smemorato di Collegno ne "Il teatro della memoria" (1981); un passo di Montaigne gettare luce sul processo de "La sentenza memorabile" (1982); una pagina dei "Promessi sposi" ed una nota della "Storia di Milano" di Pietro Verri glossare un fatto di stregoneria del XVII secolo ne "La strega e il capitano" (1986); citazioni di Stendhal, Verga, D'Annunzio, Lawrence e Zweig chiosare le vicende giudiziarie di "1912 È 1" (1986), "Porte aperte" (1987) e "I1cavaliere e la morte" (1988); il nome di Pirandello enigmaticamente accompagnare nelle parole del brigadiere di "Una storia semplice" la rivelazione dell'assassino.
Quest'ultimo brevissimo racconto di Sciascia ruota attorno alla misteriosa morte di un certo Giorgio Roccella, diplomatico in pensione, tornato improvvisamente in Sicilia: una morte dalla quale altre, ancora più inesplicabili, scaturiranno. Una vasta folla di personaggi, tagliati in modo svelto ed essenziale, si muove sulla scena: un questore, un commissario ed un colonnello dei carabinieri con l'ansia di semplificare una vicenda complicatissima; un prete all'antica, bello alto e solenne, ma dai loschi contorni; la moglie della vittima, laccata ed inanellata, preoccupata solo del patrimonio, ed il figlio penosamente chiuso nell'amoroso ricordo del padre; il professor Carmelo Franzò, vecchio amico del morto, unico interessato alla risoluzione del caso, insieme al candido sottufficiale di polizia Antonio Lagandara, il quale, "aritmeticamente" svolgendo la catena delle deduzioni, arriva alla verità, terribile ad ammettersi, uccidendo, per legittima difesa, l'assassino. Sullo sfondo, la Sicilia (ma si dovrebbe dire l'Italia) delle istituzioni inquinate ed in odor di mafia, nella quale l'arma dei carabinieri e la polizia sono in perpetuo conflitto di competenze secondo le regole di uno spirito di corpo che considera la parte maggior del tutto.
Bisogna subito dire, però, che "Una storia semplice", nella sua peculiare qualità di giallo, si differenzia dalle precedenti. In tali opere, infatti, almeno a partire da "Il contesto" (1971), non appena gli eventi si dispongono nella luce della Verità (che nel corso degli anni si è sciolta nelle pirandelliane centomila verità) perdono di consistenza, deflagrano fino a svaporare. La determinazione lucida ed inesorabile della realtà, insomma, si converte nel suo annichilimento: man mano che i nodi vengono al pettine, il pettine, per così dire, si disintegra, ed il loro scioglimento ha come esito la proliferazione degli enigmi. La delineazione di una grande allegoria del potere procede, attraverso i tanti casi giudiziari, per via di negazione: 'omnis determinatio est negatio', a rivelarci uno Sciascia scrittore di cose e non di parole, al modo di Verga, Brancati e Vittorini, ma di cose che, in virtù delle parole, dileguano. In "Una storia semplice" ciò non accade. La verità, come nei primi gialli "I1 giorno della civetta" (1961) e "A ciascuno il suo"(1966), si ripresenta univoca ed indefettibile all'intelligenza del brigadiere, benché non si faccia pubblica con la condanna dei colpevoli, in una vicenda che si chiude nel clima di un'universale omertà
Ma questo ritorno all'antico nella costruzione della 'detective story', certo da spiegare nella storia dello scrittore, perde d'importanza quando si scopre che il thriller è assunto a mero pretesto per più gravi e vaste riflessioni di marca autobiografica; come rivelano anche i numerosi dati che trapassano dalla vita dell'autore a quella dei suoi alter ego (la vittima, il brigadiere, il professore). Ancora una volta, dopo "Il cavaliere e la morte", alcuni interrogativi radicali e privatissimi, lungi dal risolversi in quella lucida autobiografia della nazione che Sciascia non ha mai cessato di scrivere, vanno ad intramare una dolorosa ed alta meditazione esistenziale, parallela alla narrazione, che è spesso sfiorata dalla tentazione di "una risposta 'spirituale', nella delusione delle risposte 'materiali' tanto cercate", come scrisse nella prefazione ad un'opera di Giuseppe Rensi ristampata nell'87. Una meditazione che ha il suo nucleo irradiante nell'amarissima considerazione del professor Franzò: "ad un certo punto della vita non è la speranza l'ultima a morire, ma il morire e l'ultima speranza".
All'incrocio di queste riflessioni, sempre più urgenti negli anni, Sciascia non poteva che incontrare Luigi Pirandello: e si consideri circostanza non casuale che, nel romanzo, la vittima sia un uomo alla ricerca delle sue radici, tornato in Sicilia per ritrovare, appunto, vecchie lettere spedite al nonno da Pirandello. "Tutto quello che ho tentato di dire, - scriveva in un saggio degli inizi dell'89 dal titolo "Pirandello, mio padre" - tutto quello che ho detto, è stato sempre, per me, anche un discorso su Pirandello": un discorso, e meglio sarebbe dire un dialogo, avviato per la mediazione del film "Il fu Mattia Pascal" di Marcel L'Herbier, quando adolescente, letto il libro, scoprì, come racconta in "La Sicilia come metafora", che dentro il mondo pirandelliano egli ci viveva, che il dramma pirandelliano dell'identità nasceva in quel teatro naturale che era Agrigento, che, insomma, il pirandellismo era in natura. Un discorso mai più interrotto; dall'antico "Pirandello e il pirandellismo" (1953) al recente "Alfabeto pirandelliano", elegante dizionarietto dalla voce Abba alla voce Zolfo, in cui convergono, in forma di lievissima fantasmagoria, tutti i temi che hanno ossessionato Sciascia nel corso di una quarantennale rilettura.
Ecco allora, sull'onda di una sollecitazione onomastica o di una precisazione concettuale, ripresentarsi gli argomenti consueti: la lettura dell'intera opera pirandelliana in chiave di dialettalità, nel segno delle ipotesi gramsciane; la disamina del complicato rapporto tra Pirandello e Tilgher, lo studioso che lo rivelò al grande pubblico; le considerazioni sulle pagine di critica pirandelliana più amate, da Tozzi a Bontempelli e Debenedetti; le divagazioni sulla biografia pirandelliana che di pirandellismo si intridono. Il tutto nel quadro di un'interpretazione che, con il soccorso di Montaigne e di Pascal, ravvisa in Pirandello una sorta di cristianesimo naturale venuto a confliggere con un mondo soltanto nominalmente cristiano, nell'indifferente e cinica osservanza dei riti e delle apparenze.
L'ultimo Sciascia di buon grado scorgeva in sé questo cristianesimo naturale ora che, cordialmente e serenamente, in Pirandello aveva riconosciuto il padre. Un padre che gli era capitato e che non avrebbe voluto, a fronte dei tanti che, poi, consapevolmente scelse, per opporsi a quell'irrazionale Sicilia che nelle pagine pirandelliane gli si era manifestata. I fantasmi di questi padri, insieme a quello di Pirandello (ancora una volta), turbano la cristallina chiarezza dei saggi più significativi ed intensi della bella raccolta "Fatti diversi di storia letteraria e civile": pretesti, occasioni, brevi cronache, rapide escursioni che, con la scusa di dipanare un minimo caso una minima vicenda, si portano dietro l'infinito di una Storia privata e pubblica.
In questa prospettiva il vero centro del libro non sta nei pur splendidi scritti su Stendhal, Verga, D'Annunzio e Tomasi di Lampedusa, ma in quelli che, con nostalgia, con malinconia, ritornano ai decisivi anni dell'adolescenza e dell'apprendistato intellettuale, come "C'era una volta il cinema" e "L'Omnibus di Longanesi". Particolarmente toccante quest'ultimo dedicato alla rivista longanesiana, nella quale, scrive Sciascia, "confluivano ricerche, segnali, aspirazioni e ansietà di tutto un ventennio; dalla fine della prima guerra mondiale fin quasi alla soglia della seconda". Un ventennio nel quale davano brillante prova tutti gli scrittori decisivi nella formazione di Sciascia, diversi e spesso in conflitto, eppure uniti in quel tentativo di sprovincializzare l'Italia autarchica e fascista. E ne diamo qui elenco: Borgese, Cecchi, Savinio, Barilli, Tilgher, Rensi, De Lollis, Cajumi, Longanesi, Brancati, Vittorini, Pavese, Praz, Trompeo, Alvaro, Soldati, Buzzati, Morovich, Piovene, Moravia. Come se, nel tempo estremo, quando i tanti libri scritti gli si scioglievano, gli si confondevano, nei tantissimi letti, avesse voluto ricordarli tutti, e tutti chiamarli per nome, uno ad uno, a futura memoria.

I vostri commenti
Recensioni 1 - 20 di 27 recensioni presenti.  Media Voto: 4.44 / 5

Luca (29-10-2011)
Un romanzo giallo in 65 pagine con una trama complicata e un finale a sorpresa? Una sola definizione: geniale. Testamento migliore non ci poteva lasciare
Voto: 5 / 5
roberto brusadelli (08-11-2010)
Capolavoro di suspence, di ritmo, di indagine psicologica: il tutto reso in uno stile sapiente, elaborato pur nella sua apparente linearità. Da leggere insieme in famiglia per una serata diversa dal solito
Voto: 5 / 5
salvo (13-05-2010)
Ma quant'è bello questo libricino! L'ho comprato anni fa per caso ed è stata una sorpresa molto piacevole. A chi è piaciuto questo libro consiglio di vedere l'omonimo film del 1991 con Gian Maria Volontè nella parte del professore.
Voto: 4 / 5
checco (17-03-2010)
Il più bel romanzo breve che abbia letto!66 pagine di suspence,come solo Sciascia sapeva fare. Stile fluido, scorrevole e piacevolissimo.
Voto: 5 / 5
Giovanni (17-02-2010)
A mio modesto parere il libro più bello di Sciascia. Stupendo.
Voto: 5 / 5
Silvia shiondgl@interfree.it (02-12-2009)
Un modello per scrivere un ottimo romanzo in sole 66 pagine. Ma Sciascia e' un Maestro, con la "M" maiuscola! Grande!
Voto: 5 / 5
Renzo Montagnoli renzo.montagnoli@gmail.com (24-08-2009)
Il titolo inganna e del resto Sciascia, se non fosse quel grande scrittore che è per la capacità di analizzare fatti e fenomeni nelle loro mille sfaccettature, addentrandosi nell’apparenza alla ricerca di una possibile verità, non avrebbe potuto e voluto scrivere una vicenda gialla, ambientata in una Sicilia di epoca indeterminata, di assoluta linearità, in cui la vittima è proprio la persona che è e l’assassino, o meglio i colpevoli, sono quelli che il lettore attento dei romanzi dell’autore siciliano si attende. Il racconto, perché trattasi di racconto lungo e non di romanzo, è invece estremamente complesso. Tutto ciò che a prima vista sembrerebbe di un’estrema semplicità è invece un gomitolo ingarbugliato, dove personaggi della giustizia e religiosi sono uniti da un unico filo conduttore che è quello della criminalità organizzata, insomma di quell’organismo distruttore, frutto di connivenze e di indifferenze, che è la mafia. Del resto chi non vede, o meglio chi vede e non parla, riesce ad avere vita lunga, e così un testimone avrà dei vuoti di memoria del tutto provvidenziali che non gli impediranno tuttavia di collaborare con la polizia per pervenire alla soluzione di un pluriomicidio, anche per potersi così scagionare, in quanto lui stesso sospettato, ma che riconosciuto il capobanda, personaggio dalla doppia vita ed estremamente influente, eviterà di svelarne il nome, eclissandosi alla svelta, fuggendo da quel mondo di costante tensione in cui l’onesto finisce con l’essere sempre la vittima. Veramente indovinati i personaggi, fra i quali emerge per atavico intuito il brigadiere, in eterno dissidio di classe con il commissario, e il professor Franzò, che in realtà interpreta il punto di vista Sciascia in un dialogo di alto livello proprio con il sottufficiale. Come al solito la lettura, più che consigliabile, è vivamente raccomandabile.
Voto: 5 / 5
Natasha (10-12-2007)
Mi e' piacciuto tantissimo!!! E' piccolo e molto facile da legere. Io sono greca e non avevo problemi anche se mi avevavo detto che Sciascia e' un po' difficile per un straniero.Questa storia non lo era.L' ho letto in una mattina sola....
Voto: 5 / 5
lhl (31-08-2007)
un gioiellino, un capolavoro dipinto con pochi colpi di pennello ma con molta maestria. occorre gustarselo leggendolo a voce alta, con lentezza, con parsimonia, con un sorriso ironico sulle labbra. sicuramente lo merita.
Voto: 5 / 5
ENZINO (22-02-2007)
Sciascia in queste circa 60 pagine è sublime! un linguaggio stupendo, semplice ma allo stesso tempo affascinate! La verità di questa vicenda è descritta senza essere scritta, e ciò rende la storia per nulla semplice. In realtà, come dice il libro, il vero racconto " è più grosso ancora".
Voto: 5 / 5
Andrea72 whitewhizard@tiscali.it (06-07-2006)
Breve commento : Breve perchè è un racconto, breve perchè non ho niente da aggiungere a quello che ha scritto Romano, breve perchè la cosa migliore che un lettore può fare non è leggere i commenti ad essi relativo ma leggere il racconto stesso, piccolo gioiellino letterario in cui tutto è accennato ma ogni cosa è definita e definitiva. Il titolo riassume benissimo la storia, perfette sono queste 55 pagine ( effettive ) scritte con un linguaggio semplice come il titolo, arricchite da un tocco di sicilianità non dialettale ma nella costruzione delle frasi. I personaggi sono appena sfumati, ma sufficientemente caratterizzati da acuire il rimpianto per non vedere dedicato loro un romanzo, anche breve, piuttosto che un racconto di poche pagine. Ma è giusto così, un piccolo giallo che vive sulla rarefatta quotidianità di brigadieri, carabinieri e polizia, possiede un'atmosfera normale, non tensiva, ma un'atmosfera che riempie ad ogni parola e offre un finale che non invidia niente anche ai più celebrati thriller contemporanei. E' l'ultima ciliegina posata su un dolce buonissimo, una lettura consigliata a chiunque abbia un'oretta scarsa da dedicare a un piccolo capolavoro del genere.
Voto: 5 / 5
Emiliano elbuitre75@tiscali.it (07-06-2006)
Un incastro perfetto, una storia semplice ma così intrigata che riesce a parlare di mafia senza nominarla e racconta l'animo dei protagonisti con una semplictà disarmante. Una storia che per il lettore va oltre le sue pagine, una storia che rimane. Per sempre!
Voto: 5 / 5
Giuliopez (24-04-2006)
Geniale! In circa 60 pagine c'è una storia, tuttaltro che semplice, ma che coinvolge con i toni carichi di suspense del giallo e con un'intelligenza, come il non dire tutto e lasciare che il lettore spontaneamente capisca, che solo un grande narratore come Sciascia sa trasmettere!
Voto: 5 / 5
Romano De Marco romdema@tin.it (27-03-2006)
Un titolo quanto mai adeguato (non privo di una delicata ironia) per questo che a mio parere si candida ad essere il racconto perfetto. 68 pagine in corpo 16 (quello che usano per dilatare i racconti di Ellroy o di Lansdale e venderli al prezzo di romanzi...) una storia ricca di spunti e di avvenimenti, tanto da far rammaricare il lettore del fatto che Sciascia non abbia voluto farne un libro di lunghezza almeno doppia. Magari approfondendo maggiormente le psicologie dei tanti interessantissimi personaggi. Ma la grandezza di questa storia (che ruota accanto all'apparente suicidio di un diplomatico, improvvisamente tornato alla sua isolata villa nella campagna siciliana) sta proprio nel non detto, nell'appena accennato, nel sottinteso. Ogni pagina, ogni periodo, adirittura ogni parola non è collocata a caso, ma contribuisce ad informare, emozionare, stupire il lettore tramortito da l'incalzare degli eventi. Sciascia pare quasi divertirsi nel narrare la sua storia con disinvoltura, sarcasmo, in alcuni casi addirittura cattiveria. E alla fine si resta quasi increduli per ciò che si è letto, per l'equilibrio, l'eleganza, la consistenza di questo racconto che non è un giallo, non è denuncia sociale, non è affresco della realtà siciliana, ma è tutto questo allo stesso tempo e in una forma assolutamente sublime alla quale solo Sciascia ha saputo, con le sue opere, dare forma.
Voto: 5 / 5
Lena (01-09-2005)
Sn rimasta molto colpita dall'abilità e la semplicità con cui Sciascia affronta,in così poche pagine,alcuni dei temi più scabrosi della nostra società,quali la mafia e la droga. Questo è un libro ke insegna a nn fermarsi all' apparenza delle cose,ma a spingersi fino in fondo nell'analizzarle perché ogni singolo dettaglio,x qnt impercettibile,può nascondere i più impensabili segreti:dietro ad un banalissimo punto può celarsi una minaccia per l'intera umanità.
Voto: 5 / 5
giuseppe giacchi (12-05-2005)
Questo libro è veramente un qualche cosa di particolare, un po complicato ma del resto molto carino.Ciao
Voto: 4 / 5
Valentino (15-03-2005)
Io ho letto questo libro e devo dire che non si capisce molto di chi parli: passa da un personaggio all'altro nello stesso capitolo! Comunque non è poi così malaccio, anche se un po' noioso e ripetitivo. C'è di buono che colui che l'ha scritto è nero(da capire). Ciao. Leggete la torre nera che è meglio!
Voto: 1 / 5
rebecca biblioberbenno@virgilio.it (07-01-2005)
Secondo me questo libro è piuttosto complicato; non si capisce chi sia il colpevole e perchè abbia ucciso Roccella.è poco scorrevole e chiaro.
Voto: 1 / 5
stefano (29-12-2004)
libro molto interessante corto che pero ti affascina.Scritto molto bene e facile da capire.sciascia era veramente un bravo scrittore
Voto: 5 / 5
kekki (18-11-2004)
Giallo molto scorrevole e appassionante. Anche se si può individuare facilmente ll colpevole,non si vede l'ora di giungerne alla fine,altro suo pregio quindi la brevità del romanzo. Molto carino il personaggio del brigadiere:onestoe sensibile.
Voto: 3 / 5
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