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Narrativa straniera  Moderna e contemporanea (dopo il 1945) 

Kis Danilo - Clessidra

Clessidra TitoloClessidra
AutoreKis Danilo
Prezzo
Sconto 15%
€ 11,90
(Prezzo di copertina € 14,00 Risparmio € 2,10)
Dati1990, 274 p.
TraduttoreCostantini L.
EditoreAdelphi  (collana Fabula)

Disponibilita immediata
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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Pressburger, G., L'Indice 1990, n. 7

"Clessidra" è un romanzo apparso nel 1972 e approdato nelle librerie italiane soltanto dopo diciotto anni, nel maggio del 1990. Eppure si tratta di una delle opere fondamentali della narrativa di questa seconda parte del nostro secolo. Come mai una svista e un ritardo tali? Se la lettura di questo libro suscita angoscia, sgomento e ammirazione per l'autore, essa desta anche una certa rabbia. Kis è morto l'anno scorso a soli cinquantaquattro anni, e non averlo conosciuto di persona, dopo aver letto questo suo libro, per qualcuno di noi è abbastanza triste. Del resto la tensione intellettuale e morale di quest'opera è così forte, che leggendola ci si domanda come sia stato possibile per Kis sopportarla.
Sia per alcuni dati biografici, sia per la sua attività di traduttore, ma soprattutto per l'approccio alla letteratura e per il carico creativo, spirituale e etico che ne derivarono, Danilo Kis può essere paragonato, se questi paragoni valgono qualcosa, a Paul Celan. Mai nella lirica e nella narrativa di questi cinquanta anni si è riscontrata una disperazione e una forza di contrastarla simili e quelle di questi due autori, entrambi usciti dalle viscere più occulte del Leviatano controeuropeo.
Danilo Kis, di padre ebreo-ungherese e di madre serbo-ortodossa, nato in una città di confine tra l'Ungheria e la Jugoslavia, in "Clessidra" prende su se stesso il peso di testimoniare l'orrore che nella seconda guerra mondiale aveva coperto le sue terre, dove tra fascisti ungheresi, serbi e nazisti tedeschi si sono perpetrati i delitti più terribili. Non si trattava, in quella regione d'Europa, di una organizzazione freddamente scientifica del crimine razzista e sciovinista, ma di dare libero sfogo alla bestialità: si trattava di massacrare a colpi di vanga, di sfondare i crani con l'accetta, di mettere in fila i condannati sul fiume ghiacciato e dopo ore di attesa gettarli vivi nel foro aperto. Come tutto questo orrore abbia potuto e possa intrecciarsi con la vita quotidiana, avvenire quotidianamente in una solida e quieta costruzione burocratica, simile a quella dell'impero appena scomparso, pur nella conservazione della decenza e della legalità, questo è uno dei temi del libro. Ma in esso viene scoperta, come dagli archeologi uno scheletro, anche la storia millenaria di popoli che convivono odiandosi, disposti a massacrarsi a vicenda pur abitando terre dai confini incerti o inesistenti, dove i treni passano da una nazione all'altra senza fermarsi. Tutto quello che è avvenuto in quelle parti del mondo, nel romanzo prende il significato dell'esistenza umana, vista con altrettanto religiosa angoscia quanto lo poteva essere quella di un Kafka o di un Celan, appunto.
La questione, anche per Kis, è come riuscire a parlarne, come riuscire ad articolare (o scrivere) la prima parola. Anche lui, come il poeta rumeno, trova esaurito ogni linguaggio, ogni stile possibile, di fronte all'orrore. Mentre Celan fa ricorso ai linguaggi specialistici (a quello geologico-minerario, per esempio), e a un ermetismo che tende al silenzio, Kis si pone direttamente nella mente del Nemico: il suo romanzo è costruito come una serie di verbali d'interrogatorio, di appunti presumibilmente sequestrati e di decifrazioni di cartoline, di istantanee, di brevi filmati. A proposito di cartoline, vorrei aggiungere che Kis è stato anche il traduttore in serbocroato del poeta ungherese Miklòs Radnòti ucciso dai nazisti in Serbia, sul cui corpo gettato in una fossa comune è stato ritrovato, dopo la guerra, il taccuino in cui pochi minuti prima d'essere fucilato egli aveva scritto le sue ultime poesie, intitolate proprio con una parola serba "Razglednice", "Cartoline". Da quelle "cartoline", forse, prende le mosse anche la tecnica narrativa d'una parte di "Clessidra". Paesaggi, persone, animali che compaiono in quelle immagini, sono descritti con elencazione meticolosa, quasi ossessiva, d'un'ossessione, a volte da burocrate gaglioffo, che prende per finzione ogni asserzione fatta davanti a lui, ma anche l'evidenza stessa. L'arrogante dubbio sulla realtà, dopo un po' trapassa anche al lettore e l'io narrante cioè l'Ufficialità, il Potere Costituito, si insediano in lui rendendolo partecipe, anzi complice, di ciò che viene narrato e fatto: di ogni più bieca violenza.
Attraverso la giustapposizione di questi frammenti, a poco a poco si delinea un personaggio principale, l'interrogato, già presunto malato di mente Eduard Sam. Alla fine il lettore comprende che E.S. (come viene segnato quel nome nei verbali), ebreo di cinquantatré anni, impiegato delle ferrovie jugoslave, nell'inverno del 1942 ha fatto un viaggio in treno per recuperare i suoi mobili lasciati in una casa di Novi Sad, che questa casa, proprio nell'istante in cui lui stava per abbandonarla, era crollata e che tutto l'interrogatorio verte sul perché di quel crollo. Ma attraverso i verbali e la decifrazione di brevi scene si viene pure a sapere che E.S. era stato picchiato dai fascisti ungheresi e serbi, che sempre in treno era andato a Budapest per farsi fare una nuova dentiera - quella vecchia gliela avevano rotta picchiandolo - giacché a Subotica non c'era più nessuno a cui rivolgersi per tale necessità essendo stati torturati, impiccati, fucilati tutti gli ebrei. Oppure si erano suicidati. C'è un elenco spaventoso di morti violente, crudeli, in questo libro, e tutte sono riferite con obbiettività, anzi con freddezza. Non si parla qui, ripeto, di un eccidio organizzato, ma d'una quotidiana bestialità esercitata tranquillamente, senza che nessuno avesse nulla da ridire.
"Clessidra" si chiude con una lettera di E.S. a una sua sorella. Da questa lettera traspare una realtà ancora più straziante: che cioè nemmeno tra i perseguitati esiste una vera solidarietà. Essi vicendevolmente si denunciano alla polizia per questioni davvero futili: la compravendita di una vecchia cucina economica, oppure l'acquisto di una partita di grano. Ma la lettera di Eduard Sam termina con una frase che nel suo pessimismo fa apparire un tenue barlume: "È meglio trovarsi tra i perseguitati che tra i persecutori".
La lettura di un libro come questo lascia dei segni profondi nel lettore, lo svergogna davanti a se stesso, lo chiama perentoriamente in causa. E se si constata con amarezza il ritardo della pubblicazione del volume in Italia, questo stesso ritardo forse è stato provvidenziale, giacché proprio in questi mesi l'Europa deve di nuovo misurarsi e convivere con una rinnovata intolleranza nazionale e razziale, anche nei riguardi degli ebrei: come se tutto ciò che c'è stato non fosse mai accaduto, non fosse bastato.
Ma in questo libro tutto ciò assume dimensioni tali da oltrepassare la contingenza. E.S. è una sorta di mito, anche mito letterario, al pari del Leopold Bloom di Joyce, dello Zeno di Svevo, di Humbert Humbert di Nabokov; in questo personaggio (come negli altri, ora citati) si condensa una sorta di coscienza universale piccoloborghese. Zeno, Leopold Bloom, Humbert Humbert, Eduard Sam sono la continuazione di Bouvard e Pecuchet, l'estensione nel tempo e nello spazio dell'invenzione flaubertiana. Soltanto che questi sono tutti ebrei, ebrei dell'Europa centrale, ebrei ungheresi. Attraverso loro fluisce tutto ciò che l'Europa ha gettato nel fiume del tempo, in questo secolo: un carico spaventoso. Lo stesso nome Sam allude a diverse cose: in serbocroato esso significa "io sono", ma anche "solo", "da solo", "se stesso", e inoltre l'abbreviazione E.S. porta l'eco della teoria freudiana dell'unità primitiva della psiche, la quale non conosce freni e domanda incessantemente piacere, a volte anche il piacere del dolore e della morte.
Kis ha in comune con Celan un'altra cosa: come il poeta rumeno, ha preferito - o ha dovuto - abbandonare la terra delle sue sofferenze, per rifugiarsi in campo neutro, dove il ricordo e l'amore fossero ancora sopportabili. Tutti e due hanno lungamente vissuto in Francia (Flaubert!) al di fuori del cerchio maledetto della morte di tanti familiari e fratelli. Anche la lingua in cui scrivere era stata da entrambi eletta con un atto di scelta e non avuta in eredità come condizione naturale.
Penso che questo mezzo ebreo ungherese rappresenti una delle voci più vere, più ineliminabili della letteratura jugoslava di questo secolo, e sì che si trova in compagnia di grandissimi narratori, come il premio Nobel Ivo Andric o come Krleza. Ma Kis allo stesso titolo è narratore ungherese di lingua serbocroata (come era drammaturgo ungherese di lingua tedesca Od÷n von Horvàth, anche lui nato in Jugoslavia) o semplicemente narratore europeo, o della civiltà occidentale, tra i più grandi.

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