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Biografie  Biografie e autobiografie 

Hillesum Etty - Lettere (1942-1943)

Lettere (1942-1943) TitoloLettere (1942-1943)
AutoreHillesum Etty
Prezzo € 12,39
Prezzi in altre valute
Dati1990, 150 p.
CuratorePassanti C.
EditoreAdelphi  (collana La collana dei casi)

Attualmente non disponibile su IBS
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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Baggiani, A., L'Indice 1991, n. 3

"Un pezzetto di terra in mezzo alla brughiera, su cui sono stati scaraventati tanti destini umani..." "Un villaggio di baracche di legno incorniciate da cielo e brughiera. Laggiù si poteva trovare una grande abbondanza di vite umane". Questo, con le parole della Hillesum, è Westerbork, in Olanda: creato nel 1939 dal Dipartimento di giustizia olandese per ospitare ebrei profughi dai campi (ma anche dalla famigerata St. Louis, la nave pellegrina) e, in seguito, campo di smistamento da cui partivano, con ben organizzate cadenze settimanali, treni carichi di ebrei destinati ad Auschwitz. Etty Hillesum, ventottenne, vi lavora come membro "assistente" del Consiglio ebraico, sotto la supervisione tedesca, impegnata ad aiutare, moralmente e materialmente, i perseguitati, fino al momento in cui seguirà sul convoglio i genitori e il fratello per condividerne, qualche mese dopo, la fine. Per circa un anno, dall'agosto '42 al settembre '43, queste "Lettere" scandiscono, con cristallina chiarezza, nei suoi dati elementari, la tragica esperienza. "Già diecimila sono partiti da questo luogo, vestiti e svestiti, vecchi e giovani, malati e sani..." scrive nel luglio del '43; ma ancora prima, nel dicembre del '42: "Tutta l'Europa sta diventando pian piano un unico, grande campo di prigionia..." E nel "Diario" (Adelphi, Milano 1985), nello stesso anno: "Su tutta la superficie terrestre si sta estendendo pian piano un unico, grande campo di prigionia e non ci sarà nessuno che potrà rimanere fuori. È una fase che dobbiamo attraversare. Qui gli ebrei si raccontano delle belle storie: dicono che in Germania li murano vivi e li sterminano coi gas velenosi". E ancora, nelle "Lettere": "Credo che per noi non si tratti più della nostra vita, ma dell'atteggiamento da tenere nei confronti della nostra fine". Nessuna illusione è, quindi, possibile. Ma può essere interessante, a questo proposito, esaminare brevemente alcuni dati.
Nell'Europa occidentale, i Paesi Bassi presentano la più alta percentuale di ebrei uccisi: il 75 per cento contro il 40 per cento in Belgio e Norvegia e il 25 per cento in Francia (la Danimarca costituisce un caso a sé, come ovviamente, per altre ragioni, l'Italia). Un acuto saggio dello storico olandese Hans Blom, apparso in "L'esperienza dell'altro, studi su Etty Hillesum" (Apeiron, Roma 1990) che raccoglie gli atti di un convegno svoltosi a Roma nel dicembre 1988, analizza questi dati constatando l'alta frequenza e regolarità delle deportazioni in Olanda - non solo verso Auschwitz ma anche a Sobibor (35.000 morti) - con un forte aumento nel '43; solo dopo il luglio '43 le deportazioni sembrano allinearsi alle cifre degli altri paesi, dove evidentemente l'apparato di polizia tedesco incontrava maggior resistenza, attiva o passiva che fosse. Tra le pur caute conclusioni del saggio sulle possibili cause, colpisce l'ipotesi che nei Paesi Bassi il governo d'occupazione, fortemente influenzato dalle SS, trovasse nell'efficienza burocratica tradizionale olandese, come nel forte spirito di "corporazione" ('verzuiling') di una società democratica rigidamente articolata in gruppi omogenei, le condizioni ottimali per il funzionamento delle misure repressive (al punto che nel '44 Otto Bene, rappresentante tedesco nei Paesi Bassi poteva annunciare che la questione ebraica era risolta). Paradossalmente, d'altra parte, la forte integrazione ebraica nel paese avrebbe favorito l'obbedienza e l'allineamento agli ordini governativi: non sentendosi minacciati, come cittadini, troppo tardi gli ebrei s'accorgono dell'inevitabile. Una democrazia, o una società, paralizzante che favorisce l'annientamento.
Non stupisce, forse, in questo contesto d'assoluta mancanza d'alternative per tutti, l'atteggiamento di Etty Hillesum che, rifiutando fermamente in nome dei suoi principi le possibilità di fuga per sé stessa, si rende perfettamente conto delle contraddizioni nella vita del campo. "In quale meccanismo funesto siamo impigliati? Non possiamo liquidare il problema dicendo che siamo tutti dei vili. E poi, non siamo così cattivi. Ci troviamo di fronte a interrogativi più profondi..." (la bellissima lettera del 24 agosto 1943). Analogamente, la Hillesum si stupirà dell'ossequio alle leggi che impedisce alle infermiere di portar fuori, all'aria, una neonata. Per sopravvivere nel mondo del campo, brutta copia del vero mondo, dove gli uomini sono ormai "rivestiti soltanto dell'ultima camicia della loro umanità", occorrono "altri organi oltre alla ragione". "Non si può fare, ma solo essere e accettare", seguire, "nel nostro stile,... il destino in cui si è integrati", ma con serenità, "addolorata contentezza": il frutto di una lunga maturazione interiore che permette a Etty Hillesum di mettere quotidianamente in pratica l'amore per il prossimo nella convinzione che "ogni situazione, per quanto penosa, è qualcosa di assoluto, e contiene in sé il bene come il male". "La vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremmo costruire un mondo completamente nuovo", scriverà ancora nel luglio '43. Le valenze religiose di questo atteggiamento sono indubbie e sono state del resto ampiamente oggetto d'osservazioni nel convegno.
Da Seneca a Meister Eckart, dalla mistica ebraica al Nuovo Testamento, a Nietzsche e soprattutto a Rilke, suo poeta prediletto: nessun accostamento è stato tralasciato nello sforzo di definire un'identità religiosa che sfugge a una classificazione precisa (ma è curioso che ai cattolici sia sfuggita almeno l'eco della letizia francescana dei "Fioretti"). E non ci si sottrae talvolta alla tentazione di fare del personaggio una piccola maestra di vita o una "compagna di strada", in modo forse riduttivo rispetto alla portata della sua esperienza esistenziale. Registrazione di eventi interiori analizzati con acume, assai ben resi dalla puntuale traduzione della stessa Passanti - con intenzioni, da non dimenticare, di scrittrice -, il "Diario" resta un documento toccante e attuale proprio per le vive contraddizioni che lo animano, al di là delle possibili indicazioni di vita. Ma in queste quarantasette "Lettere", per forza di cose, è "l'esperienza dell'altro" che prende il sopravvento: l'enorme peso della realtà si traduce, con leggerezza, in dato oggettivo: è qui che prende corpo la vocazione dello scrittore, ancorché la Hillesum lamenti d 'essere costretta a uno stile giornalistico. Testimonianza preziosa della conquista dell'interiorità, ma anche di avvenimenti che molti oggi vorrebbero rimossi; e dà da pensare che ci siano voluti cinquant'anni perché si arrivasse alla pubblicazione.

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