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Narrativa italiana  Classica (prima del 1945) 

Savinio Alberto - Achille innamorato (Gradus ad Parnassum)

Achille innamorato (Gradus ad Parnassum) TitoloAchille innamorato (Gradus ad Parnassum)
AutoreSavinio Alberto
Prezzo
Sconto 15%
€ 13,60
(Prezzo di copertina € 16,00 Risparmio € 2,40)
Dati1993, 220 p.
EditoreAdelphi  (collana Biblioteca Adelphi)

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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Carbone, R., L'Indice 1993, n. 9

Tranne poche eccezioni, Alberto Savinio non è autore di "libri". La forma da lui prediletta è sempre stata quella breve, del racconto o della pagina saggistica sempre pronta ad accogliere in sé quelle intuizioni fulminanti che ben conosciamo, e quegli emblemi letterari così attivi e duraturi. C'è, in questo ostentato atteggiamento dello scrittore, una spinta sempre duplice e spesso contraddittoria. La scrittura di Savinio tende sempre, da una parte, all'apparente dispersione, alla volontà di distribuire a piene mani le proprie sembianze in testi anche molto diversi per genere e destinazione. Una posizione che difficilmente si cura di dare un'immagine ben definita di scrittore, o una sorta di coerenza professionale che fu sempre distante da Savinio, e che Savinio sempre rifiutò, considerandola, alla fin fine, estranea al proprio lavoro, alla necessità del proprio lavoro.
D'altra parte è difficile non riconoscere, in questa dispersione degli elementi ricorrenti, segni distintivi di una letteratura che, a uno sguardo più disincantato e meno attento a certe erronee apparenze, appaiono animati da una forte unità e tendono a conferire a un'intera letteratura l'aspetto di un'"opera" tutta dentro a un'idea di Novecento che, lungamente osteggiata da bilanci approssimativi e interpretazioni di parte, oggi sempre più si fa largo, offrendo ai lettori le sue ben chiare ragioni e testi mirabili troppo spesso dimenticati. Da questo punto di vista, ogni libro di Savinio è un libro inconfondibile, nel quale possiamo ritrovare sempre quella volontà di scrittura, quella particolare voce narrativa, che, con il suo tono, con la sua affabilità discorsiva, guida il lettore dentro un mondo ricco di trasformazioni fantastiche e insieme così ancorato a una certa, particolare presenza autobiografica.
È il 1938 quando Vallecchi pubblica per la prima volta "Achille innamorato". Savinio ha quarantasei anni, quattro libri pubblicati alle spalle, due lunghi soggiorni parigini e con essi una buona rete di amicizie e rapporti con artisti e scrittori d'oltralpe, una fitta attività di collaborazione a quotidiani e riviste, un'altra, già consistente, di pittore, per non parlare di altro. È insomma un artista con una ben decisa fisionomia e con un lungo apprendistato. Il volume raccoglie numerosi racconti, già apparsi in sedi sparse, scritti in un arco di tempo piuttosto vasto, dal 1919 al 1937. Tuttavia, i quasi vent'anni di lavoro che il libro comprende non creano agli occhi del lettore quella eterogeneità di stili e di tentativi che ci si potrebbe aspettare. Nella sua apparente forma di grande antologia del già scritto in sede narrativa, Achille innamorato è un libro fortemente unitario. In esso possiamo trovare un universo letterario che, nella sua ricchezza e nella sua continua spinta all'eccentricità, è ben definito in quanto a temi e motivi così generosamente profusi.
Qual è il modo migliore per accedere a questo universo? Quale la chiave di lettura privilegiata per leggere questi trenta racconti, così scintillanti di intelligenza ed ironia - qualità che in Savinio sembra non possano mai andare ognuna per conto proprio? Si può leggere "Achille innamorato" come una grande autobiografia fantastica, scandita da continui e repentini 'flashes' ognuno dei quali dotato di una propria autonomia. In questo senso, i racconti del volume offrono al lettore un'ampia scelta: racconti "di guerra", visionari 'reportages' di un conflitto mondiale vissuto, guarda caso, proprio in Grecia, a contatto con divinità e pseudodivinità davvero divertenti, molti miti antichi e ancor più numerosi miti moderni (che seguono in ciò un testo esemplare nel suo genere, "La partenza dell'Argonauta" raccolto nel '18 in "Hermaphrodito"), racconti ambientati nella Parigi "eroica degli anni dieci, dove persone realmente vissute (Jacob, l'amatissimo Apollinaire) diventano personaggi letterari e propriamente fittizi; testi "italiani", che hanno come scenario Roma e il suo passato di romanità, sempre letto ironicamente e che continuamente ritorna, salendo letteralmente dalle profondità della terra (come in "Giochi di luce"); racconti che definirei "da camera", dove i protagonisti sono anonimi borghesi e i loro consueti oggetti d'uso e d'arredamento (testi già prossimi, per la loro natura, al Savinio più tardo, al filosofo domestico del "Signor Dido", al quale il "Palomar" dell'ultimo Calvino dovrà pure essere debitore).
Ho parlato di autobiografia fantastica e devo spiegarmi meglio. In molti dei racconti di "Achille Innamorato", la presenza di persone con nome e cognome, e con una loro identità anagrafica, non ha nulla di documentario, nel senso comune della parola. Quelle persone, una volta entrate nella pagina saviniana, mutano la loro natura, si trasformano repentinamente in personaggi di finzione, di una finzione che "racconta", in un certo modo, "tutta una vita". L'io che narra, in Savinio, ha sempre una duplice funzione: da una parte vuol ricordare al lettore che le sue storie, in un certo momento e in un certo luogo, sono realmente avvenute; dall'altra, cerca sempre di far dimenticare, allo stesso lettore, questo dato di fatto, facendo in modo che le presenze che animano la pagina acquistino degli aspetti ostentatamente fittizi. È il caso del poeta Apollinaire, che ricorre in due racconti compresi nel volume, "Addio al poeta" e "Dèi di lassù", e con sembianze assai diverse: nel primo, come uno scrittore conosciuto da colui che narra, in un certo momento alle prese con la faticosa e incresciosa correzione di bozze di "Le poète assassin‚"; nel secondo, come divinità che, assieme a tante altre, capeggiate da "un vegliardo di statura sovrumana", vive in una "colonia iperborea" nei freddi mari artici.
In alcuni racconti di "Achille innamorato", il lettore troverà molte presenze che, già per il loro nome, rimandano a una loro entità mitica e metafisica. Quella "mitologia moderna" che Breton attribuì, con forse eccessiva semplificazione (e un certo intento autocelebrativo) ai due fratelli De Chirico trova in questi testi un suo compimento. Ora, gli esseri mitologici di Savinio hanno questo di peculiare, che pur mantenendo la loro identità eroica e antica sono allo stesso tempo, e senza alcuna irrisione da parte del narratore, presenze molto vicine, che si potrebbero incontrare, se non proprio all'angolo della strada, in luoghi per niente irraggiungibili. Così, nel racconto "Icaro", l'alato e imprudente figlio di Dedalo viene abbattuto da una fucilata del "soldato Pavolantonio Aligi, sannita" che, chiamato a spiegare l'accaduto dai suoi superiori, risponde balbettando: "N'ommene a cascate da lu ciele". O in "Adonis" un giovane soldato agonizzante rivela, dopo aver esalato l'ultimo respiro, la sua natura divina di "adolescente bellissimo".
Savinio ha una capacità rara di dialogare, sulla pagina, con questi esseri leggendari. È come se, di volta in volta, il narratore sentisse la necessità di chiamare a raccolta quelle figure di un passato lontanissimo, eppure sentito come assai vicino al proprio orizzonte culturale (quelle stesse figure che animano molti quadri del Savinio pittore). È in questa prossimità che ha origine il particolare atteggiamento ironico di Savinio, ravvisabile in molti racconti del volume e che in uno tra questi appare in modo direi definitivo. Si tratta di "Achille innamorato misto con l'"Evergeta"", da cui è tratto il titolo dell'intera raccolta, dove si narra di una visita in una montagna "scavata internamente e trasformata come fortezza". In questa enorme caverna vi è una gigantesca statua di Achille, descritto come una sorta di essere meccanico (non lontano iconograficamente da quelle figure di manichini e "uomini di ferro" che appaiono nei "Chants de la mi-mort"). L'eroe, scosso infine da un urlo del narratore-protagonista, che lo rimprovera per la morte di Ifigenia, si leva in piedi, frantuma la montagna e inonda con il suo pianto le campagne e le città vicine.
Nel racconto, appare a un certo punto l'"Evergeta", che viene descritto come il marito meccanico": una protesi tecnologica ad uso di mariti affaticati. Ma questa descrizione non appare nella versione pubblicata in volume da Vallecchi nel '38, e oggi riproposta. Ed è un peccato, perché lo stesso Savinio, a suo tempo (in "La nostra anima") denunciò la censura subita, indicando ai lettori che il testo andava letto nella sua forma completa e non "espurgata dal Vallecchi" quella versione già apparsa nel '29 su "L'Italiano" di Longanesi, e pubblicata quattro anni dopo in francese - con qualche variante - in "Le Surréalisme au Service de la Révolution". Dove Savinio spiega cosa sia questo misterioso "Evergeta": "È una macchinetta che compie nel modo più preciso, perfetto, pulito quella funzione che la più parte dei mariti oggigiorno non sono più capaci di compiere. Gran sollievo, lei capisce bene, per quei poverini. Ne abusano, però, troppo, troppo: a giudicare almeno dal rumore che sento tutte le notti in questa casa...". Strana compagnia, davvero, per il sommo eroe omerico.

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