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Ortese Anna M. - Il mare non bagna Napoli |
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Titolo | Il mare non bagna Napoli |
| Autore | Ortese Anna M. | Prezzo Sconto 15%
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€ 14,45
(Prezzo di copertina € 17,00 Risparmio € 2,55)
|  | | Dati | 1994, 176 p., 10 ed. |
| Editore | Adelphi
(collana Fabula) |
 Consegna espresso in Italia in 1-2 giorni | | 
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| Il romanzo, nato dall'incontro della scrittrice con una Napoli uscita in pezzi dalla guerra, è in realtà la cronaca di uno spaesamento. La città infatti diventa uno schermo sul quale l'autrice proietta ciò che lei stessa definisce la propria nevrosi: una nevrosi metafisica, una impossibilità di accettare il reale, un orrore del tempo che ogni cosa corrode. Tutto il libro è un grido contro questo orrore, da cui lo sguardo vorrebbe potersi distogliere e non può. Questa edizione è accompagnata da due testi scritti dall'autrice, ripensando questo libro edito la prima volta nel 1953.
| La recensione de L'Indice |

scheda di Roat, F., L'Indice 1994, n. 8
Originariamente pubblicati da Einaudi nel '53, i racconti de "Il mare non bagna Napoli" testimoniarono il raggiungimento da parte della Ortese d'una maturità e peculiarità di scrittura che la pose senz'altro al di fuori del filone neorealistico in cui all'epoca parve a taluno di inserire queste cronache, intese a tratteggiare una Napoli, appena uscita dalla guerra, "non più ridente e incantata o tambureggiante e grottesca, ma livida come una donna da trivio sorpresa da un subitaneo apparire della ragione". Ed è l'assoluto degrado d'una città fatiscente, cupa e malata, quello che emerge dalle pagine del "Mare"; una città descritta con crudezza tagliente e ossessiva, attraverso un registro narrativo febbrilmente acceso, a stento tenuto a freno da una scrittura pur sorvegliata, che qua e là esplode in figurazioni allucinate d'impianto surrealistico, dove sprazzi di realismo si trasmutano in evocazioni fantastiche, in visioni oniriche o dell'incubo. Ma come sottolinea la stessa Ortese nella prefazione a questa ristampa della sua opera, la rassegnata e tetra metropoli del "Mare" costituiva solo uno schermo - pur essendo "molto veri il dolore e il male di Napoli" - su cui proiettare il proprio spaesamento e la propria "nevrosi", dovuti forse all'incapacità di accettare la dimensione realistica di un esistere all'insegna della precarietà e del venir meno. Peraltro le pagine del "Mare", appartenendo all'ambito narrativo, non intendevano certo millantare pretese saggistiche, e oggi paiono quasi incomprensibili le polemiche e le accuse di essere "contro Napoli", che accompagnarono l'uscita del libro. Da tutti i racconti, dunque, emerge veemente l'intollerabilità nei confronti di un vivere visto come sofferenza, privazione e morte, le cui ineludibili e angosciose presenze possono essere esorcizzate o tollerate solo mediante lo sguardo indiretto, lo specchio contemplativo della scrittura, che, risolvendosi in parola ora rassegnata, ora onirica, ora empatica si fa grido di dolore con cui dire attraverso lo stupore abbacinato di un pathos visionario "i lamenti, la sorpresa, il lutto, l'inerte orrore di vivere".
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Media Voto: 3.5 / 5ant lomell@libero.it (13-02-2005) Immagine tutt'oggi veritiera di Napoli rispetto a chi la vede tutta delinquenza, camorra e traffico Voto: 3 / 5 |  |  |  |
Bartolomeo Di Monaco bartolomeo.dimonaco@tin.it (14-05-2003) Non è un caso che questo libro di sei racconti, dallo stile giornalistico e quasi sempre distaccato, si apra con la piccola Eugenia che, pressoché cieca, vede tutto appannato, indistinto, inciampa negli scalini, finché la generosa zia Nunziata non si decide – poveri come sono tutti quanti – a metter fuori le ottomila lire per l’acquisto di un paio di occhiali. Sono gli occhiali che inforca la nostra autrice per guardare Napoli: “Figlia mia, il mondo è meglio non vederlo che vederlo”; “tutto era coperto per lei da un velo sottile”; “il mondo, fuori, era bello, bello assai.” Credo di poter dire che la speciale miseria di Napoli che è rappresentata in questo libro, abbia la sua chiave di lettura nel primo racconto dal titolo “Un paio di occhiali”: è la miseria morale e materiale che si respira in quegli anni usciti dalla guerra, e più che la miseria di una città, sia pure emblematica come Napoli che la patì orrendamente, è la miseria di tutti quei gesti, quelle ambivalenze di parole e di azioni che generano solo incomprensione e oscurità, mentre, se si riuscisse a veder bene, ci si accorgerebbe che al di là di noi stessi la natura è pronta, al contrario, a condividere e a sorriderci: “si presentiva, là dietro, l’enorme festa della primavera.” Occhi speciali occorrono, dunque, perché non ci accada come a Anastasia Finizio, nel secondo racconto, che: “guardava giù, non riconoscendo quasi i luoghi e le persone.” C’è bisogno di lei in famiglia, del suo lavoro, per tirare avanti, e allora anche la madre s’adopera per ottenebrarle la mente, ostacolarle ogni illusione. Anche l’autrice, a Forcella, nel marasma di contraddizioni di quella strada dove i piccoli uscivano dai buchi dei marciapiedi come fossero topi e “il mare non bagnava Napoli”, in realtà non vedeva “nulla, se non un groviglio confuso di cose varie”. Si deve metter mano ad un lavoro di ripulitura accurata delle proprie lenti osservatrici e visionarie – e chissà se a qualcuno riuscirà mai - per estrarre dal groviglio di voci e di immagini che si accavallano e s Voto: 4 / 5 |  |  |  |
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