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Roth Joseph - Fuga senza fine. Una storia vera

Fuga senza fine. Una storia vera TitoloFuga senza fine. Una storia vera
AutoreRoth Joseph
Prezzo € 7,00
Prezzi in altre valute
Dati1995, 151 p., brossura, 7 ed.
TraduttoreManucci M. G.
EditoreAdelphi  (collana Gli Adelphi)

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Descrizione
"Io so soltanto che non è stata, come si dice, la "inquietudine" a spingermi, ma al contrario - una assoluta quiete. Non ho nulla da perdere. Non sono né coraggioso né curioso di avventure. Un vento mi spinge, e non temo di andare a fondo". (Joseph Roth) Dalla steppa siberiana all'asfalto di Parigi e Berlino, fra amori difficili e amori impossibili: il romanzo del disincanto e dello smarrimento nell'aria di Weimar.

I vostri commenti
  Media Voto: 4.75 / 5

Donatella bandon99@hotmail.it (31-07-2006)
Stupendo, uno dei più bei libri che abbia mai letto. Asciutto nello stile,fatto spesso di brevi periodi, pennellate brevi che racchiudono immagini complete, riesce a descrivere insieme sentimenti e azioni, trasmette riflessioni sull'uomo e al tempo stesso sulla vita secondo me eterni. Prescinde dal periodo storico in cui è collocato, per quanto ne dia un'immagine consistente e lucida. Concordo con la valutazione del grande Claudio Magris che lo definisce "uno scrittore autenticamente anarchico e ribelle agli idoli del mondo sino all'autodistruzione" che crede solo "nella fedeltà a una legge vissuta e fatta propria con tutta la persona e il disprezzo per lo spirito gregario, così spesso insito nella trasgressione commessa senza volerne pagare le conseguenze". Questa la vera chiave di lettura secondo me di questo stupendo romanzo, che va ben al di là del raccconto stesso. Non solo la disgregazione del mondo post-asburgico, ma la critica alla necessità dell'uomo delle società occidentali (ancor più quelle globalizzate di oggi) di uniformarsi per essere accettato, che non ha il coraggio della propria personalità e di una visione autonoma delle cose, goccia nel mare, scintilla nel fuoco, come dice Roth, impossibilitato a uscirne,se non sentendosi parte di una rivoluzione che lo pone parte di una medesima accettazione, anche se di un gruppo più ristretto. Roth dice del suo personaggio: "...mi pareva che possedesse quel grado di intelligenza che rende un uomo indifferente". La fedeltà a Irene, o meglio all'idea di Irene, rappresenta solo la fedeltà a se stesso e la consapevolezza di quanto nella vita il caso conti più delle scelte.
Voto: 5 / 5

Greek (28-07-2004)
Bello!
Voto: 5 / 5

GB gprbzz@tin.it (31-07-2002)
Protagonista della trama - come sempre in J. Roth, mesto cantore della Finis Austriae, - è il solito tenentino del regio-imperial esercito asburgico. Solo che questo libro di non molte pagine, ma difficile, lungo e spesso non comprensibile, non si inserisce nel contesto (dolorosamente familiare, anzi familiarmente doloroso) del declinare di quel mondo. Ma inaspettatamente - inaspettatamente in Roth che qui vuole rischiare il triplice salto mortale senza rete - si incentra sul "dopo". Sul nuovo, tragico, disorientante, facile e nello stesso tempo difficile "dopo" che in Europa il collasso degli imperi centrali aveva aperto, anzi squarciato. Nel 1916, in Galizia, il tenente Franz Tunda, protagonista del racconto, viene catturato dai russi e deportato in Siberia. Circondato dalla taiga e del tutto separato dal consorzio sociale, per diversi anni nulla egli sa degli esiti della guerra, né della caduta dello zar e della presa del potere da parte dei bolscevichi, così come nulla sapeva della cruentissima guerra civile che proprio in quel periodo stava mettendo tutto sottosopra. Ritenendo che si trattasse di faccende che riguardavano la sola Russia e che fuori di essa invece tutto fosse rimasto immutato, Tunda decide di abbandonare il lontano rifugio per fare ritorno, con ogni mezzo che potesse capitargli, a Vienna, dove era rimasta ad attenderlo, secondo lui immutabilmente innamorata e infallibilmente fedele, la sua fidanzata Irene ("amava - sintetizza Roth nel suo modo conciso e preciso - i sacrifici che erano necessari per raggiungere la fidanzata e la vanità di quei sacrifici"). Costei era il virgulto naturale di quella ricca e operosa borghesia viennese che insieme con la nobiltà di più antico lignaggio dava lustro a quell'appellativo di "felix" che alla vecchia Austria il resto del mondo invidiava ("Il vecchio - il padre della ragazza, citiamo ancora Roth - era nato in quei tempi in cui una volontà determinava la qualità e si guadagnava ancora con i principi etici"). Ma ad un certo punto di quel suo viaggio a ritroso nello spazio e nel tempo, Tunda viene preso prigioniero dai rossi e coattivamente aggregato dai rivoluzionari nella guerra contro i controrivoluzionari. Come canna al vento, Tunda si lascia docilmente coinvolgere, incalzato da una ragazza - compagna dei "nuovi tempi" - che gli faceva da rude nutrice, da frettolosa amante, da sbrigativa guida e da risoluto insegnante della nuova ideologia. Tunda corrivamente si adatta, senza mai chiedersi cosa gli avrebbe riservato il domani. Si adatta come quando alla fine di una faticosa giornata silenziosamente ci si adatta sul più ruvido dei materassi. Dopo numerose vicende, finita la guerra civile, quando il bolscevismo rivoluzionario faticosamente cercava di farsi Stato, dopo che - mentalmente egli vivendo sempre in una sorta di apnea - un breve e fortuito incontro di sensi con una raffinata signora parigina gli aveva dolorosamente risvegliato il ricordo di quell'"altro mondo", poiché "nell'animo di alcuni uomini il dolore provoca un'esaltazione più intensa della gioia", Tunda fugge dall'Unione Sovietica e riesce a raggiungere Vienna. Vienna che non era né come la ricordava né come aveva sperato di trovarla. Né Irene, che nel frattempo si era sposata, l'abitava più. Tunda si aggira per la grande nuova città ("un enorme cantiere, pieno di bottegai e di impiegati") come un fantasma. Vive di espedienti e nel prosieguo, in una cittadina della Renania, della difficile ospitalità del fratello. Dalla quiete della Siberia ai travagli della rivoluzione in un Paese preso dal fuoco, da Mosca a Baku, da Baku a Vienna, da Vienna a questa non meglio specificata cittadina renana, da essa ad una Berlino che dovette sembrargli quel che l'attuale Pechino sta sembrando a noi contemporanei, e da essa, finalmente, a Parigi. Per trovarvi Irene o almeno quella signora amata una sola notte. Qui sta il senso del titolo del libro. Una "fuga senza fine" in un mondo che non era più il suo ("Tunda imparò che tutte le sue esperienze non bastavano a renderlo sicuro in un mondo in cui non era di casa. All'improvviso comprese la pavidità degli invalidi, di quegli invalidi che perdono nell'inferno della guerra occhi, orecchie, naso e gambe, mentre tornati al loro paese obbediscono agli ordini di una domestica che li scaccia dall'ingresso padronale"). A Parigi la raffinata signora, provveduta d'un amante cònsono, non lo degna di attenzione, mentre con la sempre blandamente desiderata e mai effettivamente cercata Irene ("dovendo scegliere fra una Irene che giocava a golf e ballava il charleston e un'altra che non figurava nemmeno nell'anagrafe, Tunda scelse la seconda"), incrociatisi per caso, non si riconoscono. Forse perché pensava di doverla trovare ridotta come s'era ridotto lui quando la incrociò che era ricchissima, levigatissima e risolutissima non la riconobbe. Né lei riconobbe lui. Vivendo anch'io come purtroppo la maggior parte degli "intellettuali" di radicati pregiudizi mentali (Joseph Roth per me era solo quel mesto cantore della Finis Austriae che avevo apprezzato ne "La marcia di Radetzky" e ne "La cripta dei cappuccini"), ho faticato molto a penetrare la bellezza di questo Roth disorientante e disorientato, e così diverso dal consueto. Mi aspettavo che alla fine della sua vacua e umiliante odissea parigina, sperduto negli ampi spazi descrittivi del racconto, Tunda si togliesse la vita ("Non aveva nessuna professione, nessun amore, nessun desiderio, nessuna speranza, nessuna ambizione, nemmeno egoismo. Superfluo come lui non c'era nessuno"). Non lo fa, ma nessuno può escludere che lo faccia domani, o stanotte stesso. ("Io so soltanto che non è stata, come si dice, la inquietudine a spingermi, ma - al contrario - una assoluta quiete. Non ho nulla da perdere. Non sono né coraggioso né curioso di avventure. Un vento mi spinge e non temo di andare a fondo.").
Voto: 4 / 5

Manuel Orazi (29-04-2002)
Chi non ha letto questo libro, nulla potrà mai comprendere del 900: spaesamento, crisi del linguaggio, coscienza del baratro. Un capolavoro assoluto
Voto: 5 / 5

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