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Garboli Cesare - Il gioco segreto. Nove immagini di Elsa Morante

Il gioco segreto. Nove immagini di Elsa Morante TitoloIl gioco segreto. Nove immagini di Elsa Morante
AutoreGarboli Cesare
Prezzo
Sconto 15%
€ 10,20
(Prezzo di copertina € 12,00 Risparmio € 1,80)
Dati1995, 248 p., brossura
EditoreAdelphi  (collana Piccola biblioteca Adelphi)

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Descrizione
Il primo libro di Elsa Morante, una raccolta di racconti edita nel 1941, si intitolava "Il gioco segreto". Pubblicato quando l'autrice non aveva ancora trent'anni, esso ebbe un tiepido successo di stima e si meritò qualche benevola parola di incoraggiamento. La stessa Morante lo dimenticò in gran parte e concorse a farlo dimenticare, riferendolo sempre alla propria preistoria. Quando nel 1963, al culmine della maturità e del successo, pubblicò "Lo scialle andaluso", molti dei racconti del "Gioco segreto" furono esclusi dalla nuova raccolta e cestinati. In questo libro "Il gioco segreto" viene rivalutato non solo come prezioso incunabolo, ma come una fonte di luce nascosta che si irradia su tutta l'opera della Morante e ne illumina il percorso sotterraneo.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
ROSA, GIOVANNA, Cattedrali di carta. Elsa Morante romanziere

GARBOLI, CESARE, Il gioco segreto. Nove immagini di Elsa Morante
recensione di Madrignani, C., L'Indice 1996, n. 1

La scrittura critica segue regole al pari di ogni altra opera letteraria: non si tratta solo di analizzare o valutare, ma di "come" farlo. Garboli ha il genio delle prefazioni, il cui stile è fatto di concisione e rapidità; un impasto di rimandi e allusioni; un'accorta tensione prolettica che è insieme invito e proposta di lettura. I "pezzi" qui raccolti, acuti, svettanti, generosi, sono degli a-fondo che se non decidono pesano su ogni interpretazione della Morante. Il fascino della scrittura appassionata e libera, il cumulo di punti di vista tormentati e personalissimi si giovano anche del ricorso a ricordi e incontri autobiografici, sempre significativi e rivelatori, che i soliti critici puri o quelli ultraideologici tratteranno come deviazioni personali o chiacchiere da demi-monde.
Motivo chiave di Garboli è quello dell'ambiguità o dell'androginia, che rende problematica, ma non annulla, la cifra realistica dei romanzi. La lotta fra immaginario e reale non ha contorni netti; tutto nasce e si conforma "in un abisso di memoria", da cui escono appaiati e aggrovigliati lucidità e finzione. Perfino l'ambientazione meridionale di "Menzogna e sortilegio" ha i tratti di quest'ambiguità: ne risulta un romanzo di abnorme genialità popolar-ottocentesca che si afferma e contraddice nei meandri di una contorta soggettività memoriale. Anche per "L'isola di Arturo" vale lo stesso procedimento di accettazione e dissoluzione del realismo, introiettato come una pulsione visionaria e nichilista, in nome della quale si arriva a dire: "La copia della realtà è vana esattamente come il modello". È insomma un'interpretazione oltranzista in cui narrare affonda in un universo di patologie narcisistiche paradossalmente attente alla datità del reale.
Si veda ora un altro volume sulla Morante, appena uscito, monolitico e ponderoso, di Giovanna Rosa, "Cattedrali di carta". Qui lo stile è tutto diverso; la scrittura è analitica, scientifica, amabilmente neutrale (mai la Rosa potrebbe invocare, come fa Garboli, "l'autorità di una sensazione"). È il genere-monografia al massimo della purezza e della dedizione. L'opera della Morante è unica e onnipresente: non vi sono deviazioni o richiami extratestuali. Anche qui, a conferma della giustezza di un'interpretazione, è ancora l'ambiguità a connotare le opere narrative. Nell'approfondire e nel calare in terminologia critica adeguata la Rosa traduce l'"ansia espressiva abnorme" della Morante in un commento analitico ininterrotto. La cifra di "Menzogna e sortilegio", inteso come romanzo familiare alla Freud (ma perché non citare Marthe Robert?) è da ricondurre al "dominio diegetico del monologismo d'autore". A caratterizzare poi "L'isola di Arturo", con la sua "iniziazione impossibile", è l'acronia circolare ottenuta dal sovrapporsi dei tempi verbali. E la storia di Arturo non ha "senso", perché non conclude positivamente una traiettoria vitale, a dimostrare come il modello ottocentesco venga assunto e rinnegato.
Insomma siamo di fronte a due letture autonome, fedeli a canoni esegetici e a strategie assai diversificate, anche se non contrastanti. C'è poi una convergenza inaspettata: l'appassionata e prolungata lettura della "Storia". Per Garboli si tratta di una palinodia ribollente di umori letterari e ideologici. Egli scopre un tono gaio nell'opera e parla "di tonalità euforica, eroicomica, cavalleresca" che non saprei come conciliare con la volontà di far spalancare gli occhi sull'orrore dell'intreccio, sull'eterno fascistico che lo sostiene. E il passaggio dal cavalleresco al sapienziale incontra ostacoli perfin ovvi: non lo permettono le scelte stilistiche di una vicenda umana troppo umana narrata con inaspettata "facilità". La Rosa per parte sua sottolinea positivamente proprio il tono di "sintonia simpatetica" fra scrittrice e personaggi, ma accenna anche alle cadute patetiche, all'oltranza melodrammatica di stampo romantico-popolare, che si avvolgerebbero in sembianze decadenti. In questa lunga analisi (pp. 207-89) "La Storia" trova una pacata e "scientifica" valutazione, volutamente estranea alla ridda dei primi recensori. Ma rimane il dubbio che il romanzo vada confrontato con il suo "fuori", con il lettore ideale e con quello storico, con le attese e i "credi" di un particolare pubblico e infine con quanto la narratrice pensa, immagina, ipotizza in un momento precedente o laterale all'atto della stesura. Fra il messaggio che precede e l'opera che lo veicola c'è una distonia strutturale (già lo disse Cases) che inficia la coerenza del narrato. "La Storia" è un'opera sbagliata scritta con la maestria di un grande romanziere. Troppo alto il pedaggio pagato da una grande artista inattuale per sbarcare all'attualità. Il cambio di strumenti che già si era visto nell'"Isola di Arturo" qui diventa un cedimento e quasi una banalizzazione; questo tipo di "popolare" nasce da una spinta volontaristica, è una forte e personalissima risposta alla vulgata ideologica della sinistra. D'altra parte la forza della grande Morante è nell'ossimoro: popolare-difficile; schietto-contorto; umanissimo-terribile, comunque mai consolatorio, mai conclusivo. (Come dire: "Menzogna e sortilegio", unicum e irripetibile). Quantum mutatum ab illo Aracoeli! Anche su queste pagine il saggio della Rosa indaga, con infaticabile, oculatissima sagacia di lettrice agguerrita e sensibile; e l'ultimo romanzo solleva nuovi problemi ermeneutici, sui quali invitiamo il lettore per una lettura attenta e proficua.
Per cercare una conclusione, val la pena di citare l'ultima, breve nota di Garboli, "Elsa come Rousseau". Dove s'insiste sull'atipicità e l'a-modernità della Morante e la si accosta alla situazione del filosofo, alla sua ambiguità nei confronti dei valori istituzionali della storia e del sapere, alla sua scandalosa cultura di autodidatta. Al di là della congruità del confronto, è giusto ricordare la mancanza di ruolo di questa grande artista in un'Italietta di scriventi-vati.
Fra i motivi di disorientamento provocati da una scrittrice complessa e misteriosa, c'è anche il fatto che le opere della Morante sembrano nate dal nulla, senza padri ispiratori, senza sorelle o fratelli di una stessa genealogia culturale. Trovo strano che, fra i pochi, incerti o improbabili precedenti citati da Garboli, non sia mai ricordata Matilde Serao, narratrice facile, per niente contraddittoria o ambigua, e tuttavia icona persuasiva di certo meridionalismo visivo e ambientale: interni miserabili, vicoli fatiscenti, palazzi corrosi e infine fanciulle e famiglie segnate da un destino popolare - piccolo-borghese.

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