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Canetti Elias - La rapidità dello spirito. Appunti da Hampstead (1954-1971) | E' una raccolta di appunti, vergati negli anni che precedono e seguono la pubblicazione di Massa e potere. Alle riflessioni si alternano parentesi narrative, com'è nello stile di Canetti.
| La recensione de L'Indice |

recensione di Dorowin, H., L'Indice 1997, n. 4
A metà degli anni trenta, terminati il romanzo "Auto da fé" e i due drammi "viennesi" "Nozze" e "Commedia della vanità", Elias Canetti aveva deciso di dedicarsi esclusivamente alla stesura di "Massa e potere", progettata fin dall'inizio come "opera della sua vita". In modo particolare, si era proposto, di fronte alla drammatica attualità dell'argomento, di non scrivere più nulla di "letterario", finché non avesse portato a termine il grande saggio antropologico con il quale intendeva "prendere il secolo alla gola". Col passare degli anni dovette però rendersi conto che una crescente quantità di nuove esperienze - l'esilio in Inghilterra, la guerra, gli incontri, le letture, gli stessi studi dei materiali mitologici, etnologici, storici e psichiatrici - richiedevano una forma di elaborazione meno sistematica, più libera e aperta. Nacquero così i "quaderni d'appunti", a cui l'autore affidava pensieri e impressioni, aforismi e pagine saggistiche, progetti di future opere e piccole narrazioni compiute, fantasticherie bizzarre e utopiche, ritratti di personaggi reali o inventati: uno zibaldone, dal quale avrebbe potuto un giorno estrarre singole parti per la pubblicazione. Quando poi, nel 1973, diede alle stampe una "piccola scelta" di questi quaderni sotto il titolo "La provincia dell'uomo" (Adelphi, 1978), credette ancora di doverli giustificare come una specie di "valvola di sfogo" per la pressione accumulata durante i decenni di concentrazione totale su "Massa e potere".
La straordinaria accoglienza che l'opera "minore" ebbe presso i lettori e la critica - molti infatti salutarono "La provincia dell'uomo" come un vero e proprio capolavoro dell'autore - deve aver spinto Canetti a riprendere in mano quegli appunti e a pubblicarne, a vent'anni di distanza, una seconda selezione, che si va ad aggiungere agli altri due volumi di appunti: "Il cuore segreto dell'orologio" (Adelphi, 1987) e "La tortura delle mosche" (Adelphi, 1993). Nel maggio 1994, pochi mesi prima della sua morte, consegnò all'editore questi "Appunti da Hampstead", che Adelphi ora propone sotto il titolo "La rapidità dello spirito" e che costituiscono un prezioso completamento della "Provincia dell'uomo", con cui condividono l'ampiezza d'orizzonte, la lucida passionalità, la scrittura cristallina. Gli appunti del libro abbracciano il periodo che va dal 1954 al 1971, dalla stesura di "Massa e potere" fino all'affiorare del progetto di un'autobiografia che sarà poi realizzato negli anni settanta e ottanta. Dopo la pubblicazione del grande saggio Canetti si sente come svuotato e si chiede: "Dove sei? Che rimane di te? Il cratere del tuo libro.". Affiora il dubbio di aver soffocato la sua creatività con l'attenzione eccessiva per la massa e il desiderio di lasciare di nuovo "scorrere le parole, cieche, cattive, crudeli ed esagerate".
Ciò che più profondamente ha segnato il pensiero dell'autore è l'immersione nel mondo dei miti, l'immaginario più autentico della specie umana, che egli vorrebbe restituirci intatto, conservandone tutta la ricchezza poetica, tutta la carica di verità. Il mito, per Canetti, non è oggetto di interpretazione storica o psicologica, e nemmeno di "inventario" strutturalista, ma strumento di conoscenza, rappresentazione del mondo. La sua rivalutazione non comporta però le implicazioni ideologiche che possiede in altri autori come, ad esempio in Ernst Jünger, la sottomissione all'ineluttabile legge dell'eterno ritorno. Il mito appare invece come l'oceano delle infinite potenzialità dell'uomo e depositario della sua libertà di trasformazione. La "metamorfosi" come capacità creativa è insieme categoria antropologica e base dell'estetica canettiana. Essa salva il singolo dalle mani del potere, lo sottrae al controllo di una "ratio" totalitaria che lo vorrebbe fisso, cristallizzato, calcolabile. Calcolo, possesso, dominio - questi sono gli atteggiamenti che Canetti combatte in ogni campo. Alla scienza egli contesta il diritto di subordinare il singolo fenomeno ai suoi concetti astratti e di dissolverlo nelle "viscere del sistema", alla storiografia quello di imporre al flusso degli eventi un'interpretazione univoca: "La 'Storia' è fatta di giorni falsificati". Agli scrittori, compreso se stesso, l'autore ricorda che la conoscenza delle cose, vissuta come rassicurante possesso, ne disperde il mistero e ne distrugge la bellezza. "Tutto ciò che egli non conosce potrebbe essere bello. Ciò che conosce è coperto di lava scura". La bellezza delle lingue sconosciute sta proprio nel fatto di lasciarci la "libertà delle congetture", esse esercitano su di noi il fascino degli oracoli.
Nell'esortazione a "mollare la presa", a rinunciare al capillare controllo raziocinante del reale, sta uno degli elementi peculiari di questi appunti. Da lì nasce la sensazione di un deciso distacco dalla nostra modernità e di una serena apertura verso antiche o lontane forme di sapienza. Canetti si sente povero a confronto di un vecchio Aranda che "in ogni momento ha in sé tutti i miti e le tradizioni, nel loro limpido disegno". Esse non sono sottoposte all'"insipido gioco delle interpretazioni" della nostra "vacua mania comparativa", ma continuano a "significare esattamente ciò che dicono". Con questo l'autore non intende un'antilluministica remitizzazione del nostro sapere, che sarebbe comunque destinata a risolversi in un'operazione ideologico-commerciale di breve respiro, ma vuole restituire la loro inalienabile dignità alle forme cosiddette "primitive" o "premoderne" di rappresentazione del mondo. Pensando ai nobili che popolano i romanzi proustiani Canetti ribadisce: "La mia 'aristocrazia' sono quegli sconosciuti dei 'primordi': Boscimani, Aranda, Fuegini, Ainu. La mia 'aristocrazia' sono tutti coloro che vivono ancora di miti." A prima vista, il Canetti emerso dagli studi antropologici, il grande umanista che confessa una "inestirpabile passione per l'uomo" e una "fede crescente nella sua inesauribilità", sembra lontano mille miglia dall'autore di "Auto da fé" che con freddo sarcasmo aveva dipinto il quadro grottesco di un mondo disumanizzato. Infatti ora dichiara di non interessarsi più dell'occhio maligno che aveva posseduto una volta e di essere troppo vecchio per odiare come si deve. Ma, a guardare meglio, la vena satirica di Canetti non si è affatto spenta e le invenzioni grottesche continuano a sgorgare copiose dalla sua penna. È venuto meno l'accanimento distruttivo contro i suoi oggetti, lasciando spazio a una divertita, ma sempre maliziosa osservazione della fauna umana. Brevi ritratti di personaggi bizzarri, in cui riconosciamo parenti del "testimone auricolare" dell'omonimo libro (Adelphi, 1995), popolano anche questi appunti. A volte si tratta solo della descrizione di singoli gesti o comportamenti caratterizzanti - "Avari che si nascondono così bene che alla fine scompaiono" - a volte di invenzioni che potrebbero costituire il nucleo di future opere, come quel progetto di un dramma che dilata le differenze di grandezza fra uomo e uomo "come se fossero cani". Quando l'autore lascia fluire liberamente la sua fantasia, nascono paesi utopici, isole felici, pianeti bizzarri, mondi alla rovescia, dove i pensatori vengono rapati a zero, dove ciascuno ha il diritto di "saltare" dieci anni della sua vita o dove si tira a sorte per stabilire chi deve essere nominato padre.
Davanti ai grandi satirici, di cui si sente debitore - Aristofane, Quevedo, Swift, Gogol, Nestroy - Canetti s'inchina con rispettoso affetto. Fra gli autori più recenti, Kafka rimane un modello irraggiungibile, Walser diventa una droga pericolosa, Musil invece un salutare esercizio intellettuale. Fra i propri coetanei, ai quali si avvicina con molta cautela, Canetti scopre con sorpresa un "fratello gemello" in Cesare Pavese. Leggendo con affascinata partecipazione i diari dello scrittore italiano, annota: "Mai un parallelismo ha destato in me tanto stupore". Pur non condividendo l'americanismo di Pavese - "Io sono uno spagnolo, un vecchio spagnolo" - riconosce in lui lo stesso vivace interesse per il mondo mitico, e rimane profondamente colpito quando scopre che Pavese, poco prima di togliersi la vita, era stato alla ricerca di un libro sul folklore dei Boscimani, che Canetti stesso definisce il libro più importante della sua vita. L'autore riflette sulla tragica fine del "fratello" e annota, con grande esitazione, il pensiero che forse Pavese era morto perché lui potesse vivere - un tentativo di dare un senso positivo alla morte che rimane isolato negli scritti dell'autore. Ma proprio su questo punto troviamo in Pavese espressioni profondamente canettiane: "Nulla può consolare della morte. Il gran parlare che si fa di necessità, di valore, di pregio di questo passo lo lascia sempre più nudo e terrificante, e non è che una prova della sua enormità - come il sorriso sdegnoso del condannato". L'annotazione si trova, sotto la data 26 gennaio 1940, nel volume "Il mestiere di vivere". Elias Canetti, forse per pudore, non la cita.
La traduzione di Gilberto Forti si potrebbe definire bella, anzi bellissima, se non contenesse alcuni errori di comprensione piuttosto pesanti. Là dove il traduttore parla di un uomo che deve "sdraiarsi", perché "ciò che sta in alto non gli dà requie", la parola "sich strecken" intendeva "allungarsi verso l'alto" (p. 11). I pesci predatori che "sentono l'uno nell'altro", anziché "l'un l'altro" (p. 74) potrebbero rivelarsi un errore di stampa, ma Franz Kafka che "non si fa crescere una bella chioma" (p. 134) risulta del tutto incomprensibile, dato che la forma idiomatica "kein gutes Haar an sich lassen" intende "denigrare se stessi". Quando poi, in un'annotazione enigmatica, Canetti dice: "Man ist gefährlich viel und sieht sich nicht ab", pensa ovviamente all'insondabile abisso che è ogni singolo uomo, e non a problemi demografici ("Siamo tanti, un numero pericoloso, e non ce ne rendiamo conto", p. 176). Come si spiegherebbe, altrimenti, la continuazione: "Se avessimo la piena percezione di ciò che siamo, resteremmo paralizzati e dovremmo trattenere il respiro fino a cadere stecchiti"?
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