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Ceronetti Guido - Cara incertezza |
| La recensione de L'Indice |

recensione di Boatto, A., L'Indice 1997, n. 8
Agisce in Ceronetti un diagnostico del crimine, un prospettore della sciagura, uno speleologo delle planetarie rovine, ma non rintracciamo mai in lui l'ombra possibile di un terapeuta. Lo scrittore non conosce alcun rimedio all'irreparabilità del Male - l'impiego della maiuscola è giustificato dalla radice ontologica, metafisica che possiede la nerezza del mondo -, bensì solo consolazioni tanto più persuasive e perfino efficaci quanto più si mostrano insperate. A me ricordano il "consolamentum", il solo sacramento amministrato dai catari provenzali ai fedeli di grado secondario prima della morte. E la setta catara è stata letta anche come un'ennesima manifestazione della gnosi: non siamo poi tanto distanti da un autore che è stato definito "un'anima naturaliter gnostica".
Inaspettatamente più pietoso di quegli sventurati eretici o, forse, più fortunato - non me ne voglia se gli assegno quest'ultimo attributo -, Ceronetti concede a sé e a noi almeno due conforti. L'uno è costituito dalle parole, quelle di cui fa un uso aspro, infiammato e immaginoso, e quelle degli altri, soprattutto dei mistici e degli scrittori sofferenti e devastati: frammenti, distici di fuoco, aforismi rischiaratori. Ed è proprio il suo amore per la frase sentenziosa e per il periodo contratto che lo pone in salvo dallo scoglio sempre vicino della predicazione.
L'altro "consolamentum" ha consistenza non solo immaginaria ma concretamente carnale. Questo scrittore minacciato dal peccato della superbia e dalla grande facilità del disprezzo accetta la correzione che gli apporta l'umiltà. Si tratta di una trita, quotidiana umiltà che lo spinge a spartire con le platee la consolazione povera, accessibile del cinema. Evidentemente Ceronetti, che nutre dubbi sulla morte di Dio ma nessuno su quella del cinema, parla del cinema di ieri. Ai suoi occhi si incarna nel volto di Arletty, la protagonista non mai obliata di "Les enfants du Paradis" di Carné. Non esiste solo l'oscurità del Male ma anche la morbida oscurità dei cinematografi, su cui splende il fascino delle pupille, delle labbra e delle ciglia della donna. Simile refrigerio dalle pene non si limita unicamente alla finzione. Ceronetti compone un'apologia dell'imprevedibilità dell'amore, una forza di per sé eruttiva opposta alla catena monogamica e depressiva di ogni fedeltà matrimoniale. Che cosa fecero di meglio nella loro stagione gli antichi poeti surrealisti?
Del Male in Ceronetti non c'è alcuna previsione ma solo accertamento, indicazione, attrazione spinta fino a una punta d'impuro compiacimento. Non commettiamo il grosso errore di scambiare per un profeta questo rinomato traduttore di testi profetici dell'Antico Testamento. Il disastro non deve affatto ancora sopraggiungere, e meno che mai un redentore che disporrebbe del potere di mutare la consolazione in salvezza. Ceronetti frequenta sempre un Male sì profondo e radicato ma egualmente sempre domestico, appiccicato ai nostri giorni, frequentatore delle nostre strade, nascosto nelle nostre abitazioni, sempre più simili a spettrali "machines à habiter" dislocate sulle onde di Internet.
Per questa familiarità col Male Ceronetti ha trovato una sede appropriata per la sua attività di diagnostico nella pagina di giornale. Se c'è un luogo dove l'orrore e lo spavento dimorano in forma indisturbata e vittoriosa è la pagina sporca d'inchiostro tipografico. Mentre in Tv sono le labbra di ardite telecroniste a rovesciarci le nefandezze accumulate durante le ultime ventiquattr'ore, sul giornale esse si offrono avendo come mediatore solo la scialba scrittura dei redattori.
Cara incertezza ancora una volta è una raccolta di articoli pubblicati in precedenza e poi puntigliosamente rielaborati da questo prospettore della parola nelle vesti di scrittore ispirato e di filologo. I temi, pur sempre sorprendenti, non potrebbero appartenere meno alla continuità e alla deriva di Ceronetti. Da Hiroshima, una catastrofe che non ha incontrato il suo nome, alla soppressione di vecchi incurabili da parte di un gruppo molto organizzato di infermiere, dalla messa officiata in italiano al colore giallo di Van Gogh, dalla mostruosità dell'imperatore Tiberio al ricordo dell'insurrezione ungherese, dal corpo di Arletty al ritratto dell'amico Cioran. Una materia rigogliosa e fermentata distribuita in parti quasi eguali fra ispezione del Male e offerta di domestici conforti, forse in numero più copioso del solito da parte di questo inconsolabile. L'omaggio che rende a Ernst Jünger centenario, in costante "contatto col mistero del mondo", intacca ai miei occhi la fruttifera unilateralità della visione di Ceronetti.
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