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McCourt Frank - Le ceneri di Angela

Le ceneri di Angela TitoloLe ceneri di Angela
AutoreMcCourt Frank
Prezzo
Sconto 15%
€ 15,30
(Prezzo di copertina € 18,00 Risparmio € 2,70)
Prezzi in altre valute
Dati1997, 378 p., 20 ed.
TraduttoreLetizia C. V.
EditoreAdelphi  (collana Fabula)

Disponibilita immediata
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Descrizione
Siamo negli anni fra le due guerre e le travagliate vicende coinvolgono una famiglia così misera che può guardare dal basso la povertà, fra un padre perennemente ebbro e vociferante contro il mondo, gli inglesi e i protestanti e una madre che sbrigativamente trascina la sua tribù verso la sopravvivenza. Tutto ci arriva attraverso gli occhi e la voce del protagonista mentre vive le sue avventure. Questo ragazzino indistruttibile, sfrontato, refrattario a ogni sentimentalismo, implacabile osservatore crea con le sue parole un prodigio di comicità e vitalità contagiose, dove tutte le atrocità diventano episodi e apparizioni di un viaggio battuto dal vento verso la terra promessa.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di d'Erme, E., L'Indice 1998, n. 2

Meglio affrontare la lettura di "Le ceneri di Angela" con il frigorifero ben rifornito, poiché la fame dei protagonisti, poveri, irlandesi e cattolici, potrebbe risultare contagiosa. "Le ceneri di Angela" è l'opera prima di Frank McCourt, nato a Brooklyn nel 1930 da genitori irlandesi, oggi ex insegnante in pensione. La disgrazia (o la fortuna?) ha voluto che McCourt fosse costretto all'età di quattro anni a emigrare con la famiglia a Limerick, dove ha vissuto di stenti prima di tornare a New York nel 1949. Nella vita di Frank McCourt questa parentesi irlandese dev'essere stata oltremodo tremenda e, divenuto anziano, ha voluto raccontare come ne è uscito vivo.
Il manoscritto di "Le ceneri di Angela" venne letto nella sua fase iniziale da una talent-scout americana, che segnalò McCourt a un'abile agente letteraria. Questa non si lasciò scoraggiare dalla qualità del testo: lo tagliò, cucì e rimaneggiò finché la sua povertà linguistica non sembrò una voluta scelta di stile. Così è nata una delle operazioni editoriali più riuscite degli ultimi anni. Il libro venne presentato dagli editori americani nell'ottobre 1996 alla Fiera del libro di Francoforte come il romanzo di "un'infanzia irlandese". In Germania, dopo esser stato rifiutato da trentatré case editrici, lo ha pubblicato Luchterhand, affidando la traduzione a Harry Rowohlt che ha patteggiato con l'autore ulteriori correzioni. Negli Stati Uniti "Le ceneri di Angela" ha vinto il premio Pulitzer 1997 e il National Critics Award.
Il romanzo di Frank McCourt appartiene al ricchissimo filone della letteratura d'emigrazione. Scritto e pensato per una "Irish-American audience", "Le ceneri di Angela" dimostra quanto possano esser lontani questi percorsi narrativi dalla letteratura del paese al quale fanno riferimento, in questo caso l'Irlanda.
Il sottotitolo dell'edizione originale recita "ricordi di un'infanzia" e nell'intento di raccontare una "storia vera" l'autore ha fatto ricorso a tutti i cliché disponibili sull'Irlanda, dal proverbiale "Irish wit" al romanticismo nazionalista del Gaelic Revival. La narrazione è affidata alla voce dell'autore "bambino", che fa da cassa di risonanza alle parole, alle allocuzioni e ai modi di dire degli adulti, con risultati di grande comicità. La storia è semplice, ma molto ricca di dettagli: vie diverse hanno portato i genitori di Frank in America, il padre in fuga dopo "aver fatto la sua parte" nella lotta per la liberazione dell'Irlanda del Nord, la madre alla ricerca di un lavoro. Il loro matrimonio sarà "benedetto" dalla nascita di sette figli, tre dei quali moriranno di consunzione. Senza lavoro e all'orlo della follia decidono di tornare in Irlanda, ma la miseria che li aspetta a Limerick è peggiore di quella che hanno lasciato a Brooklyn.
Mentre Malachy, il papà di Frank, beve nei pub le misere paghe settimanali o il contributo per la disoccupazione, Angela lotta per la sopravvivenza dei figli, abbassandosi a elemosinare la carità delle dame di San Vincenzo. Malachy, ubriaco, nel cuore della notte, marcia attorno a un tavolo cantando inni patriottici, facendo giurare ai suoi figli d'esser pronti a morire per l'Irlanda. Angela fissa le ceneri nei caminetti spenti delle innumerevoli catapecchie dalle quali vengono regolarmente sfrattati. Per un periodo la famiglia McCourt vive in una casa talmente malsana e umida da poter essere abitata solo nelle stanze del primo piano, eloquentemente denominate "Italy".
Eppure, la dignità dei McCourt non si lascia minare dall'enormità della miseria nella quale sono costretti a vivere. I giornali portano in casa i fatti del mondo, letti e commentati da Malachy che trasmette al figlio anche il suo amore per i miti e le saghe celtiche. Con il tempo Frank scoprirà il piacere della lettura, della composizione e della poesia (non a caso è diventato uno scrittore...!). Il libro si chiude con la scoperta dell'"eccitazione", fonte di croci (la repressiva educazione cattolica) e delizie (il sesso) e che sarà per McCourt la vera spinta verso la libertà e l'America.
Pulci, freddo, fame, malattie, bambini scalzi e ragazzine tubercolotiche: è tutto vero e può essere tutto falso, è tutto così triste e bizzarro, pura "fiction* o indagine etnosociologica? In un primo momento si potrebbe pensare che le descrizioni di questa miseria irlandese appartengano a un altro secolo, all'epoca della Grande Carestia, o che negli anni quaranta Limerick, città di provincia della Repubblica d'Irlanda, non potesse essere peggiore della Londra di Dickens. Eppure nel 1987 le statistiche ufficiali riferivano che oltre un terzo della popolazione irlandese viveva in stato di povertà. Fino alla metà degli anni novanta, in alcune aree metropolitane, il 70 per cento degli abitanti adulti era disoccupato da oltre cinque anni. In un resoconto pubblicato nel 1991 si parla di bambini espulsi dalla scuola perché privi di scarpe. A metà degli anni ottanta, mentre il continente festeggiava un nuovo miracolo economico, per il 34 per cento delle famiglie irlandesi l'alimentazione di base era costituita da pane, latte, patate, tè e zucchero.
Dormire in quattro in un letto sotto una coltre di cappotti vecchi e ammuffiti non era una peculiarità della Limerick di McCourt. E neanche l'alcolismo e la depressione. Dunque una storia "troppo vera per essere vera"? O la memoria ha giocato troppo con i ricordi e li ha trasformati in finzione? Così un'infanzia difficile si trasforma in un romanzo di formazione. Alla fine il giovane protagonista, dopo aver superato dure prove, è pronto a diventare un uomo. Resta nell'aria l'oscura minaccia che possa seguire un "Entwicklungsroman*, il racconto degli anni della maturità.
Nella traduzione italiana di "Le ceneri di Angela", curata da Claudia Valeria Letizia e pubblicata da Adelphi, il lettore si imbatterà in un discutibile utilizzo di forme dialettali italiane. Gli irlandesi saranno anche i meridionali del Nord, ma questo misto di romano-napoletano non rende la banalissima "povertà" del testo originale. (Inoltre, perché non lasciare il testo originale delle poesie, canzoni e "nursery rhymes" e riportare in nota la loro traduzione?).
Il fatto che "Le ceneri di Angela" parli dell'Irlanda non deve far credere che abbia una qualche parentela con la letteratura irlandese, con libri come "La miseria in bocca" di Flann O'Brien (Feltrinelli, 1987), per intenderci. D'altronde nessun vero irlandese si sognerebbe mai di marciare attorno a un tavolo cantando "Kevin Barry", forse "Roddy McCorley", ma certo non "Kevin Barry", canzone puramente declamatoria, intonata spesso senza accompagnamento musicale. Un vero irlandese la canta ben fermo sulle gambe e con una mano sul cuore. Se fosse sobrio salirebbe sul tavolo ma, statisticamente parlando, sarebbe molto improbabile.

I vostri commenti
8 recensioni presenti.  Media Voto: 4.5 / 5

Oscar Grimaldi zagabren@libero.it (02-07-2007)
Un libro che mi ha coinvolto solo in parte. La scrittura è leggera e agile ma la storia sfortunatissima del piccolo Francis e della sua famiglia solo in parte mi ha emozionato. Mi resta la curiosità di sapere cosa combinerà il protagonista una volta giunto, anzi tornato, in America..... ma la voglia di leggere ancora questo autore non è poi così irrefrenabile. Vedremo
Voto: 3 / 5
Greta gretel68@virgilio.it (10-11-2006)
Siamo a cavallo delle due guerre e la famiglia McCourt si trasferisce dalla miseria di NewYork alla miseria dell'Irlanda del sud, a Limerick per la precisione, e a quanto dicono, una delle città più brutte dell'isola. Il padre è un fannullone alcolizzato, la madre una fattrice a cui muoiono i figli come in autunno cadono le foglie, le case dove via via vanno ad abitare delle topaie indecenti e soprattutto quello che segna tutto il libro è la fame perenne che non li lascia mai. Ci sono passaggi agghiaccianti, dove si prova vergogna per il benessere attuale e meraviglia per la forza dei protagonisti. Poteva essere un romanzo sulla sofferenza dell'umanità e invece è stato sapientemente trasformato in un'ironica (anche se amara) visione della vita: siccome è narrato dalla prima persona di Frank bambino, la trama risulta appunto addirittura spensierata e divertentissima. I bambini vivono le cose con più fatalità dei grandi: cioè, se sono abituati a crescere in un certo modo e in un particolare contesto e non conoscono altro, si adagiano con coraggio nelle difficoltà e trovano il bello anche nel marcio. Perciò il giorno di Natale sarà saporita anche una testa di maiale per pranzo, è sempre preferibile al niente in tavola. Ho trovato bellissimo questo modo di presentare una storia tristissima. Si ride dalla prima all'ultima pagina, per le situazioni grottesche, per l'humor sottile, per le frasi sferzanti. Eppure mai si perde di vista l'amaro che c'è sotto. Con un occhio ride e con l'altro si piange. La grande capacità del libro è l'immedesimazione, si diventa piccoli e si soffre con Frank quando lui soffre e si ride quando lui ride. Davvero, raramente certe descrizioni mi hanno colpito così., forse perché nel romanzo c'è tanta infanzia violata ma io credo che sia stata proprio la capacità dell'autore di descrivere certe cose senza cadere mai nella retorica e nel patetico.
Voto: 5 / 5
franca Jackie62@hotmail.com (21-01-2004)
E' un libro che ti accompagna per giorni, l' ho letto 15 gg fa, adesso l'ho passato a mia madre, aspetto che lo finisca per parlarne con lei. Anche io speravo non finisse mai, anche se è spaventoso pensare che tanta fame, dolore e miseria morale di molti protagonisti , possa creare un interesse e un piacere della lettura, che, giuro non provavo da tempo.
Voto: 5 / 5
Elvira (27-06-2003)
Ho letto il libro con un nodo alla gola. Le immagini,le situazioni i personaggi sono stati compagni dei giorni in cui avidamente leggevo quelle righe. Avrei voluto non terminarlo mai, e per consolarmi lo riletto e poi ho letto "che paese l'America". Sarebbe bello conoscere l'autore per potergli esprimere la mia gratitudide per avermi donato un pò della sua arte e anche della sua anima.
Voto: 5 / 5
Ce' -che-@libero.it (26-04-2003)
Indescrivibile. Non volevo finire di leggere le ultime pagine, se avessi potuto, lo avrei fatto continuare per sempre. Non trovo parole per complimentarmi con quest'uomo al suo esordio.
Voto: 5 / 5
Ale ale_tonello@libero.it (17-10-2002)
E' una storia struggente che ti appassiona: fa ridere, fa piangere, inorridire, pensare... Insomma ha tutti gli ingredienti per restare nel cuore del lettore.
Voto: 4 / 5
Roberto bobspain@libero.it (06-08-2000)
Uno di quei rari libri che si vivono come un'esperienza e che, come tale, non si dimenticherà facilmente. Una rivincita sui "professionisti del romanzo".
Voto: 5 / 5
barbara (20-03-2000)
Indubbiamente è un testo che si legge con passione, grazie soprattutto all'autore che riesce a raccontare con gli occhi di un ragazzino fiducioso nel futuro un'infanzia sicuramente non invidiabile. Complimenti a McCourt!
Voto: 4 / 5

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