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Bernhard Thomas - I mangia a poco | Da una parte un uomo di pensiero che cerca furiosamente, e invano, di riversare in un libro (un audacissimo trattato di fisiognomica) quanto gli passa per la testa; dall'altra quattro personaggi dalle vicende ordinarie, legati tra loro solo dall'abitudine di pranzare insieme scegliendo puntualmente il menù più economico. Fra questi due poli, come fra due diversi volti di un'unica entità che è la mania stessa, motore immobile del vivere, si intesse "I mangia a poco", dove, non è facile capire se ci si trovi in una commedia o in una tragedia. Ciò che domina è un'indagine maniacale della mania, ad ogni suo livello, dall'infimo al supremo, vista come ultimo, disperato relitto di un grandioso tentativo di imporre un senso all'esistenza.
Media Voto: 3.5 / 5Nisc (17-02-2009) Cercare qualcosa in un libro non è mai saggio.
Cercare un confortevole nido in un libro di Bernhard lo è ancora meno.
Un sentimento positivo di identità e la possibilità di esistere come siamo ci vengono continuamente alla mente attraversando queste storie che, mai sembrano più tragiche e drammatiche della vita vera.
Un faticoso quanto ossessivo rimetterci al mondo, ci fa sentire meno soli meno folli meno extra-ordinari.
Banali comuni imperfetti, individui.
Così si esce da un suo libro.
Io lo trovo un risultato superbo per una spesa di 22 vecchiemilalire.
Per la fisiognomica c'è sempre Lombroso poi..
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
gprbzz@tin.it gprbzz@tin.it (19-08-2001) Desiderando accostarmi a Bernhard, del quale col Soccombente qualche anno fà avevo gustato il sapore forte di un buon amaro, sono stato in dubbio se prendere Estinzione o questi Mangia a poco. Mal guidato da un mai soddisfatto interesse per la fisionomica, che le note di copertina promettevano vi si trattasse, inopportunamente mi risolsi ad acquistar questo, e ora, dopo averlo pazientemente letto fino all’ultima delle sue (per fortuna solo) 118 pagine, mi accingo a scriverne male.
Giacché il dipanarsi del racconto (ma si può chiamare racconto un continuo rimurginare?) è solo un chiuso, tetro, ostinato, concentrico e furibondo procedere verso un Disperato Nulla (in Estinzione - che da quel poco che ne so ne è la naturale evoluzione - il percorso narrativo procede dall’agonia ad una morte senza speranza).
Qui, analogamente, e tetramente, il testo si dipana, dall’inizio sino alla fine, senza un punto, senza una virgola, senza un accapo, senza un minimo spazio per un respiro, monocordemente, con una ripetività di termini e di concetti mai vista prima. Ripetività che definire ossessiva, o allucinante, o maniacale mi sembra poco; che ha un ritmo di processione simile a quel passo lugubre che hanno le voci dei notai quando leggono i testamenti. E che un po’ m’è parso come il girare per il tetro budello dell’Inferno giù giù fino ai ghiacci di Caina.
La trama è esile e non vale la pena di parlarne, di fisionomica c’è meno di niente. C’è solo, io ho visto solo (salvo che, come può facilmente essere, io di Bernhard non abbia capito niente), l’eterna ostinazione di Bernhard a far del male alla sua Austria Infelix, terra sordida di sordidi pensionati, di piccoli affaristi che non ridono mai, di gente mentalmente tarata.
Non lo so, non so cosa dire. Bernhard mi angustia e nello stesso tempo mi affascina. Sono pentito di avere puntato 22 mila lire su questo libro anziché su un altro, però Estinzione vorrei leggerlo.
Perché sono certo che mi piacerà come un Ferne Voto: 2 / 5 |  |  |  |
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