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Hopkirk Peter - Il grande gioco. I servizi segreti in Asia centrale |
Davanti al palazzo dell'emiro di Buchara, due uomini in cenci sono inginocchiati nella polvere. A poca distanza, due fosse scavate di fresco, e tutt'intorno una folla sgomenta, che assiste in un silenzio irreale. Non è certo insolito che l'emiro faccia pubblico sfoggio di crudeltà, ma è la prima volta che il suo talento sanguinario si esercita su due bianchi, e per di più servitori di Sua Maestà britannica. La scena non è stata scritta da Kipling, ma è accaduta una mattina di giugno del 1842, dando inizio a una vicenda che in questo libro Hopkirk ricostruisce nella sua fase più avventurosa, allorché gli ufficiali dei servizi segreti zarista e vittoriano valicavano passi fino allora inaccessibili per stringere alleanze con i khan della regione.
| La recensione de L'Indice |

Nel gennaio del 1829, Aleksandr Griboedov - drammaturgo insigne - arrivò a Teheran in veste di nuovo ambasciatore russo: avendo negoziato nel 1828 le "condizioni umilianti" imposte alla Persia con il trattato di Turkmanciai, egli trovò un'atmosfera ostile. L'impero russo non solo si annetteva le ricche province di Erevan e Nahicevan, ma nell'arco di pochi anni aveva sconfitto la Persia e l'impero ottomano, rafforzando la propria presenza nel Caucaso. La Russia non solo imponeva la propria supremazia sul Vicino Oriente, ma, controllando le vie d'accesso al subcontinente indiano, sembrava insidiare l'egemonia britannica in India. Giunto a Teheran nel mese santo di Muharram, il già inviso Griboedov aveva recato offesa allo scià, offrendo asilo a tre armeni intenzionati a tornare in patria. L'offesa recata dal russo infedele suscitò il furore della folla islamica che, incitata dai mullah, prese d'assalto la legazione russa. Dopo averlo massacrato, gli assalitori gettarono Griboedov dalla finestra: il corpo dell'ambasciatore fu raccolto da un venditore ambulante di kebab che gli mozzò la testa e la esibì come merce sul suo banco. Nel giugno seguente, Puskin, mentre viaggiava nel Caucaso meridionale, incontrò il lugubre carro che trasportava le spoglie martoriate di Griboedov a Tbilisi. Sebbene avesse aderito al movimento decabrista, Griboedov era morto come "un uomo superfluo": primo tra i poeti della sua generazione (Lermontov e Puskin) destinato a una morte giovane, Griboedov, come un Prometeo malinconico, era rimasto incatenato alla causa dell'impero russo nel Caucaso. Cackij, protagonista della commedia di Griboedov Che disgrazia l'ingegno!, sceglie l'esilio a Parigi, perché nella Russia di Nicola I non c'è posto per la sua superfluità. Griboedov, invece, moriva tragicamente sul proscenio del teatro d'ombre del Great Game (in russo Bol'saja Igra) tra la Russia e la Gran Bretagna per l'egemonia in Asia centrale: ancora oggi, infatti, aleggia il sospetto che dietro le quinte dell'assassinio di Griboedov ci fossero gli inglesi. Nel ricostruire l'intricata vicenda del Grande gioco (così come si è sviluppato nell'arco di un secolo dal piano di invasione dell'India prospettato da Napoleone e da Alessandro I sino alla convenzione anglo-russa del 1907), Hopkirk coniuga la saggezza della narrazione storica con l'analisi politica, intrecciando una sorta di romanzo geopolitico che, con diversi protagonisti, è ancora oggi un'opera aperta. Il racconto si svolge su tre piani: la "lotta oscura" tra i servizi segreti, la guerra di propaganda ingaggiata dai professionisti della russofobia e dell'anglofobia; gli episodi bellici. Diversamente dalle opere di studiosi autorevoli (come Gleason e Anderson), il libro di Hopkirk non è una storia delle relazioni anglo-russe, ma è incentrato sui giocatori di entrambi i fronti. Tre generazioni di giocatori hanno giostrato in un "torneo d'ombre", che Hopkirk narra come una chanson de geste di maschere (gli agenti spesso si travestivano da religiosi musulmani o da mercanti) e pugnali. La galleria di ritratti di grandi giocatori si apre, nel 1810, con Henry Pottinger e Charles Christie e si chiude con Francis Younghusband. Sullo sfondo si stagliano anche le ombre dei giocatori russi: l'"intrepido" generale Murav'ëv, il "misterioso" Vitkievič, l'"impareggiabile" Gromsevskij e l'"insidioso" Badmaev. Sebbene sia stata "immortalata" da Kipling in Kim, l'epressione Great Game è stata coniata dal capitano Arthur Conolly, "prototipo" del giocatore, di stanza in India e viaggiatore "d'affari di governo" in Asia centrale. Conolly credeva nella "missione civilizzatrice del cristianesimo" contro i "tiranni" musulmani. Questi ultimi, in primo luogo l'afghano Dost Mohammed, approfittarono della rivalità anglo-russa e istituirono un sistema di alleanze a geometria variabile, diventando a loro volta giocatori e introducendo un'ulteriore variante: il gioco al massacro. La crescente influenza dell'impero russo sull'"orda tribale" dell'Asia centrale e l'attività degli agenti segreti russi suscitavano un ossessivo sospetto: la Russia era pronta a invadere l'India attraverso i passi Khyber e Bolan. La Gran Bretagna, perciò, decise un intervento preventivo, invadendo nella primavera del 1839 l'Afghanistan: l'invasione si rivelò una "catastrofe" e nel 1842 gli inglesi non solo subirono uno scacco militare, ma furono costretti a un umiliante esodo che si trasformò in un'ecatombe. Tra le vittime indirette della disfatta inglese ci fu Conolly, il quale, considerando l'Afghanistan acquisito al campo inglese, si impegnò a unire i tre khanati rivali del Turkestan (Chiva, dove nel 1840 i russi avevano subito uno "smacco", Buchara e Kokand), al fine di creare uno "scudo protettivo" per l'India settentrionale contro le incursioni russe. Le terribili notizie sulla catastrofe inglese in Afghanistan raggiunsero anche Buchara, dove si trovava Conolly: il grande giocatore fu fatto arrestare dall'emiro e, dopo essersi scavato la fossa, fu decapitato insieme al colonnello Stoddart. Per avere salva la vita, Conolly avrebbe dovuto abiurare il cristianesimo: egli rifiutò la conversione forzata all'islam e raggiunse Griboedov nel "Walhalla riservato agli eroi del Grande Gioco". Il "torneo d'ombre" fu illuminato dal cono di luce di una guerra di propaganda e di pamphlet impegnata a forgiare lo "spauracchio russo". Nel 1817, sir Robert Wilson, inaugurando il genere, pubblicò un pamphlet anonimo, nel quale intendeva dimostrare che la politica estera russa era l'attuazione del testamento politico di Pietro il Grande (un documento apocrifo opera di un patriota polacco): secondo questo testamento, i russi erano un popolo giovane ed eletto destinato a dominare il mondo e a prendere il posto delle decrepite potenze europee (lo stesso leitmotiv si trova nel libro George Curzon del 1889 sulla "questione" anglo-russa). L'obiettivo della Russia era la creazione di un grande impero eurasiatico: a tal fine, era necessario porre fine all'agonia dell'impero ottomano e conquistare Costantinopoli; in seguito ci si doveva volgere alla conquista dell'India. Per fermare l'avanzata russa, era necessario abbandonare la politica attendista dell'"inazione ottimale" e creare stati satelliti a ridosso delle vie di accesso all'India. "Capofila dei russofobi inglesi" era David Urquhart, diplomatico, pubblicista, editore e conservatore sui generis: su "Free Press", Urquhart pubblicò le Rivelazioni sulla storia diplomatica segreta della Russia di Karl Marx, con il quale condivideva il timore per la minaccia russa e l'idiosincrasia per Palmerston, stigmatizzato come agente russo. Urquhart non solo si distinse per le "notevoli doti di propagandista", ma, a partire dagli anni trenta del XIX secolo, tentò di contrastare attivamente la geopolitica russa, sia nei Balcani (contribuendo a formulare il progetto di uno stato degli slavi del sud egemonizzato dalla Serbia), sia in Asia centrale (sostenendo, con invio di armi, la resistenza antirussa dei circassi - i "figli della nebbia" che lo veneravano con il nome di Dauod Bey - e la guerriglia di Samil nel Daghestan). L'idea della minaccia russa forgiata dai russofobi sembrava essere avvalorata dalla pubblicazione, nel 1876, del libro del colonnello anglofobo Terent'ev sul conflitto anglo-russo per i mercati dell'Asia centrale, che pronosticava un intervento della Russia nel subcontinente indiano e l'eclisse del dominio britannico. Il 1885 non solo fu lÆannus mirabilis della letteratura sul pericolo russo, ma i due imperi si trovarono sull'"orlo della guerra". La sconfitta della Russia nella guerra con il Giappone nel 1904 e la convenzione anglo-russa del 1907 segnarono la fine del Grande gioco. Tuttavia, secondo Hopkirk, Lenin e Stalin hanno, con l'Urss, edificato una sorta di "monumento agli eroi del Grande gioco". Con la dissoluzione dell'Urss il monumento è andato in frantumi e l'Asia centrale postsovietica è teatro di un New Great Game per il controllo delle risorse energetiche che ha come protagonisti gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l'Iran e l'India. Secondo Lutz Kleveman (autore di un recente volume sul New Great Game), la guerra al terrorismo islamista sarebbe un pretesto per espandere l'influenza geostrategica e geoeconomica degli Stati Uniti nella regione del Mar Caspio: nella geopolitica statunitense l'Asia centrale è un'estensione del Medio Oriente e il "centro di gravità" della politica internazionale. Sebbene la guerra in Cecenia sia una massacro senza fine, il nuovo Grande gioco, secondo la "dottrina Putin", non dovrebbe sfociare in un "conflitto militare", ma in una "competizione economica": la Russia dovrebbe diventare cioè il perno del mercato globale del petrolio, quale potenza equilibratrice tra l'Opec e gli Stati Uniti. I giocatori del Great Game del XXI secolo, insomma, non sono più eroi da chanson de geste, ma sono politici amanti dell'"interesse nazionale", padroni del petrolio, signori della guerra e terroristi: sono questi i protagonisti di un nuovo romanzo geopolitico di "sangue e petrolio". |
10 recensioni presenti. Media Voto: 4.6 / 5Antonio (23-10-2009) Bellissimo!
Grazie al mio buon vecchio libraio (purtroppo una specie in estinzione...) per l'ottimo consiglio.
Libro veloce, si legge d'un fiato.
Una finestra su una parte di storia sconosciuta, che spiega tuttavia le "disgrazie" attuali. Voto: 5 / 5 |
fabio (15-03-2008) semplicemente straordinario: scritto magistralmente, scorre con una rapidità inaspettata coinvolgendo dalla prima all'ultima pagina. impossibile dire se si tratta di un saggio o di un romanzo.per la quantità di informazioni, la loro precisione e la profondità analitica con cui vene raccontata la vicenda,viene spontaneo considerarlo un saggio. ma il tono sempre avventuroso, lo stile impeccabile con cui è scritto e il fascino che trasuda dalle pagine, zeppe di personaggi straodinari e vicende eroiche, dicono che si tratta di un romanzo.
insomma, combina bilanciandoli alla perfezione il genere narrativo e qello saggistico, e ci dice tantissimo su una pagina di storia sconosciuta ai più ma di importanza assolutamente nevralgica.
altro pregio non da poco: pur essendo lungo cinquecentosessata pagine, non cade mai di tono, non risulta mai noioso, coinvolge di continuo, sia che parli di complesse strategie diplomatiche sia che parli di avventure mozzafiato di esploratori o ufficiali.
lo consiglio a tutti!! leggerlo è stao piacevolissimo e illuminante! tra l'altro, pur essendo nettamente anglofilo, nell'analisi della vicenda storica non va fuori strada: il concetto di "impero riluttante" infatti trova piena dimostrazione in queste vicende fatte di mosse e contromosse diplomatico strategiche dei tipi più disparati!
Voto: 5 / 5 |
daniele rampoldi (24-10-2006) L'opera è grandiosa, densa e fitta di dettagli, un capolavoro. Il conflitto indiretto che si svolse nel periodo che va dagli inizi del XIX secolo al XX tra le due superpotenze che allora dominavano gran parte dei territori conosciuti: la Russia e la Gran Bretagna.
Spionaggio e controspionaggio si alternano costantemente per tutto il libro senza mai perdere di vista date, nomi, strategie politiche ed economiche. Da leggere e rileggere. Voto: 5 / 5 |
Alce 67 (21-03-2006) E' un libro piacevole ed interessante; la storia è narrata in modo rigoroso, ma con piglio romanzesco. C'è un grande senso di avventura, barbarie ed eroismo nei tentativi di Russi ed Inglesi di controllare le ostiche terre dell'Asia centrale durante l'800. Uno scorcio di storia ai più sconosciuto, narrato con maestria. Voto: 4 / 5 |
Massimo Bisconcin in4m@postino.it (27-01-2006) Una finestra aperta su quello che ORA accade in quell'angolo freddissimo ed arido dell'Asia Centrale.
Molte odierne domande trovano la loro ragione di essere in quello scacchiere nato per i pruriti espansionistici degli Imperi europei.
Il Grande Gioco non è ancora finito.... Voto: 5 / 5 |
Sergio SERGIO.DEMARCO-2410@poste.it (29-09-2004) Un libro "magico", entusiasmante, scritto benissimo, si legge tutto d'un fiato e, sopratutto, apre decisamente una finestra sulla storia ai più sconosciuta dell'Asia centrale. Voto: 5 / 5 |
riccardo (20-09-2004) "AFFASCINANTE" sembra di essere immersi in un'avventura all'indiana jones dell'ottocento alla scoperta di luoghi tanto incredibili quanto pericolosi. si entra in un'altra dimensione dove la vera forza è nel coraggio e nell'intraprendenza di questi personaggi i quali hanno lasciato ogni che per avventurarsi senza sicurezza di ritorno
buon "grande gioco" a tutti Voto: 5 / 5 |
salvatore romano (17-06-2004) E', in assoluto, uno dei libri più appassionanti che abbia mai letto, ben più divertente di moltissimi thriller e romanzi di avventure che conosco. In poche parole, è la storia della guerra non dichiarata (spionistica e militare) tra inglesi e russi per il controllo dell'Asia Centrale verso la fine dell'Ottocento. Se nomi come Bukhara e Samarcanda vi hanno mai affascinato, allora vi consiglio di non mancare questo libro. Diplomazia, doppio gioco, spionaggio, avventure nel deserto, battaglie, regni misteriosi e impenetrabili agli occidentali: c'è tutto. Pensate a Kipling (che, tra l'altro, è l'inventore dell'espressione "the great game" nel suo celebre Kim) più Rider Haggard e avrete l'idea dell'atmosfera del libro. E' verissimo che l'autore è pesantemente anglofilo, ma alla fine il libro è così appassionante che questo tratto passa in secondo piano. Caldamente consigliato. Voto: 5 / 5 |
filippo (09-04-2004) Si legge con interesse, ma più che dal senso della Storia sembra orientato dal senso della Propaganda. Possibile che avessero sempre ragione gli inglesi e mai i russi? Per larghi tratti fa addirittura venire i nervi. Comunque la Storia li ha mandati a casa tutti (per adesso...) Voto: 3 / 5 |
Marco Vasta libri@marcovasta.it (31-03-2004) "Il grande gioco" una frase che ricorda Kipling, Kim. l'uomo che volle fasi re, ma chi coniò questa definizione.
Peter Hopkirk l'attribuisce al capitano Arthur Connolly della East India Company che la avrebbe pronunciata poco prima di essere decapitato nel 1842.
Ma il libro, pubblicato nel 1994, racconta anche di altri avventurieri, da Moorcroft e Trebek (anche loro tragicamente legati a Buchara) e poi dei Pundit. Hoplirk è specializzato sulla tematica dell'esplorazione dell'Asia, ed il libro più famoso da lui scritto è "Trespassers on the Roof of the World: The Race for Lhasa". Voto: 4 / 5 |
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