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Hopkirk Peter - Diavoli stranieri sulla Via della seta. La ricerca dei tesori perduti...

Diavoli stranieri sulla Via della seta. La ricerca dei tesori perduti dell'Asia centrale TitoloDiavoli stranieri sulla Via della seta. La ricerca dei tesori perduti dell'Asia centrale
AutoreHopkirk Peter
Prezzo
Sconto 15%
€ 20,40   Spedizioni gratuite in Italia
(Prezzo di copertina € 24,00 Risparmio € 3,60)
Prezzi in altre valute
Dati2006, 313 p., ill., brossura, 2 ed.
TraduttoreTofano G.
EditoreAdelphi  (collana L'oceano delle storie)

Disponibilita immediata
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Descrizione
"Improvvisamente il cielo diventa nero ... e subito dopo la tempesta aggredisce con violenza terrorizzante la carovana. Enormi vortici di sabbia mista a sassi sono sollevati in aria e turbinando colpiscono uomini e bestie. L'oscurità aumenta e strani schianti risuonano fra i ruggiti e gli ululati della bufera ... è un fenomeno che sembra lo scatenarsi dell'inferno". Il deserto del Taklamakan, nel Turkestan cinese, è ancora oggi una meta sconsigliata dalle agenzie turistiche, e per secoli, dal graduale abbandono della Via della Seta in poi, è rimasto uno dei luoghi meno attraversati del pianeta. Finché all'inizio del Novecento, quasi all'improvviso, alcuni fra i migliori - e più visionari - studiosi di cose antiche hanno deciso, tutti insieme, di partire alla scoperta delle civiltà che si dicevano sepolte, e intatte, sotto la sabbia. In questo libro, Peter Hopkirk racconta la storia, ancora una volta semisconosciuta ed emozionante, di come un gruppo di uomini quasi troppo adatti alla parte - per rendersene conto, basta guardare i ritratti di Le Coq, di Aurel Stein o di Paul Pelliot che corredano il volume abbiano sfidato e sconfitto il caldo rovente, il gelo mortale, le tribù ostili, e persino i demoni che la leggenda voleva a guardia dei tesori disseminati sulla Via della Seta. Il risultato è una cronaca accurata e fedele che trasuda, quasi involontariamente, romanzesco ed esotismo.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Nel marzo del 2001 i talebani hanno decretato, in base alla sharia, la distruzione dei Budda di Bamiyan, in quanto vestigia di una civiltà idolatra. Erette nel V secolo, le due statue monumentali erano un'espressione significativa della scuola greco-buddista sorta nel regno di Gandhara (nella valle di Peshawar), quale fusione tra l'arte buddista indiana e l'arte greca introdotta dalle conquiste di Alessandro Magno. La valle di Bamiyan, nell'Afghanistan centrale, era un tempo situata sulla Via della Seta e, fino all'invasione islamica del IX secolo, è stata un importante centro religioso e artistico, emblema di quella sovrapposizione di civiltà tra buddismo ed ellenismo. La Via della Seta, infatti, non era solo una arteria di comunicazione per i traffici mercantili transasiatici, ma anche una rotta attraverso la quale l'"iconografia occidentale" riuscì a penetrare nei luoghi più remoti dell'Asia centrale.
La ricostruzione dei Budda di Bamiyan ha suscitato una "gara internazionale" tra archeologi che sembra essere un'appendice aggiornata di quella descritta dal libro di Hopkirk: una sorta di great game archeologico che ebbe luogo nel Turkestan cinese nel primo quarto del Novecento. Come in Il Grande Gioco (cfr. "L'Indice", 2004, n. 9), Hopkirk intesse la trama di un'avvincente ed esotica vicenda attraverso i ritratti di quegli archeologi scellerati che nelle loro scorrerie si spinsero al di là dell'"oltre". I "sei personaggi" alla "ricerca dei tesori perduti" dell'Asia centrale (e che hanno trovato in Hopkirk un autore) sono: Sven Hedin dalla Svezia, sir Aurel Stein dalla Gran Bretagna, Albert von Le Coq dalla Germania, Paul Pelliot dalla Francia, Langdon Warner dagli Stati Uniti e il "misterioso" conte Otani dal Giappone. Per i cinesi, questa legione di "diavoli stranieri" non era costituita da studiosi, ma da rapaci avventurieri, da predatori che hanno trafugato dalle città sepolte della Via della Seta ogni sorta di tesoro (pitture murali, manoscritti, sculture).
La Via della Seta (così denominata nel XIX secolo dal barone Ferdinand von Richthofen) era una grande carovaniera che collegava i mercati della Cina con quelli dell'Asia centrale, del Medioriente e dell'Europa e che visse la sua età dell'oro all'epoca della dinastia T'ang (618-907). La civiltà della Via della Seta era destinata a declinare ed eclissarsi per due cause principali: il prosciugamento dei fiumi glaciali che tenevano in vita le città-oasi; l'improvvisa irruzione dell'islam. Nel XVI secolo l'Asia centrale cinese era interamente convertita all'islam e sotto la dinastia Ming la Cina si chiuse nell'isolamento. L'islam si insediò anche nel deserto del Takla Makan (in turki "luogo di non ritorno", ora regione autonoma del Sinkiang-Uighur): il "deserto della morte" celò i "ricchi segreti dimenticati" fino al XIX secolo, quando, con l'irruzione dei "diavoli stranieri", iniziò una sorta di sabba archeologico sulle vestigia di "città perdute" custodite dai "cattivi spiriti del deserto". Sullo sfondo di questa gara di "tutti contro tutti" si stagliava la rivalità tra le grandi potenze e l'archeologia era spesso una copertura dello spionaggio.
A inaugurare la notte di Valpurga dell'archeologia fu lo studioso russo Dmitrij Klementz (ex demone rivoluzionario e insigne accademico) che, inviato nell'Asia centrale cinese, scoprì manoscritti e pitture murali buddiste. Tali scoperte scatenarono una frenetica "faida" archeologica che Hopkirk definisce "una delle più grandi tragedie della storia dell'arte". La scoperta scientifica si tramutò infatti in avventura predatoria a partire dal 1899, con la spedizione del geografo ed esploratore svedese Sven Hedin (personaggio controverso che nelle due guerre mondiali si schierò a favore della Germania), un diavolo visionario che viaggiava con una scatola musicale dalla quale faceva risuonare nel deserto della morte le note della Carmen. A Hedin si deve la scoperta di Lou-lan, antica città guarnigione cinese, dalle cui rovine furono depredati una considerevole mole di manoscritti del III secolo.
Tuttavia, il più scellerato dei "diavoli stranieri" è ancor oggi per i cinesi sir Aurel Stein, un orientalista di origine ungherese, un "esploratore archeologo" sospettato dai russi di essere una spia britannica. Nell'arco di sedici anni (a partire dalla prima spedizione del 1900) Stein (celebrato nel 2004 con una mostra sui tesori della Via della Seta alla British Library) riuscì a razziare opere d'arte e manoscritti in quantità tale da allestire un museo. A Stein si devono alcuni "ritrovamenti spettacolari": esemplare in tal senso è il "colpo grosso" a Dandan-uilik, che portò alla scoperta di antichi affreschi nella "casa degli idoli", e di una biblioteca contenente testi sanscriti appartenuti a un monastero buddista. Il furore della scoperta condusse Stein ad altri ritrovamenti spettacolari: tavolette lignee con la raffigurazione di dei greci (divinità nomadi che erano migrate lunga la Via della Seta) e frammenti con i più antichi esempi di scrittura tibetana. Ma la scoperta più sensazionale di Stein fu la biblioteca nascosta nelle "Grotte dei mille Budda" di Tun-huang nel deserto di Gobi: tale scoperta è stata paragonata a quella dei rotoli del Mar Morto.
La "gara internazionale" fra i "diavoli stranieri" per stabilire "aree di influenza" sui giacimenti archeologici ebbe inizio nel 1902, con l'ingresso nell'agone dei tedeschi e dei giapponesi. Il tedesco Albert von Le Coq rinvenne nella città dei morti di Karakhoja un enorme affresco raffigurante Mani (nel Takla Makan avevano trovato ricetto anche il manicheismo e il cristianesimo nestoriano). Le scoperte di Coq (manoscritti miniati, affreschi, dipinti su stoffa) hanno fornito un contributo significativo alla conoscenza di una religione estinta come il manicheismo. Altri ritrovamenti "eccitanti" di Le Coq furono il complesso monastico buddista di Bezeklik e il monastero di Kyzil (uno dei vertici dell'arte dell'Asia centrale), dai quali furono rimossi (forse con la spada) tutti gli affreschi (alcuni raffiguranti la leggenda di Budda in stile ellenistico), poi spediti a Berlino.
Un cospicuo bottino archeologico fu razziato anche dal "misterioso" conte giapponese Otani, capo della Pura terra (una potente setta buddista giapponese) sospettato dai russi (soprattutto dopo la sconfitta del 1905) di essere una spia camuffata da archeologo. Il conte Otani non era in realtà una spia internazionale; tuttavia si sospetta che gestisse un servizio spionistico privato per fornire direttamente informazioni al Mikado suo cognato. Un altro diavolo eccentrico era il francese Pelliot, un sinologo di fama che amava esercitarsi "nell'arte di farsi dei nemici". Il principale "trionfo" di Pelliot fu l'acquisizione di alcuni preziosi manoscritti di Tun-huang che erano sfuggiti al rapace Stein. Sebbene gli studi di Klementz avessero inaugurato la competizione archeologica, ai russi si deve un'unica significativa scoperta: la "città nera" di Karakhoto. La notte di Valpurga dell'archeologia terminò nel 1925 con la spedizione dell'americano Warner del Fogg Art Museum di Harvard. Sulla Via della Seta Warner non rilevò solo le tracce di antiche civiltà, ma anche quelle lasciate dagli strascichi della rivoluzione russa: a Tun-huang le autorità cinesi avevano internato quattrocento soldati dell'Armata bianca che fuggivano dal terrore bolscevico; durante la loro prigionia i soldati russi (per "noia" e per "frustrazione") avevano compiuto degli atti di vandalismo sfregiando gli affreschi e facendo profferire a un Budda "oscenità slave".
Dopo il 1925, l'intelligencija e le autorità cinesi scatenarono una virulenta campagna contro i "diavoli stranieri", ponendo fine ai "giorni della pirateria": gli scavi archeologici dovevano essere eseguiti con il placet e con il patrocinio della Cina. Nel 1979 (all'epoca della stesura del libro) sembrava che l'affascinante e misteriosa era dei "diavoli stranieri" si fosse conclusa con l'arrivo di un pullman di turisti inglesi alle Grotte dei mille Budda. Dal canto suo, Stein, il lucifero degli archeologi scellerati, giaceva nel cimitero cristiano di Kabul circondato da tombe di hippy che in Afghanistan si erano spinti al di là dell'"oltre" dei paradisi artificiali.
Dopo l'intervento militare statunitense del 2001, che ha posto fine al regime dei talebani, l'Afghanistan è ora una sorta di protettorato Onu-Nato nel quale la competizione archeologica è tornata a essere uno strumento della politica estera. Inoltre, in base a un accordo tra Cina e India, nel luglio del 2006 è stato riaperto il passo di Nathula, la porta della Via della Seta che fu uno dei crocevia strategici del Grande gioco ottocentesco tra Gran Bretagna e Russia. Il Turkestan cinese o Serindia torna a essere rilevante non solo per le prospettive politico-economiche di un annunciato "secolo asiatico", ma anche perché (come già negli anni ottanta con il ritrovamento delle misteriose mummie del Takla Makan) le antiche rotte della Via della Seta potrebbero essere lo scenario di inedite scoperte archeologiche.
  Roberto Valle

I vostri commenti
Antonio De Felice killerjoe@email.it (04-11-2006)
E' un libro stupendo! Credo che la scoperta delle antiche città-oasi che puntellavano la Via della seta abbia per i cinesi lo stesso significato che ha avuto per noi la scoperta di Troia. Al di là di questo il libro ricostruisce minuziuosamente e con spirito critico le scorribande di alcuni avventurieri europei fra Otto e Novecento, chiedendosi poi giustamente perché mai oggi sia possibile visionare solo una minima parte della grande quantità di tesori sottratti alle sabbie del terribile e temibile deserto del Takla Makan.
Voto: 4 / 5

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