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Sebald Winfried G. - Gli emigrati | Quattro personaggi intrecciano negli "Emigrati" la loro vita con quella dell'autore: Henry Selwyn, brillante chirurgo e uomo di mondo, ritiratosi in tarda età nella torre di una casa della campagna inglese dove Sebald affitta in gioventù un appartamento; Paul Bereyter, promeneur walseriano e maestro elementare del futuro scrittore in una scuola di paese; il prozio Ambros Adelwarth, cameriere negli hotel di lusso di mezzo mondo e maggiordomo presso l'alta società; il pittore Max Ferber, compagno di lunghe conversazioni serali a Manchester. Quattro personaggi legati alle vicende del popolo ebraico, spaesati ed errabondi, di cui Sebald ripercorre il cammino andando in cerca di amici e testimoni, diari, documenti, ritagli di giornali, fotografie, cartoline, e intessendo come sempre parola e immagine fotografica - in un'investigazione che è anche indagine sul proprio sradicamento.
Media Voto: 5 / 5giaigio61 (05-02-2009) Davvero commovente, quattro storie tragiche raccontate da una penna straordinaria nel ricreare ambienti, paesaggi, situazioni.
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Fabio-Igea Marina (06-12-2007) Storie struggenti di spaesamenti, raccontate con un'asciuttezza e un pudore ammirevoli. La condizione dell'uomo moderno è quella di essere uno sradicato, sempre lontano da un irraggiungibile centro ideale. Commovente la commistione di testo e immagini: è come sfogliare un vecchio album fotografico di famiglia, con tutto ciò di evocativo e malinconico che questo comporta. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Fabio Brotto brottof@libero.it (09-10-2007) C’è qualcosa di profondamente pio nei libri di W. G. Sebald, e in particolare ne "Gli emigrati". Qualcosa di religioso che mi ricorda l’atteggiamento di quegli israeliti ortodossi che si vedevano, al tempo degli attentati sugli autobus in Israele—ora fortunatamente cessati anche grazie al Muro, ricercare i minimi frammenti del corpo dei morti per rendere loro l’onore di una conveniente sepoltura. Sebald ricerca vite perdute, raccoglie i loro frammenti, per preservare un tesoro disperso, che va ricostituito. Vi è qui una malinconia profonda, e quello stile che molti hanno chiamato "ipnotico" è la conseguenza di una impostazione dell’esistenza: è quindi un grande stile, un grande stile sommesso, strumento per il disseppellimento di destini, di vite, di persone. Il lettore potrebbe pensare che alcuni di questi destini, o forse tutti, non siano neppure reali, ma pure invenzioni dello scrittore. In tal caso, egli sarebbe ancora più grande. Ma è il dubbio che instilla nel lettore stesso, la sensazione che essi potrebbero essere e non essere stati, che fa pensare al senso che, nella nostra società, viene attribuito all’esser stati, all’esser passati, per un periodo breve o lungo, sulla scena di questo mondo.
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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