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Hopkirk Peter - Alla conquista di Lhasa | Quando nel 1982, uscì "Alla conquista di Lhasa", molti trovarono semplicemente entusiasmante la rievocazione della corsa, fra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, per la conquista di quello che ancora era, nell'immaginazione popolare, il Paradiso Perduto: il Tibet. In effetti le imprese di personaggi come Anne Royle Taylor - che nel 1892 dai teatri dell'East End passò ai sentieri himalaiani, arrivando, a dorso di mulo, a un passo da Lhasa -, o di Maurice Wilson - fermato dalle autorità inglesi in India poco prima di mettere in opera l'ultima fase del suo piano, che prevedeva di schiantarsi con un biplano Gipsy Moth alle falde dell'Himalaya per poi proseguire a piedi alla volta dell'inaccessibile capitale - restano nella memoria. Ma a chi lo sa davvero leggere il racconto di Hopkirk suggerisce anche qualcos'altro, e cioè ad esempio il senso di una credenza antichissima, secondo la quale chi conquista il Tibet conquista, semplicemente, il mondo, oltre alla strana sensazione che le tensioni globali, se accostate a quello che ancora oggi rimane il loro misterioso e segreto epicentro, non siano che epifenomeni marginali.
Media Voto: 3.8 / 5Shabbatai giovanni.corazzol@infracom.it (16-09-2009) Ho letto il Grande Gioco, poi Diavoli Stranieri sulla Via della Seta e ora Alla conquista di Lhasa. Ho anche acquistato altri libri di Hopkirk in edizione inglese. Il punto a mio avviso è che gli argomenti stessi e lo stile con cui vengono trattati rendono i libri avvincenti e godibilissimi. Poi però, come penso sia naturale, si comincia a percepire il meccanismo un pò ripetitivo della narrazione e si sente il desiderio di accedere a fonti più dirette. Però il divertimento offerto dalla lettura e lo stimolo indotto ad approfondire quelle vicende mi sembrano ragioni più che sufficienti per giudicare con molta benevolenza i lavori di Hopkirk. Voto: 3 / 5 |  |  |  |
Francesco (07-05-2009) Ho appena finito di leggere il libro e devo dire che mi è piaciuto molto, anche se condivido i pareri che qua e là emergono sull'opera in questione e - più in generale - sui volumi di Hopkirk.
Non c'è dubbio sul fatto che si tratta di volumi che hanno molto di accademico, nel senso che sono delle sorte di antologie sull'argomento trattato. Hopkirk raccoglie, sintetizza e "incolla assieme" esperienze, racconti e testimonianze di una lunga serie di autori sconosciuti al grande pubblico.
Non c'è quasi nulla di "personale", ed in questo senso non si può definire il volume come un "romanzo" nel senso classico del termine.
E' piuttosto una specie di lezione universitaria sul tema dei viaggi a Lhasa durante la seconda parte dell '800, molto ben documentata, con una breve e (cfr. i commenti precedenti) personalissima introduzione. Tutto qui.
Credo che però libri di questo tipo abbiano comunque ragione di esistere e di essere pubblicati. Sono utili e ben scritti, e possono essere d'aiuto per chi voglia farsi un'idea su un argomento non intuitivo, e sul quale si è scritto poco o pochissimo.
Non c'è dubbio che altri volumi (ad esempio quelli di Maraini) contengano impressioni di prima mano, mentre in questo di prima mano non c'è quasi nulla, ma non credo sia un difetto: è un'impostazione di metodo, che si può condividere o meno, ma che va comunque apprezzata, anche e soprattutto perchè non è così diffusa come si crederebbe, almeno in Italia.
Semmai credo sia un pò riduttivo l'approccio con cui Hopkirk affronta le motivazioni con cui i vari viaggiatori affrontavano le fatiche del viaggio. Da questo punto di vista ho notato qualche generalizzazione di troppo. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Un lettore (24-11-2008) I libri di Hopkirk sono giustamente famosi per il loro stile avvincente, ma nascondono anche tristi sorprese: ad esempio, a pagina 35, l' Autore definisce il Buddhismo tibetano una "forma degenerata di Buddhismo", "degenerata" in quanto influenzata dal tantrismo, definito a sua volta un "animismo" pervaso da ogni genere di superstizioni e pratiche magiche. Peggio ancora quando Hopkirk passa a illustrare (si fa per dire) la religione tibetana pre-buddhista: una forma di "animismo ancora piu' primitivo" a base di "sacrifici umani e orge sessuali"... I lettori piu' attenti e informati si saranno chiesti come sia possibile scrivere ancora simili assurdità al giorno d'oggi. Io penso che la risposta si trovi nel modo in cui Hopkirk crea i suoi libri: l' Autore si limita infatti a riassumere i libri esistenti sull'argomento (la conquista di Lhasa, il "Grande Gioco", ecc.) e a cucirli in una trama unitaria; i rischi di un metodo (metodo?) cosi' acritico sono evidenti: tutte le inesattezze, gli errori, gli svarioni presenti nelle fonti finiscono pari pari nell' opera finale: i giudizi sulle religioni tibetane riportati piu' sopra corrispondono infatti a luoghi comuni circolanti 100-150 anni fa. Purtroppo i libri di Hopkirk abbondano di simili chicche: pensate che ne "Il Grande Gioco" l' Autore afferma che i Musulmani durante la preghiera si volgono in direzione della tomba di Maometto !! Voto: 2 / 5 |  |  |  |
Alessandro (14-11-2008) Finalmente tradotto in italiano un altro splendido libro di un grande studioso dell'Asia centrale e del Tibet, consigliatissimo Voto: 5 / 5 |  |  |  |
fabio (26-10-2008) Un bellissimo resoconto dei più significativi tentativi, da parte dell'Occidente, di conoscere Lhasa e il Tibet.
Scritto benissimo, accattivante, veloce, mai noioso, ed estremamente attuale. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
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