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Poesia e teatro   Poesia  Raccolte di poesia di singoli poeti 

Landolfi Tommaso - Viola di morte

Viola di morte TitoloViola di morte
AutoreLandolfi Tommaso
Prezzo
Sconto 15%
€ 18,70
(Prezzo di copertina € 22,00 Risparmio € 3,30)
Dati2011, 317 p., brossura
EditoreAdelphi  (collana Biblioteca Adelphi)

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Descrizione
La prosa di Landolfi, lascia intravedere in filigrana un'ambizione poetica dirompente ma al tempo stesso messa a tacere, forse per l'oscuro timore evocato in un racconto del 1937, "Night must fall" - che a lasciarsi andare "ne sarebbe venuto fuori qualcosa di troppo bello ... e allora tutto sarebbe finito e riprecipitato in una voragine senza fondo ". Ancorché non esercitata, tuttavia, quella "divina facoltà" non poteva che riaffiorare: non a caso, fra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, mentre si accentua il suo sdegnoso isolamento, Landolfi abbandona ogni progetto di romanzo per dedicarsi a una scrittura diaristica, e dunque 'innocente', che prepara il ritorno alla poesia. "La prosa m'opprime: Non la parola che dirime, Mi giova, Ma l'avventurosa prova Del verso gettato al vento" leggiamo in "Viola di morte", diario in versi apparso nel 1972, dove Landolfi ci mostra quel volto che sempre aveva velato "in modo quasi ossessivo, come se fosse dominato da un puro istinto di sopravvivenza che lo costringa a ripetere continuamente il suo nome" (Citati). Ed è il volto lunare e tenebroso, talora deformato dal rancore, di chi, murato in "queste aride sedi Di terrore e d'angoscia", non conosce che la "Soverchiante fatica Della vita vissuta", il dileguarsi dell'amore e il dilagare della morte - castigo terribile di un Dio livido e iniquo.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
"La poesia, la sola / Libertà che è concessa al figlio d'uomo, / non mi fu amica: come farmi forte / e come vincere lo stuolo / delle fetide arpie? – / Così ho vissuto: / di servaggio in servaggio precipitato, / fino alla soglia della morte". Questa poesia a metà libro è una delle tante, ma sicuramente tra le più indicative, per abbozzare un'indagine retrospettiva sul perché, dopo una fortunata e longeva carriera di narratore, Tommaso Landolfi decide di chiudere il sipario sul suo desco di scrittore con due raccolte di liriche. La poesia non gli è amica, ci dice, ma pure vi si appiglia, elevandola a unica, sola libertà.
Le raccolte in questione sono Viola di morte del 1972 e Il tradimento del 1977. La prima delle quali è ora ristampata da Adelphi: novità lietissima per i landolfiani già che la princeps vallecchiana è introvabile e chi scrive queste note può testimoniare che in Piemonte, per esempio, ce n'è un solo esemplare, presso la biblioteca civica di Novi Ligure. Non spendiamo manco un minuto a cercare di incasellare quest'opera in uno dei micro contenitori di genere, il Landolfi fantastico e dionisiaco o il cantore dell'intimità dei suoi lunghi diari, escludendo ovviamente il Landolfi teatrale, e questo perché la critica avveduta ormai respinge la bi o tripartizione dei suoi scritti e preferendo piuttosto racchiudere il tutto in un opus continuum. E Viola di morte è certamente un sudato bilancio di quella continuità espletata nei temi e nello stile e nelle scelte lessicali in particolare. Mi riferisco all'amore anzitutto, sempre angoscioso nello scrittore campano, tormentato, inarrivabile, quinta essenziale di una "vita distrutta" dove la "passione è orribile" e gli amori appunto feroci, "immiti". Ma anche amore per le sue terre d'origine: è il caso di Sorvello, paese in cui ambientò l'inseguimento della Gurù di Pietra lunare.
Il titolo stesso del libro, ambiguo per rispettare la sua personale tradizione, fa pensare alla vita (in attesa di morte) o forse all'atto del violare, viola la morte (già che lo stupro, dall'esordio del Dialogo dei massimi sistemi in avanti è in Landolfi esercizio salvifico), o per sbizzarrirci potremmo aggiungere un riferimento a uno strumento musicale probabilmente amato dall'autore (in vita discreto pianista), non fosse che per i non pochi riferimenti benigni all'arte delle sette note, per l'autore la più sublime. E questo perché? Anzitutto perché impalpabile, inscavabile, frutto di sensazione, di infatuazione istintive (Landolfi è un romantico a suo modo e tra i suoi padri putati c'è anche il Novalis tradotto con altrettanta perizia rispetto ai russi) e in questo senso specularmente antitetica alla letteratura; a qualsiasi manifestazione di segno, scrittura ch'è fatta dalle parole ("parole vive, ma presto morte") le quali, sempre significando, zavorrate dalla loro ovvietà obbligatoria, ci rendono "schiavi", ché prim'ancora sono schiave esse stesse: "È vana la parola e non ci assiste (…) La parola significa. E ben questa è la sua morte". E allora chi può assistere il cantore dell'impossibilità? Della vita-non vita ("Renitenza alla vita è il mio gran vanto")? Chi può dischiudergli un granello di speme ora che "il crepuscolo si fa insettuccio"? Forse "il dio di Rohrau", altrove "nostro signore di Rohrau", oppure il "gran dio di Salisburgo", rispettivamente Haydn e Mozart.
Il lettore non si faccia confondere dalle prime due poesie dove Landolfi sceglie due fuoripista niente male: una prova d'autore dodicenne, Torna la primavera e la natura, datata 1920 (sic) e un accorato quanto scherzoso distico d'invocazione alle Muse nella figura del padre della nostra lingua: "Oh Dante, Dante! Gronda m. il paradiso". Dalla terza lirica, Bianchi, e non bianchi sì flutti, e non flutti, la sinfonia vera e propria esplode in tutta la sua intensità, dove il gusto della parola insolita o come ebbe a dire Contini recensendo Landolfi del "tartufo lessicale", non manca mai (la pozzanghera è la "troscia"; la "battima", toscanismo, è la battigia) e il vivace d'una poesia a tratti di maniera, irta di enjambement e allitterazioni, cede occasionevole passo all'adagio di brevi strofe d'amore vorticoso, di "cantare uterino", fino all'"Erebo nebbioso" dove finalmente riposeremo in pace.
Intercettare il sentire e non lo stile di Landolfi è forse l'unica via d'uscita per leggere questo libro senza sviluppare nevrosi.
Carlo Pestelli  

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