Finora i mezzi di comunicazione hanno dedicato scarsa, per non dire nessuna, attenzione ai due libri di cui vogliamo parlare.
Non c'è da stupirsi, giacché nel nostro paese il problema della mafia, che meglio sarebbe indicare come quello delle mafie, non ha mai goduto di grande accoglienza sui giornali e in televisione, se si esclude quel breve periodo nel quale la strategia terroristica dei corleonesi condusse alle stragi di Capaci e di piazza d'Amelio. La lotta contro la mafia riuscì allora a muovere strati ampi della pubblica opinione e delle istituzioni pubbliche, dando vita alla cosiddetta "primavera palermitana", che potremmo oggi definire una parentesi all'interno dell'eterna indifferenza che sembra caratterizzare l'atteggiamento dei governi, dei parlamenti e della maggioranza degli italiani dinanzi alla presenza della mafia nel nostro paese.
Ci furono, è vero, in quell'occasione, polemiche contro i professionisti dell'antimafia e si levarono numerose voci, se non a difesa dei mafiosi, almeno contro chi riteneva che la mancata soluzione del problema mafioso avrebbe costituito un ostacolo invincibile contro il rinnovamento del sistema politico-economico italiano e la rinascita del Mezzogiorno, visto che le tre regioni più grandi e popolose - Sicilia, Campania e Puglia - presentavano allora (ma la situazione non è cambiata in maniera decisiva alla fine degli anni novanta) un ambiente poco adatto a un'imprenditoria che non volesse sottoporsi ai prezzi onerosi del "pizzo" e del parassitismo esercitato dalle associazioni mafiose e dei ceti politici collusi.
Malgrado tutto ciò, per due anni giornali e televisione diedero largo spazio al dibattito su quale fosse la migliore strategia per uscire da quella situazione. E proprio in quegli anni uscirono alcuni libri importanti sulla storia e sulla natura del fenomeno mafioso (penso ai libri di Lupo, di Gambetta, di Arlacchi e altri ancora).
Negli ultimi quattro-cinque anni la situazione è di nuovo cambiata, e i pochi ricercatori che si dedicano a studiare il problema si trovano in un isolamento quasi completo, interrotto solo a tratti da qualche raro intervento giornalistico. Eppure la ricerca va avanti, sia pure con alti e bassi, e novità di notevole interesse chiariscono sempre di più il ruolo che la mafia ha avuto nella storia nazionale.
"La storia della sistematica elusione dello Stato - come scrive Giuseppe Carlo Marino nella sua complessiva Storia della mafia, che cerca di unire l'aspetto narrativo e quello problematico in una sintesi ricca e documentata -, con la sua connaturata predisposizione all'illegalità, è la matrice di tutti i comportamenti mafiosi. La classe dirigente siciliana (il baronaggio politico) ne porta supremamente la responsabilità. E non è difficile intuirne le conseguenze sociali, essendo scontato che il baronaggio costituiva il vertice piramidale del sistema e deteneva l'egemonia sull'intera società. Nel suo complesso il sistema funzionò per secoli come una gigantesca macchina di oppressione sui ceti popolari, nell'area rurale dei feudi dove i titolari delle rendite spadroneggiavano in complice simbiosi con i gabelloti (...), ma anche nelle città, e soprattutto nella feudale felicissima Palermo, dove le plebi intorno ai grandi palazzi signorili traducevano in forma urbana le condizioni di servaggio che erano le stigmate universali dei ceti contadini".
Al problema delle origini della mafia Marino dedica un corposo capitolo che sottolinea il semplicismo di quelle tesi che individuano una data precisa per il sorgere delle associazioni mafiose, collocandola intorno all'unificazione nazionale. Ricostruisce inoltre in maniera per molti aspetti nuova gli elementi che confermano la presenza di nuclei e di pratiche mafiose nel periodo borbonico, citando documenti su cui già avevano attirato l'attenzione altri studiosi, come Paolo Pezzino, autore a sua volta di un'interessante antologia pubblicata nel 1995 dalla Nuova Italia: Mafia: industria della violenza.
Nella sua ricerca Casarrubea approfondisce invece un aspetto particolare, ma di grande importanza per le vicende dell'ultimo cinquantennio: l'indagine sul caso Giuliano. Con documenti inediti, l'autore dimostra che Salvatore Ferreri, detto "Fra' Diavolo", ebbe un ruolo di primo piano nella storia torbida del separatismo siciliano, della strage di Portella delle Ginestre, nei rapporti tra la mafia siciliana, gli apparati investigativi dello Stato e - fatalmente - una parte delle élite politiche di governo. Ferreri, bandito assai noto e dotato di autorità nella costellazione raccoltasi intorno al "principe di Montelepre", era legato come confidente all'ispettore generale di Pubblica Sicurezza Ettore Messana, ed era, nello stesso tempo, uno dei luogotenenti di Giuliano. Aveva persino partecipato in prima persona all'esecuzione della strage contro i contadini che andavano a manifestare per il primo maggio del 1947 a Portella.
Casarrubea rovescia la prospettiva solita con la quale si è indagato sulla strage, collocandola all'interno della situazione nazionale e internazionale del momento, e dimostrando in maniera che a noi pare convincente come i mandanti dell'eccidio di Portella non potessero essere persone e gruppi lontani o scollegati dal "grande gioco" nel quale era immersa la penisola in quel momento. In altri termini, la vicenda Giuliano e la dissoluzione del separatismo siciliano non trovano una spiegazione all'interno della storia dell'isola, ma devono leggersi come una svolta nella stabilizzazione occidentale del paese all'indomani dell'esplodere della guerra fredda tra i due blocchi contrapposti. Ne deriva che quelle vicende non potevano essere guidate da poliziotti o da militari che non fossero a loro volta esecutori di ordini e direttive provenienti da vertici interni e internazionali.
È probabile, allora, che soltanto la consultazione di archivi dei servizi segreti americani e italiani - se e quando saranno accessibili - darà una risposta convincente ai quesiti che Marino, nel lungo periodo, e Casarrubea, con specifico riferimento all'immediato dopoguerra, si sono posti nei loro libri, che risultano tanto più interessanti per i lettori in un momento in cui il silenzio li circonda nell'universo mediatico.