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Federici Federico - L' opera racchiusa | "Se c’è un io che parla, esiste accanto a una figura (la si percepisce femminile), che partecipa di esperienze misteriose e significanti, fino alla nominazione asciutta, e immersa in una luce d’eternità, dei fenomeni dell’universo: una coscienza che abbraccia i vivi e si rivolge ai morti, nella stupefacente realtà della loro presenza assente." L'opera racchiusa è tra le opere vincitrici della XXIII edizione del "Premio Lorenzo Montano" nella sezione "Opera edita".
8 recensioni presenti. Media Voto: 5 / 5alberto marchetti (24-08-2011) Acquistato dopo aver letto un trafiletto in un blog, "L'opera racchiusa" è un sorprendente viaggio nella memoria. Elencazioni come piano-sequenza, tagli improvvisi che fanno luce su figure, apparizioni. A tratti mi ha ricordato certe cose del cinema di Tarkowskij. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
matilde de angelis (25-07-2011) Tre parti di un unico canto attraverso le quali si salda il legame profondo con una creatura invisibile: lunghi piani sequenza o più brevi segmenti narrativi, folgoranti. A questo libro sono legata anche per la casualità che me lo ha fatto scoprire attraverso la rete. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Alberto Menicucci (15-07-2011) Letto tutto in una sera di viaggio in treno da Roma. Versi come "tempo è di dare le mani nell'andirivieni dei vivi/
fermare gli occhi, lo sguardo a chi trema" oppure "l'opera del mondo non ha fine/ mai, tenuta insieme qui coi nomi" ti lasciano qualcosa dentro. Un suono. Il loro ricordo è un magnifico suono. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
g. roversi (11-03-2011) Non una raccolta di poesie, ma "un libro di poesia", e non è cosa da poco. Un autore da seguire anche nel futuro, decisamente poco incline a compromessi. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Chiara (26-02-2011) E' strano a dirsi per un libro fatto di sole parole, ma i versi di Federico Federici mi hanno restituito il sollievo del silenzio, dopo la solita giornata nel caos di Roma.
E' una poesia fitta di sussurri di infanzia, che non si concede pause patetiche, o incomprensibili autobiogrfismi. La casa che racchiude l'opera è insieme corpo e luogo. E "l'angelo ammirato attentamente nel dipinto ha / labbra chiuse, sciamano in un coro poche voci /
care, i gridi si confondono, le rondini." Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Luigi (24-02-2011) Di questo libro mi aveva parlato una collega di italiano che aveva usato alcuni testi per un laboratorio sulle scritture contemporanee con i ragazzi di una seconda classico. Anche se non sono mai stato amante del genere poetico, questi versi hanno invece colto nel segno.
Tra i miei preferiti, questi:
"un'attesa grigia abita la nebbia/ porta ai fianchi l'erba sulla casa/ che ci aspetta, ma non è ritorno/ questo di noi due nel luogo/ dove stare nel momento atteso/ della vita, a coltivare le radici/ dei capelli, i palmi che raccolgono/
le ciglia ai fiori aperti, sibilanti all'aria/ solo in due a dividerci le ossa, i rami". Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Michela Trevisani (10-09-2010) "L’opera racchiusa" è il libro di esordio di Federico Federici, dopo i lavori a firma Antonio Diavoli. Se nel precedente "Quattro Quarti" i testi si raccoglievano in nuclei organici, ciascuno emblematico di un “altrove”, in L’opera racchiusa si trovano piuttosto tre “momenti” successivi, congeniali a un meccanismo narrativo, in un unico non-luogo, una casa-corpo popolata di voci, ombre, tracce.
L’opera raccoglie in sé continuamente le sembianze, attraversa il fuoco, le mani, il tempo, le riconsegna in una oscurità di punti nuovamente indecifrabili, alfabeti chiusi su un segreto di lingue, di intuizioni a fatica pronunciabili “voce, voce ha in questa casa attentamente l’alfabeto / fermo tra le dita, le vocali concave alla gola e sonanti”. È come se alla parola toccasse di infittire i dati con esperienze nuove, non solo raccontare, organizzare, consolare gli accadimenti, ma farli proprio accadere, nell’unico destino delle cose, del mondo.
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Sara Veltroni (24-03-2009) A quasi quattro anni dal precedente “Quattro Quarti” a firma Antonio Diavoli, Federico Federici pubblica “L’opera racchiusa”, primo lavoro a proprio nome. In questi anni, l’autore si è soprattutto dedicato alla traduzione (Nika Turbina, Paul Celan, Hans Arp, Katarina Frostenson, Cesare Pavese e Alice Oswald, tra gli altri), fatto salvo per un breve resoconto di viaggio in versi “N Documenti in cifra” (Cantarena, 2006) e il diario a due voci con Ilaria Seclì (Cantarena, 2007).
Come giustamente osserva Giancarlo Rossi, nella nota su “Atelier” che anticipa di qualche mese l’uscita del libro, “Se c’è un io che parla, esiste accanto a una figura (la si percepisce femminile), che partecipa di esperienze misteriose e significanti, fino alla nominazione asciutta, e immersa in una luce d’eternità, dei fenomeni dell’universo: una coscienza che abbraccia i vivi e si rivolge ai morti, nella stupefacente realtà della loro presenza assente”.
I versi di quest’opera sono frequentemente inscritti nel luogo-non-luogo di una casa, che è insieme corpo e abito alla memoria. Lì si instaura il dialogo con l’invisibile figura silenziosa, che metamorficamente attraversa le tre sezioni, passando dai tratti spirituali dell’anima nella prima, a quelli indecifrabili di donna nell’ultima.
È lo stesso percorso evocato l’anno prima nel cortometraggio “mur-mur”, nel quale, non a caso, alcuni testi fecero comparsa tra i dialoghi, in versione ancora non definitiva.
Un libro ricco di pronunce raffinate, costruito su una parola priva di incertezze, lavorata sino al residuo della sillaba, lungo il percorso che la rivela dal silenzio o che, verso il silenzio di nuovo la conduce. Mai aulico o grave di lontane citazioni, l’io lirico si muove a proprio agio tra i fatti della memoria, animato da un’incessante ansia di scoprire, intuire, portare in luce e riferire la sua lingua, perché giunto finalmente è il tempo “[…] di dare le mani nell’andirivieni dei vivi / fermare gli occhi, lo sguardo a chi trema”. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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