Nel dicembre dello scorso anno il mondo della cultura ha perso Léopold Senghor, primo presidente del Senegal e uomo letterato, tra i massimi pensatori della négritude. Per una fortuita coincidenza, proprio in quel periodo ha visto la luce un volume che merita di collocarsi nella migliore tradizione intellettuale postcoloniale, Traiettorie di sguardi. E se gli altri foste voi?, scritto da Geneviève Makaping, che definisco telegraficamente antropologa italo-camerunense. Il libro costituisce uno strumento fondamentale per comprendere l'evoluzione della società multietnica in Italia: è da evitare la tentazione di relegarlo nel ghetto degli studi subalterni, alla stregua di una mera rivendicazione "particolaristica", il punto di vista di una "negra", come la stessa Makaping provocatoriamente ama autodefinirsi. Questo testo riveste invece un'assoluta importanza per il nuovo apporto che offre all'orizzonte degli studi del multiculturalismo e per le profonde riflessioni sull'alterità in generale.
L'approccio seguito sarebbe del tutto inedito se non fosse per un assaggio che ne ha dato la stessa autrice in un articolo del 1998, apparso nel volume curato da Paola Tabet e Silvana Di Bella, Io non sono razzista, ma... (Anicia). A distanza di anni, però, l'analisi è più accurata e lo scritto è maturato proprio come un buon vino o, usando un'analogia forse più gradita a Makaping, come un figlio meticcio portato in grembo e poi partorito. Di fronte agli ormai noti episodi di intolleranza e xenofobia su cui ritornano con insistenza i mass media, di fronte ai discorsi anti-immigrati all'ordine del giorno, si ha netta la sensazione che cominci a vacillare nell'opinione pubblica il topos degli italiani "brava gente", immuni da razzismo, colonialisti light nell'avventura dell'Africa orientale. Con ciò non voglio dire che Makaping accusi gli italiani di razzismo - in quel caso, registreremmo un semplice sfogo, polemizzante e polarizzante. Il libro segue invece la scia teorica dell'analisi discorsiva sul razzismo (che ha i suoi precedenti in Guillaumin e van Dijk) e si propone di spiegare come gli italiani, e gli occidentali in genere, siano razzialisti e differenzialisti, compresi moltissimi esponenti della sinistra. Makaping compie così un passo decisivo per andare oltre quello che Laura Balbo - alla quale si deve la presentazione del volume - ha chiamato tempo fa "l'antirazzismo facile".
La studiosa va fino in fondo nel progetto riflessivo dell'antropologia degli ultimi anni, ma non per "contemplarsi l'ombelico", secondo un'accusa mossa da più voci critiche alla sperimentazione più esasperata dell'antropologia postmoderna. Già sempre "altra", usa la sua alterità come strumento metodologico per indagare, a volte per essere il "reagente" nella sua osservazione del laboratorio umano. A volte, però, il reagente non funziona e Makaping è cosciente (come Ralph Ellison) di essere invisibile, di una invisibilità su cui rigorosamente si interroga. Viene costruita così una serie di specchi su cui convergono traiettorie di sguardi. Con molta onestà intellettuale l'autrice mette in discussione la sua posizione di osservatrice "altra" che pratica la scienza per eccellenza dell'"Altro."
Consapevole delle critiche postmoderne, poststrutturaliste e femministe a una soggettività unitaria, precostituita ed essenziale, l'autrice decostruisce la propria identità, mostrandone le varie sfaccettature e i cambiamenti nel tempo - e qui sovviene il libro spartiacque di Gloria Anzaldua, Borderlands/Las Frontera (1987, Spinsters/Aunt Lute). Dapprima immigrata in Italia, ora cittadina italiana, nell'ottica della madre è diventata addirittura "bianca" e può decostruire l'appartenenza alla "sua gente" (etichetta che viene problematizzata da uomini e donne, etnie varie, nobili e non), che la ripudia. Decostruisce la propria immagine come "altra" derivata dalle sue esperienze in Occidente, principalmente in Italia, sempre cosciente dei rapporti di potere che permettono a "loro" (i bianchi, a loro volta decostruiti in uomini e donne, ricchi e poveri, autoctoni e "extracomunitari invisibili") di decidere chi è Geneviève "Jenny" Makaping. Dice l'autrice: "Io voglio studiare quelli che hanno fatto di me il risultato delle loro costruzioni sociali e capire cosa c'è dietro gli stereotipi".
Ma non si tratta di un esercizio puramente accademico. Da qui la sua insistenza, personale e politica: "Voglio essere io a dire come mi chiamo". Anche la riappropriazione del termine "negro/a", che mette spesso a disagio i suoi interlocutori, va interpretata alla luce di altre riappropriazioni strategiche, come per esempio quella del termine queer nella più recente produzione accademica sull'omosessualita, i cosiddetti queer studies. Siamo lontani dal piagnucoloso libro-testimonianza sulla condizione dell'immigrato "extracomunitario" (azzeccatissima, a proposito, la problematizzazione che Makeping fa del nostro linguaggio quotidiano), specie quando il "curatore" è un italiano. In un saggio importante, Gayatri Chakravorty Spivak si chiedeva: " Can the subaltern speak? " (Il subalterno può parlare?). Genévieve Makeping ci dà la risposta: non solo può parlare, ma può parlare per se stesso/a, può alzare la voce, alle volte persino gridare.
Come Frantz Fanon, bell hooks, Hazel Carby e Patricia Williams, anche Makaping è stata istruita nella tradizione occidentale (per di più ci racconta una iniziazione violenta al logos della cultura scritta europea). Conosce gli strumenti del pensiero occidentale, eppure a tratti ci fa intravedere anche la sua epistemologia "indigena". Con molta abilità riesce a decentrare questo pensiero, ma allo stesso tempo non permette al lettore di adagiarsi in una rappresentazione essenzialista della "sua gente", pur trasmettendo gli etnocentrismi della comunità d'origine. Emblematici sono i commenti della madre, con cui viene condotto un ulteriore gioco di specchi. In queste traiettorie di sguardi si avverte una briciola di dubbio, non c'è spazio per interpretazioni totalizzanti. L'autrice si mette continuamente in discussione, e con molta onestà si domanda come e dove i suoi sentimenti, il suo essere, possano influire sull'analisi.
Finora ho insistito, per le mie inclinazioni professionali, sulle qualità scientifiche di questo saggio, il quale non manca, però, di pregio letterario. Non a caso il racconto della partenza dal Camerun si apre con una citazione di Vincenzo Matera sul viaggio antropologico e il suo rapporto con la tradizione letteraria occidentale (lÆOdissea, la Divina Commedia). Makaping ci rende partecipi del suo viaggio verso l'Italia, ma più importante ancora è il percorso interiore che compie nella presa di coscienza sé, di chi vuole essere, di chi può essere.
Nel campo dell'antropologia, oltre a essere uno studio sugli italiani fatto da chi, in genere, è oggetto di studio, Traiettorie di sguardi è un contributo interessantissimo alla categoria delle autoetnografie. È un libro a tratti stomachevole nel racconto di pestaggi dello spirito umano, ma, soprattutto, è un libro pieno di speranza. Un testo, dunque, che sicuramente apre un nuovo capitolo nella riflessione sull'alterità e sull'interculturalità in Italia. Va detto che questo volume è il secondo della nuova, felice collana "Altera" di Renate Siebert per la Rubbettino, inaugurata con il saggio di Sara Ongaro, Le donne e la globalizzazione, che considera da diverse angolazioni una questione della massima attualità e urgenza: quella della convivenza umana.