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Turkle Sherry - La vita sullo schermo. Nuove identità e relazioni sociali... |
La vita reale e quella sullo schermo sono veramente mondi separati e distinti? Quale influenza ha il rapporto con la macchina sul nostro modo di pensare riguardo l'evoluzione, le relazioni, la politica, il sesso, noi stessi? In quasi vent'anni di ricerche sul campo, Sherry Turkle ha osservato e partecipato a incontri fra persone e computer, ha discusso con molti le loro esperienze nell'uso della macchina e, in un certo senso, ha interrogato il computer stesso. Ne esce il racconto di come il nostro rapporto con il computer stia modificando la nostra mente e i nostri cuori.
| La recensione de L'Indice |
 Dietro lo schermo del computer si nasconde il mondo intero. Ma quando lo guardiamo, quando interagiamo con lui, quando traduciamo in significati i suoi pixel luminosi, non andiamo mai oltre la superficie. Ci fermiamo lì, rassicurati da qualcosa che non riteniamo debba darci ulteriori spiegazioni. È questo il punto fondante di La vita sullo schermo , saggio pubblicato nel 1996 da Sherry Turkle (che insegna al Mit di Boston) e oggi ristampato da Apogeo in versione riveduta e aggiornata. Il libro è strutturato in tre macrosezioni che seguono i tre grandi passaggi dell'interazione uomo-macchina degli ultimi trent'anni: l'iniziale approccio ai computer, il lungo inseguimento dell'intelligenza artificiale, l'avvento di Internet e dei suoi mondi virtuali. In tutti i casi, l'autrice analizza la questione con un occhio di riguardo al problema dell'identità umana, mantenendo come punto di riferimento le posizioni espresse da Frederic Jameson in un articolo del 1984 ( Postmodernism, or the Cultural Logic of Late Capitalism ). "Nella sua caratterizzazione del postmoderno - scrive Turale - [Jameson] incluse la precedenza della superficie sulla profondità, della simulazione sulla "realtà", del gioco sulla serietà, ovvero molte delle medesime qualità che caratterizzano l'estetica del computer". La chiave di volta storica è rappresentata dalla "scrivania" del Macintosh, un'interfaccia opaca che tende a bloccare gli utenti e le loro esplorazioni, convincendoli a non andare oltre allo schermo . Capire la natura e quindi il significato del computer, smontarlo e studiarne i pezzi come facevano i primi hacker, non è più necessario. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è a portata di mano, sotto forma di piccole icone colorate. Grazie a Windows, oggi questo approccio è ormai globale. Il problema è che mentre il nostro occhio sul monitor è rimasto lo stesso di vent'anni fa, è il monitor che con l'avvento di Internet ha iniziato a guardarci in maniera diversa. L'uomo digitale contemporaneo, quello che trascorre una buona parte della sua giornata navigando nel cyberspazio, mantiene un atteggiamento superficiale (postmoderno, direbbe Jameson) anche rispetto a contesti più complessi, nei quali si intrecciano relazioni sociali con milioni di altre persone. Ciò che ne risulta è un'identità apparentemente tranquilla, ma in realtà spaesata, che da un lato accetta di moltiplicarsi nelle simulazioni dei giochi di ruolo e nelle chat e dall'altro viene assediata e penetrata da un sistema di controllo sempre più invasivo. Mentre noi visitiamo tranquillamente un qualsiasi sito Internet, sotto la sua superficie decine di intelligenze artificiali setacciano le nostre abitudini, le nostre preferenze, la nostra intimità. A voler essere apocalittici, viene in mente La macchina del tempo di H. G. Welles, dove gli Eloi ruminavano pigramente alla luce del sole mentre i Morlock sotto terra attendevano solo il momento buono per divorarli. Luca Castelli |
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