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Falco Giorgio - Pausa caffè

Pausa caffè TitoloPausa caffè
AutoreFalco Giorgio
Prezzo
Sconto 15%
€ 11,90
(Prezzo di copertina € 14,00 Risparmio € 2,10)
Prezzi in altre valute
Dati2004, 352 p., brossura
EditoreSironi  (collana Indicativo presente)

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Descrizione
Una sorta di tavolo anatomico sul quale sta distesa la vita dei lavoratori precari, temporanei, a termine. Una raccolta di voci che si leva dall'inferno del lavoro non-lavoro, del lavoro senza significato e senza speranze, del lavoro che abbruttisce dolcemente, del lavoro ridotto a pura forza: forza-lavoro. Uno sguardo crudele e disincantato che, raccogliendo un coacervo di microstorie, flussi di coscienza, dialoghi, istruzioni, narrazioni fredde, soliloqui, ritrae quello che è oggi il presente di molti, quello che forse sarà il futuro di tutti.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

Non è vero che la critica non serve più a nulla. L'articolo di Aldo Nove, su "ttL" lo scorso 8 maggio, ha colpito un po' tutti. E quando è uscito il nuovo libro della collana diretta da Giulio Mozzi (che si conferma la migliore oggi su piazza), ci siamo precipitati a leggerlo. Il perché è semplice. L'articolo di Nove ha forza in quanto è di uno scrittore importante, ma soprattutto perché è raro. Laddove certi salamelecchi reciproci, fra scrittori compagni di merende, ormai non dicono più nulla. Invece se Nove, che di norma al blurb non indulge, dice che "Falco è l'attuale poeta epico del mondo del lavoro precario", io il libro di Falco lo leggo.

Quando si parla di "epica" lo si fa al modo novecentesco, che da tempo ha lasciato dietro di sé le condizioni antropologiche della coralità epica originaria. E dunque sì: non c'è nel libro di Falco una voce privilegiata di "narratore", bensì una serie di voci giustapposte senza ordine apparente. La totalità epica tradizionale è però capovolta; il mondo che racconta Falco è quello della frammentazione sociale, della frammentazione emotiva di ciascuno di noi, della frammentazione del tempo e dello spazio: la sua tecnica narrativa non può che essere quella del frammento. Né si può propriamente parlare di coro, perché ogni singola tessera è rigidamente monologica (se non per gli inserti materici di cui si dirà). Il risultato è più simile, dunque, a un collage. In questi casi, certo cinema postminimalista americano (quello rifondato dall'Altman di Short cuts) ci ha abituato a effetti di ritorno a loop, di situazioni e personaggi; non per caso il magnifico Magnolia di Paul Thomas Anderson finiva per mutuare il principio wagneriano dei leitmotive (e viveva infatti della "melodia infinita", della sua prorompente forza di flusso).

Nulla di tutto questo in Pausa caffè: i personaggi (se così li vogliamo ancora chiamare, privi come sono di qualsiasi marca identitaria) si susseguono senza tregua a cantare di volta in volta la loro tragica inappartenenza, la loro sottile malinconia, la stolida euforia di chi sente di essersi issato, almeno di un gradino, sopra la massa bruta (sono Quadro!, dice di sé orgoglioso; sono teamleader!: per subito riallogarsi, bovino, alla macina). E poi non tornano più: annichiliti dalla stritolante macchina narrativa come nel mondo "reale" vengono - veniamo - tutti stritolati dai co.co.co (e peggio): "una rete che permetta a tutti di svolgere qualsiasi lavoro ed essere sostituiti in ogni momento: questa è democrazia!". A tornare sono invece certi particolari ossessionanti, tanto più insistiti quanto più spoglio è il décor dal quale vengono prelevati. Sono gli inserti "materici" cui accennavo: le martellanti campagne promozionali delle ditte di telefonia mobile (quelle che proprio mentre scrivo fanno arrivare a decine di milioni di telefoni gli affettuosi sms del Grande Fratello di Palazzo Chigi), le performance sudaticce della supericona pubblicitaria Megan Gale, i sovratoni scampanellanti dei jingles.

(Per inciso: ci dev'essere qualcosa di profondo se qui, come nell'archetipo dell'allegoria politica in forma di romanzo, Amerika di Kafka, l'emblema più torturante del lavoro alienato viene individuato nella condizione del telefonista.)

Ha ragione Mozzi a segnalare gli influssi "della neoavanguardia italiana come dei cosiddetti cannibali". Se è proprio Nove (non parliamo più però, per favore, dei "cannibali"; parliamo dell'unico scrittore uscito da quella stagione) la matrice della stupefazione che contempla certe icone commercial (dai brand delle merci alle intoccabili super-modelle), c'è anche molto del disincanto combinatorio del Balestrini narratore nella formula di Pausa caffè. Ma rispetto a questi classici moderni il rischio che corre Falco è quello di eccedere, per così dire, in grammaticalizzazione. Voglio dire che lo zapping del primo Nove, quello di Woobinda, era una pratica di rottura: salutare in quanto sperimentale. Non a caso il Nove attuale è da un'altra parte. Istituzionalizzare quello spezzettamento, o il balestriniano mix di materiali orali (per esempio riportando pressoché per intero una mattinata di cazzeggio a "Radioitaliasuper", come si fa alle pp. 130-138; oppure citando tutto il listino delle offerte di abbonamento Omnitel), sospende ogni ipotesi di sperimentazione e, al contrario, assume un linguaggio dato: per dire determinati contenuti. Come fa, con indubbia capacità di denuncia (non senza auto-irridersi sul piano fattuale: si leggano le amare pp. 180 e sgg.), il nostro scrittore. Eppure, a lettura compiuta, non si riesce a non pensare che non era un caso se Woobinda non superava le 140 pagine. Una volta dimostrata la capacità urticante di uno spot, non si vede il bisogno di replicarlo sei o sette volte.

Dove però Falco si salva dal rischio di meccanicismo è in certe pieghe più riposte del suo libro. Indicherei almeno due passaggi di grande efficacia: la descrizione della campagna elettorale del Polo nelle periferie romane, condotta in controcanto coi documentari sui grandi predatori della savana, e l'episodio (già riportato da Nove) del barista innamorato e scaricato che ubbidisce all'ennesimo ordine sbraitato dal principale: "Sale su una sedia, in punta di piedi, allunga le braccia e afferra un barattolo di olive verdi molto grandi, la superficie liscia, levigata, olive solide che galleggiano nell'acqua e si sfiorano caute tra loro". In passaggi come questi ci si ricorda di un altro maestro di Giorgio Falco (citato in epigrafe): Elio Pagliarani. Che nella grande epopea novecentesca del sotto-lavoro di massa, La ragazza Carla del '57-60, allineava sì, con la dovuta brutalità, materiali verbali. Ma non escludeva il ricorso alla voce propria, in "a parte" laceranti proprio perché inaspettati. Quando leggiamo "È nostro questo cielo d'acciaio che non finge / Eden e non concede smarrimenti, / è nostro ed è morale il cielo / che non promette scampo dalla terra, / proprio perché sulla terra non c'è / scampo da noi nella vita", capiamo fino in fondo - con qualcosa che dobbiamo ammettere commozione - che il destino della ragazza Carla, no, non è solo il suo.

I vostri commenti
16 recensioni presenti.  Media Voto: 3.68 / 5

daniela (10-07-2009)
In questo libro non ci sono storie articolate dotate di un senso proprio, ma vite che sono esse stesse frammenti di una realtà disgregata. Uno stile che non segue una struttra propria ma che, pescando selettivamente ed efficacemente da una moltitudine di codici ed eseguendo un sapiente "copia-incolla", fa emergere un eterno presente, privo di storia e di memoria. Personaggi cho sono come codici a barre, nuovi schiavi del mercato globale, votati alla pura sopravvivenza nella giungla post-moderna, oppressi da una quotidianità di meschinità dove, chi ha valori, risulta perdente. Falco non inventa storie ma si limita a registrarle con abilità nella loro frammentarietà ontologica.
Voto: 4 / 5
alice (20-05-2008)
come si possa confondere l'ironica paccottiglia di virzì con la letteratura di giorgio falco non lo so, ignoranza? temo sia disonestà e invidia. evidentemente l'ironia è molto più consolatoria.
Voto: 5 / 5
Luigi (18-04-2008)
Un libro secondo me confusionario. Ci sono solo due o tre storie degne di nota. Lo stile é frammentato, ci sono racconti semplicemente illeggibili. Peccato perché l'idea era originale e sicuramente andava sfruttata meglio (vedi il film di Virzì sui call center ad esempio).
Voto: 1 / 5
Livio Sacchi sacchi.livio@libero.it (23-11-2007)
E' un libro per sempre. Sì il mondo del lavoro è descritto, vissuto, sentito. Sì il mondo del lavoro in Italia è così crudele. Tirature ha ben fatto ad inserirlo nella letteratura colta di questi anni. Infatti da qui si è partiti per una serie di facilitazioni sul tema, fino al cabaret che depreda e non restituisce mai. Purtroppo è letteratura e poesia che raggiungerà solo l'elite. E' molto difficile che persone inconsapevoli giungano a questo capolavoro inconciliato.
Voto: 5 / 5
huncke (07-11-2007)
un libro necessario, politico. Storicamente, calato nella realtà sociologica del momento in cui é stato scritto. Scarso valore letterario, alto valore poetico. Non sono riuscito a finirlo, poi ho capito il perché: semplicemente non ha un inizio e una fine.
Voto: 3 / 5
Cono (28-07-2005)
Ho appena finito di leggerlo, non e' brutto anzi ma per me abituato a diverse e letture e' stato un po' difficile...e' di fantasia spero che il mondo del lavoro non sia come lui l'ha descritto.
Voto: 3 / 5
Paolo Costa paul.shore@earthlink.net (19-07-2005)
Ho appena finito di leggerlo. Bellissimo e agghiacciante. Abito negli USA da 25 anni e torno in Italia regolarmente, ma solo per vacanze. Ma veramente il mondo del lavoro italiano (del lavoro milanese?) e' proprio cosi'?!
Voto: 5 / 5
alberto Valle (14-07-2005)
E' difficile apprezzare questo libro di Falco, forse solo per il nome dell'autore. Confuso, poco incisivo, un polpettone banale e senza sostanza con buone idee che difficilmente riescono a emergere. Risulta la sterile descrizione di un ambiente di lavoro da parte di uno che nella telefonia ci lavora veramente
Voto: 1 / 5
alessandra dolci (23-06-2005)
Non solo un libro banale e pretenzioso ma anche piuttosto privo di significato. Non si capisce dove vada a parare.
Voto: 1 / 5
Paolo Baccarani paolobaccarani@libero.it (09-03-2005)
Profondissimo libro. Scritto bene. Studiato fino all'ultima parola. Emoziona per la capacità di descrivere. E' la tesi della parola come dittatura. Non è mai superficiale anche quando descrive "i superficiali". Non è mai cinico. E' dalla parte di chiunque è schiavo nel lavoro, anche se non lo sa. E' il sentire più vero, non è mai grottesco. Patisce con te. E' un poema. E Aldo Nove, scrittore onesto e intelligente, ha ragione ad averlo capito.
Voto: 5 / 5
emmacontini emmacontini@yahoo.it (02-03-2005)
"Il libro di Falco non racconta una sola vicenda. Il suo è un coro di voci composto da 68 testi di differente lunghezza, in cui la realtà del precariato, dei mestieri strani ma veri con i quali sempre più persone devono fare i conti, prende la parola. Operatori di call center, commessi, pensionati al minimo, operai interinali, impiegati flessibili, seller door to door, addetti alle pulizie e quadri frustrati sono fotografati in momenti quotidiani della loro vita. Così, senza che nulla sia frutto della fantasia, si compone una cacofonia fatto di banalità e abbrutimento, di ambizioni represse e di solitudini, di mobbing e di fallimenti, di piccole illusioni e di meschinità necessarie alla carriera. Per poter dar conto di un mondo che unitario non è se non nel comune malessere, l’autore si è trovato costretto a evitare la narrazione lineare del racconto e a procedere invece a zig-zag, sommando in ordine caotico brevi dialoghi tra colleghi, dischi registrati, soliloqui deliranti, pubblicità, descrizioni di profili professionali improbabili, dando forma ad una geografia dei lavori angosciante nella sua verosimiglianza con la realtà che ognuno di noi potrebbe vivere oggigiorno (o domani) sul proprio luogo di lavoro." di Alessandro Frigerio
Voto: 5 / 5
Gabri (04-02-2005)
Banale nella sostanza, pretenzioso e artificiale nello stile
Voto: 1 / 5
Marco (22-11-2004)
E` un libro molto bello, con una grande varieta` di linguaggio che si adatta ai vari lavori presenti. Ma non solo di lavoro si parla. E` un libro durissimo e fa male. I personaggi che si incontrano sono colleghi, vicini di casa, sono noi. Eppure il libro non e` mai cinico. Ogni tanto anche comico. Un libro difficile da inquadrare. Eppure davvero necessario.
Voto: 5 / 5
Alice alicea82@yahoo.it (20-11-2004)
Fantastico!!!! Finalmente la nostra generazione di lavoratori precari, sfruttati e plagiati da vuoti slogan aziendali ha una voce! Un'ottima voce, per giunta.
Voto: 5 / 5
gianluca aqualuna@iol.it (15-07-2004)
Una risposta alle bugie, alla superficialità, e alla miopia (consapevole?) della classe politica, dei media, dei sociologi, dei sindacati, degli imprenditori, degli artefici della attuale riforma del lavoro, di tutti coloro che stanno trascinando per menefreghismo ed egoismo le nuove generazioni verso il baratro.
Voto: 5 / 5
michele (11-06-2004)
dirò la verità: ho comperato questo libro dopo averne letto la recensione sanguigna e lucida di aldo nove... è l'ho letto tutto d'un fiato! perché mi ci sono specchiato (sono uno dei tantissimi cococo che a ottobre diventeranno... boh?), perché è un libro scritto con grande maestria psicologica, sociologica, letteraria. perché è impietoso, ma mai cinico... perché è appasionato ma mai ideologico... bellissimo! complimenti anche all'editore sironi, che ha avuto il coraggio di pubblicare un testo così scomodo!
Voto: 5 / 5

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