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Biografie  Biografie e autobiografie 

Avey Denis; Broomby Rob - Auschwitz. Ero il numero 220543

Auschwitz. Ero il numero 220543 Scarica le prime pagine TitoloAuschwitz. Ero il numero 220543
AutoreAvey Denis; Broomby Rob
Prezzo
Sconto 15%
€ 8,42
(Prezzo di copertina € 9,90 Risparmio € 1,48)
Dati2011, 329 p., rilegato
TraduttoreCantoni E.
EditoreNewton Compton  (collana I volti della storia)
 Disponibile anche in ebook a € 4,99

Disponibilita immediata
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Descrizione
Nel 1944 Denis Avey, un soldato britannico che stava combattendo nel Nord Africa, viene catturato dai tedeschi e spedito in un campo di lavoro per prigionieri. Durante il giorno si trova a lavorare insieme ai detenuti del campo vicino chiamato Auschwitz. Inorridito dai racconti che ascolta, Denis è determinato a scoprire qualcosa in più. Così trova il modo di fare uno scambio di persone: consegna la sua uniforme inglese a un prigioniero di Auschwitz e si fa passare per lui. Uno scambio che significa nuova vita per il prigioniero mentre per Denis segna l'ingresso nell'orrore, ma gli concede anche la possibilità di raccogliere testimonianze su ciò che accade nel lager. Quando milioni di persone avrebbero dato qualsiasi cosa per uscirne, lui, coraggiosamente, vi fece ingresso, per testimoniare un giorno la verità. La storia è stata resa pubblica per la prima volta da un giornalista della BBC, Rob Broomby, nel novembre 2009. Grazie a lui Denis ha potuto incontrare la sorella del giovane ebreo che salvò dal campo. Nel marzo del 2010, con una cerimonia presso la residenza del Primo ministro del Regno Unito, è stato insignito della medaglia come "eroe dell'Olocausto".

La recensione di IBS
Durante la seconda guerra mondiale il giovane soldato inglese Denis Avey (classe 1919) venne catturato dai tedeschi in Egitto e dopo varie peripezie, fra cui una sosta in Italia, finì in un campo di prigionia militare vicino ad Auschwitz. Per la precisione – dato che il lager per antonomasia era in realtà costituito da tre sezioni/località contigue: Auschwitz, Birkenau e Monowitz – Avey si trovò a dover lavorare per i nazisti presso quest’ultimo campo di concentramento, accanto alla fabbrica che il gruppo industriale IG Farben stava costruendo per produrre gomma sintetica.
Appena giunto a Monowitz, ciò che subito lo colpì fu la presenza di migliaia di “strane figure” ovunque presenti nel lager. Essi: “Indossavano tutti camicie e pantaloni logori, a righe, più simili a pigiami che ad abiti da lavoro. I loro volti erano terrei, le teste rozzamente rasate, appena coperte da minuscoli copricapi”. Si trattava di reclusi speciali, in quanto ebrei, destinati, secondo i piani aberranti dei gerarchi hitleriani, a finire presto o tardi nelle camere a gas e nei forni crematori di Birkenau – il famigerato campo di sterminio – ultima tappa esistenziale per milioni di vittime dell’Olocausto. Anche i soldati inglesi vengono costretti a lavorare undici ore al giorno accanto a quelle “povere creature”, riconoscibili non solo dalle “uniformi a righe” ma dalla magrezza estrema che le accomuna tutte. Solo a sera, ricorda Avey, i prigionieri si separano: “loro ad Auschwitz III, di cui sapevamo solo - sussurri tra disperati - che era l'inferno in terra. Noi all'E715, dove ci aspettavano baracche e rancio scarso, ma almeno la certezza di arrivare all'indomani”. Tuttavia questa disparità di condizioni ferisce nel profondo il soldato britannico, il quale – come poi confesserà egli stesso, pubblicamente – è “tormentato dal bisogno di sapere di più” sul trattamento disumano cui sono sottoposti gli internati ebrei. Nasce dunque il progetto, tradotto poi in realtà, di introdursi ad Auschwitz sin nelle baracche dei condannati allo sterminio. Impresa folle, rischiosissima, quella di farsi volontario testimone della barbarie omicida perpetrata dalle SS. Però Denis Avey supera ogni timore, riesce a corrompere un Kapò e per ben due volte, travestitosi con una lercia divisa a righe, entra in quell’inferno, riuscendo poi a uscirvi indenne. Fisicamente, quantomeno, perché a livello psichico le cose non vanno così lisce. L’aver guardato in faccia l’abominio lo segnerà per tutta la vita: mai più dimenticherà l’efferatezza del lager. Anche terminata la guerra e in libertà, infatti, per anni e anni l’ex deportato torna ogni notte ad Auschwitz tramite sogni che puntualmente si trasformano in incubi. Quindi, a scopo di autodifesa, Avey si chiude nel silenzio o, meglio, in un atteggiamento di schivo riserbo che è durato sino a qualche tempo fa; fino al momento in cui gli propongono di parlare della guerra in un'intervista. Solo allora si decide ad esporre la sua testimonianza (giacché quanto il militare aveva riferito ai suoi superiori, una volta fatto ritorno in patria, non era stato tenuto in gran conto), la quale produce un autentico scalpore. Come il suo libro di memorie – scritto alla bella età di novan’anni – dal intolo: Auschwitz. Ero il numero 220543, recentemente tradotto e pubblicato in italiano da Newton Compton.
L’orrore e il dolore dell’Olocausto, a detta di molti ex internati nei campi di sterminio nazisti, sono inenarrabili: davvero letteralmente indicibili. Ma affinché le generazioni future non abbiano a smarrire la memoria storica, i vari Primo Levi, Simon Wiesenthal, Elie Wiesel e tanti altri sopravvissuti ai lager hanno saputo trovare le parole per raccontare quello che non deve e non dovrà mai finire nell’oblio. Ed ogni testo, ogni voce ha una sua specificità, un suo timbro peculiare e irripetibile. Come senz’altro straordinaria e senza eguali è l’avventura di cui Denis Avey fa partecipi i lettori attraverso un registro narrativo scorrevole, nitido, quasi cinematografico, e mediante una scrittura all’insegna della schiettezza e dell’autenticità. In grado di consegnarci la storia di un eroe, ovviamente, ma in primo luogo di un essere umano; con le sue debolezze ed i suoi limiti, certo, ma anche forte d’una generosa compassionevolezza e della convinzione che serva, anzi sia doveroso, divulgare la propria sofferta testimonianza.

A cura di Wuz.it

I vostri commenti
18 recensioni presenti.  Media Voto: 3 / 5

dani70 (13-05-2012)
Sono d'accordo sul fatto che il titolo è ingannevole, perchè anch'io mi aspettavo una storia diversa. Anche secondo me è una lettura un po' lenta, specie all'inizio. Però mi sento di dare un voto discreto a questo libro, per rispetto verso il protagonista e per ammirazione verso il suo coraggio.
Voto: 3 / 5
Claudia (24-04-2012)
Pessima lettura. Protagonista egocentrico. Mi spiace, ma secondo me la storia e' puramente inventata. Nulla a confronto con Primo Levi, Elie Wiesel, Pappalettera e i tanti testimoni dei campi di concentramento/sterminio.
Voto: 1 / 5
Laura (22-04-2012)
Il titolo è vergognosamente ingannevole, come hanno già scritto in altre recensioni. Se si fosse chiamato diversamente, penso che si sarebbero vendute molte meno copie. All'inizio è pesante e la lettura si trascina. Non lo consiglio.
Voto: 1 / 5
vania (16-02-2012)
...molto molto commovente consiglio la lettura
Voto: 5 / 5
bruno (14-02-2012)
Sono completamente d'accordo con Simona,con l' aggiunta di un fattore "NARCISO".Molto deludente.
Voto: 1 / 5
J_D (10-02-2012)
Prima di tutto, vorrei rispondere a tutti quelli che hanno scritto cose dal mio punto di vista non ragionate. Il numero 220543 non gli é stato tatuato ad Auschwitz, bensì gli é stato dato molto prima, fatto prigioniero nel deserto (e inoltre nel libro non hai mai detto che gli fosse stato dato ad Auschwitz, come qualcuno di voi ha sostenuto). Per quanto riguarda il fatto che si é scambiato per "sole" due notti non consecutive, beh é vero, nessuno può testimoniarlo. Però se qualcuno di voi, che lo accusa, conoscesse un po' di più le tecniche di marketing adottate dalle case editrici, potreste capire che non é stato un signore di quasi novant'anni a scegliere il titolo e non credo inoltre che alla sua veneranda età, abbia pubblicato il libro per diventare famoso e guadagnare soldi grazie a un titolo parzialmente illusorio. Per chi poi sminuisce la sua testimonianza, dicendo che infondo é entrato nel campo solo per due notti, vero o no, non credo che nessun altro di voi avrebbe avuto il coraggio di farlo, non dimentichiamoci che ha rischiato la propria vita, sia con Hans e sia con Ernst (l'uomo a cui ha passato le sigarette inviategli dalla sorella e di cui si può trovare la testimonianza su youtube). Che vogliate o meno credere a tutta la parte riguardante la sua prigionia, non potete comunque sottovalutare tutto ciò che ha passato prima in guerra e una volta finita. Vi ricordo anche di quando un siluro (inglese) ha colpito la nave sulla quale stava viaggiando da prigioniero e come si sia salvato. Vorrei dunque che apprezzaste un po' di più la sua testimonianza, la sua vita avventurosa e la sua voglia di far conoscere al mondo la sua storia a quasi novant'anni, concentrandovi magari un po' meno sul fatto che la copertina del libro sia "pompata".
Voto: 4 / 5
chiara (08-02-2012)
Un libro che lascia molto perplessi. Perché viene enfatizzato, nel titolo e nella copertina, un presunto ingresso volontario ad Auschwitz che dura solo pochissime delle 329 pagine del libro. Difficile credere che sia un episodio vero, come già qualcuno dei lettori ha evidenziato.
Voto: 1 / 5
SabbiaDorata (06-02-2012)
Sinceramente un libro di cui si poteva fare a meno.Il titolo é vergognosamente ingannevole.Come é stato giá detto,nonostante la testimonianza sia vera,il libro delude le aspettative e non centra l'argomento.I primi sette capitoli riguardano altre guerre che il protagonista ha vissuto prima di approdare all'esperienza Auschwitz.Esperienza che non lo vede "vero protagonista".Lo scambio con il prigioniero avvenuto piú per curiositá che altro non é degno di nota.Il libro non prende e si trascina senza entusiasmo.Inutile.
Voto: 1 / 5
Greg (28-01-2012)
Sono d'accordo con Simona. Vicenda interessante ma gonfiata. Il titolo non corrisponde al contenuto e fa capire che l'autore è alla ricerca degli elementi per il successo commerciale, non è mosso dalla passione per la storia. A tutti consiglio di interessarsi invece della vicenda di Witold Pilecki, che volontariamente si introdusse ad Auschwitz, vi rimase per più di due anni organizzando la resistenza all'interno del campo e alla fine fuggì.
Voto: 1 / 5
monica (23-01-2012)
Un sopravvissuto ad Auschwitz-Monowitz e la sua testimonianza, ma dire che non visse la sua carcerazione come la visse tutta la popolazione del campo denominata sub-umana destinata allo sterminio sistematico. Era un soldato inglese, indossava la sua divisa e non cenciosi pidocchiosi stracci, aveva cibo e riceveva aiuti che gli permettevano di sopravvivere, non veniva selezionato per il gas, era un privilegiato. Sicuramente ebbe una forte dose di coraggio per vestire i panni di un ebreo ad Auschwitz per vedere coi propri occhi cio' che gia' sapeva, ma lo fece per due notti e mennemo consecutive. Senza voler sminuire la sua esperienza in Lager, ritengo che l'eroe sia colui che visse sulla prorpia pelle la nefandezza piu' totale di Auschwitz sia che sia sopravvissuto o no, che fu soggetto a tutte le piu' barbariche azioni inumane atte per annientarne prima lo spirito e poi il corpo. Ritengo comunque che sia un libro da leggere come ulteriore riprova di cio' che accedde in Auschwitz.
Voto: 3 / 5
Matteo (06-01-2012)
Non è un libro dedicato ad Auschwitz ma la storia di vita di un uomo che ne ha passate tante .... Molto emozionante e ben scritto lo consiglio vivamente ! altro che libricini commerciali che riempiono gli scaffali delle librerie , questa è storia di vita vera !
Voto: 4 / 5
Jamile Antonio (03-01-2012)
Bellissimo... L'ho letto in 2 giorni!
Voto: 5 / 5
Simona (03-01-2012)
Ho letto molti libri su questo terribile argomento e mi sono documentata con altrettanta passione. Beh, devo dire che questo libro mi ha lasciata davvero perplessa per diversi fattori: 1° è che lui non può essere stato il nr 220543 in quanto i soldati prigionieri non venivano tatuati; 2° Non è , come si lascerebbe intendere, che sia entrato nel lager di sua spontanea volontà:ha SOLO trascorso per DUE volte non consecutive UNA SOLA NOTTE per volta scambiando il posto con un internato. 3° Non ha avuto riguardo ad un campo di concentramento molto da dire, dato che le prime 140 pagine parlano di guerra in altre zone. Molte altre alla fine sono state dedicate ai suoi risvolti personali ben al di fuori del tema in questione. Tralascio altre incongruenze. Con tutto rispetto del tema non trovo molto da salvare in questo libro. Non lo consiglio. Per niente.
Voto: 1 / 5
paolo p. (30-12-2011)
molto bello... consigliatissimo...
Voto: 5 / 5
Ambrobg (29-12-2011)
l ho letto tutto d un fiato, essendo appassionato di libri sulla guerra mi è piaciuta anche la prima parte. Lo consiglio a tutti
Voto: 5 / 5
Gianc2190 (27-12-2011)
Davvero un bel libro. Come già detto da un'altra lettrice il ritmo iniziale è basso, ma da metà libro in poi viene letto quasi tutto d'un fiato. E' un libro più narrativo che riflessivo, ma ciò non esclude le forti emozioni che riesce a trasmettere.
Voto: 5 / 5
Erica (23-12-2011)
Concordo con Luana. Il libro inizialmente è un pò lento. Ma come qualsiasi libro in cui vi sia una testimonianza di ciò che fu, ancora di più se proveniente dalla bocca di uno dei pochi sopravvissuti, DEVE essere letto.
Voto: 3 / 5
Luana (07-12-2011)
Devo essere sincera sincera?! Davvero una storia commovente che però ti prende da circa metà del libro, prima è molto lento... Merita senz'altro d'essere letto.
Voto: 5 / 5

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