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La malattia dell'Occidente. Perché il lavoro non vale più
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La malattia dell'Occidente. Perché il lavoro non vale più - Marco Panara - copertina
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malattia dell'Occidente. Perché il lavoro non vale più
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La malattia dell'Occidente. Perché il lavoro non vale più

Descrizione


Il lavoro nel mondo avanzato vale sempre meno e non riesce più a garantire il tenore di vita che credevamo di aver conquistato per sempre. Fra le cause della sua perdita di valore ci sono la tecnologia, che consente di sostituire con le macchine il lavoro umano in un numero crescente di attività, e la globalizzazione, che spinge per il trasferimento di industrie e società verso paesi dove il costo del lavoro è più basso. Gli effetti sono perversi: da una parte c'è un crescente trasferimento di ricchezza dai paesi occidentali consumatori ai paesi emergenti produttori; dall'altra nei paesi industrializzati la ricchezza prodotta si sposta dal lavoro al capitale nelle mani di gruppi ristretti mentre la grande maggioranza vede il suo reddito crescere marginalmente, fermarsi o diminuire, con un grande aumento delle disuguaglianze. A questo si somma il prezzo altissimo pagato dalle ultime generazioni condannate al precariato e indebolite da una progressiva riduzione delle garanzie offerte dallo stato sociale. Poiché il lavoro non è più il modo per costruirsi un futuro migliore, gli effetti sono profondi anche sui valori e sui meccanismi sociali. Prevale l'individualismo, la protezione dei propri interessi visti in contrapposizione con quelli collettivi, e peggiora la qualità stessa della democrazia, che fa sempre più fatica a trovare la somma di interessi individuali nella sintesi del bene comune.
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Dettagli

2013
Tascabile
7 febbraio 2013
XII-150 p., Brossura
9788858106099

Valutazioni e recensioni

4,49/5
Recensioni: 4/5
(3)
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Doniz
Recensioni: 3/5
Interessante ma…

Il saggio di Panara ha l’obiettivo di spiegare come la perdita di valore del lavoro si sia tramutata in una generalizzata crisi del sistema occidentale, una crisi non solo lavorativa, ma anche politica, sociale e culturale. Panara è in grado di intessere una spiegazione avvincente, quasi narrativa, che dipana le molteplici cause di questa svalorizzazione del lavoro. La spiegazione sembrerebbe regge, la tesi risulterebbe ben strutturata e lineare, ma…. C’è un grande ma, perché non ci sono le fonti della sua tesi. I riferimenti nella letteratura sono pochissimi, non c’è una bibliografia ed è strutturazione del percorso logico, benché risulti razionalmente lineare, è lasciato alla fiducia del lettore. Peccato, si sarebbe potuto fare diversamente e il saggio avrebbe avuto tutto un altro valore.

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Sergio
Recensioni: 5/5
Molto interessante

Dopo una prima parte dedicata ad illustrare come lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione stiano contribuendo in vari modi a svilire il lavoro, e quindi a generare povertà, l'autore descrive come è nata, come si è evoluta e che conseguenze ha avuto sul lavoro la crisi finanziaria del 2007-08 (il libro è del 2010). Molto interessante anche la parte successiva, dedicata al rapporto lavoro-democrazia. Definirei invece 'ottimista' il capitolo finale, "Uscire dalla trappola". Arrivato al termine del libro ho ripensato a Malthus: in passato gli esseri umani erano condannati ad una povertà quasi generalizzata perché non controllavano la crescita demografica resa possibile dal progresso tecnologico (solo le guerre/epidemie avviavano, paradossalmente, periodi di benessere per chi sopravviveva). Solo dopo la rivoluzione industriale una parte importante e crescente dell'umanità ha goduto di un discreto e duraturo benessere materiale. Ma ora corriamo il reale rischio di tornare a condizioni di diffusa povertà, non solo per la crescita demografica, amplificata dalla globalizzazione che fonde i diversi mercati del lavoro, ma anche per lo sviluppo tecnologico che distrugge molti lavori. Che il tanto temuto (chi ci pagherà le pensioni?) calo demografico sia, assieme ad una seria politica di redistribuzione, invece un’auspicabile via per salvaguardare sia l'ambiente che il benessere diffuso e, con esso, la pace sociale e la democrazia?

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Sergio
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Molto interessante

Dopo una prima parte dedicata ad illustrare come lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione stiano contribuendo in vari modi a svilire il lavoro, e quindi a generare povertà, l'autore descrive come è nata, come si è evoluta e che conseguenze ha avuto sul lavoro la crisi finanziaria del 2007-08 (il libro è del 2010). Molto interessante anche la parte successiva, dedicata al rapporto lavoro-democrazia. Definirei invece 'ottimista' il capitolo finale, "Uscire dalla trappola". Arrivato al termine del libro ho ripensato a Malthus: in passato gli esseri umani erano condannati ad una povertà quasi generalizzata perché non controllavano la crescita demografica resa possibile dal progresso tecnologico (solo le guerre/epidemie avviavano, paradossalmente, periodi di benessere per chi sopravviveva). Solo dopo la rivoluzione industriale una parte importante e crescente dell'umanità ha goduto di un discreto e duraturo benessere materiale. Ma ora corriamo il reale rischio di tornare a condizioni di diffusa povertà, non solo per la crescita demografica, amplificata dalla globalizzazione che fonde i diversi mercati del lavoro, ma anche per lo sviluppo tecnologico che distrugge molti lavori. Che il tanto temuto (chi ci pagherà le pensioni?) calo demografico sia, assieme ad una seria politica di redistribuzione, invece un’auspicabile via per salvaguardare sia l'ambiente che il benessere diffuso e, con esso, la pace sociale e la democrazia?

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