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Meir, di professione ingegnere, vive a Tel Aviv. A un abituale controllo medico gli viene diagnosticata una semplice ipertensione. Niente di grave, ma questa banale malattia segna un drastico cambiamento nella sua vita: Meir si sente di colpo tradito dal suo corpo, ha l'impressione che la vita gli abbia fatto un torto. Sopraffatto dall'improvvisa consapevolezza dello scorrere del tempo, del passare degli anni e dell'ineluttabilità della morte, Meir inizia la sua lotta interiore per venire a patti con la sua condizione di uomo e di creatura mortale. E nel suo tentativo di ribellarsi all'idea di tale inesorabile decadenza, oscilla tra un senso paralizzante di paura del futuro e il desiderio scatenato quanto velleitario di non lasciarsi sfuggire più nulla, a cominciare da nuove esperienze sensuali ed erotiche. Inseguito dalla sua irrequietezza, lascia Israele per l'Europa, prima Amsterdam e poi Londra. Ma questa ricerca di liberazione non si rivela tale e il senso di estraneità lo spinge a fare ritorno a casa. Neanche qui, però, i suoi tormenti gli daranno tregua. In fine è la cronaca di questo vagare sbandato tra Israele e l'Europa, tra visioni d'infanzia e profezie senza futuro, ma è anche un'impietosa beffa delle umane debolezze e velleità.
mauro (29-01-2012) Shabtai è uno di quegli scrittori straordinari che abitano nell'ombra, sconosciuti ai più, adorati come un segreto prezioso da quei pochi che leggono e rileggono i suoi due romanzi (questo è l'ultimo, le parole di un moribondo) combattuti tra il desiderio di possedere in esclusiva il segreto della sua scrittura e la voglia di diffonderlo a gran voce gridando: leggetelo, leggetelo, leggetelo. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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