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Salvadori Massimo - Italia divisa. La coscienza tormentata di una nazione |
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Titolo | Italia divisa. La coscienza tormentata di una nazione |
| Autore | Salvadori Massimo | Prezzo Remainder - 55%
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€ 6,30
(Prezzo di copertina € 14,00 Risparmio € 7,70)
|  | | Dati | 2007, 144 p. |
| Editore | Donzelli
(collana Virgola) |
Normalmente disponibile per la spedizione entro 3 giorni lavorativi | | 
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| L'Italia è stata caratterizzata per secoli da accentuate contrapposizioni, che ne hanno fatto un "paese diviso" per unanime riconoscimento. Molti altri paesi del mondo occidentale hanno conosciuto nella loro storia profonde divisioni interne, ma in nessuno di essi, secondo l'autore, questo tratto si è presentato e riprodotto in maniera tanto continuativa. L'Italia, per ricorrere a un'abusata ma sempre significativa metafora, è rimasta nei secoli la terra dei Guelfi e dei Ghibellini. Le tre Italie susseguitesi dopo il 1861, quella liberale monarchica, quella fascista e quella democratica repubblicana, hanno avuto tutte l'ambizione di dare allo Stato una base di consenso capace di saldare attorno alle istituzioni una coscienza unitaria stretta da un vincolo comune che andasse al di là delle inevitabili, necessarie differenze ideologiche, culturali, politiche e sociali. Ma il progetto, nella tesi di Salvatori, è sistematicamente fallito, con la conseguenza che la dialettica tra le forze di governo e le forze di opposizione si è configurata in modo tale da produrre l'atavica "anomalia italiana", segnata da una politica altamente conflittuale, dal contrasto tra il senso dell'etica pubblica e della legalità e la sua negazione, dalle culture della contrapposizione. L'insieme dei saggi qui proposti mettono a fuoco lo svolgersi della dialettica "amico-nemico" nelle varie fasi della storia politica dello Stato unitario, evidenziando in che modo questa si sia riflessa nella storiografia italiana.
| La recensione de L'Indice |
 Nella prima parte del volume, una raccolta di saggi sulla storia intellettuale italiana, vengono affrontati alcuni grandi temi, quali il sofferto e incompiuto sviluppo della coscienza repubblicana dal Risorgimento a oggi, o l'intreccio tra ricerca storica e impegno politico nei dibattiti storiografici nazionali sul compimento dell'Unità, sulla crisi dell'Italia liberale e l'avvento del fascismo, sulla Resistenza e sulla nascita della repubblica democratica. Nella seconda parte del volume gli stessi temi vengono ripresi e analizzati nelle riflessioni di alcuni dei più illustri uomini di cultura italiani del secolo scorso: Salvemini, Einaudi, Dorso, Bobbio, Galante Garrone, Abbagnano e Fenoglio. Nonostante siano stati in tal modo assemblati testi di varia provenienza, ciò che ne deriva è un ritratto coerente dell'identità politica italiana e, come recita il sottotitolo del lavoro, della sua "coscienza tormentata". Ci si potrebbe forse richiamare alle osservazioni di Machiavelli sull'Italia dei suoi tempi per rendere il senso complessivo di quelle di Salvadori sull'Italia contemporanea: mentre la nozione di "patria repubblicana" dovrebbe fondarsi sulla coesione civica e sull'equilibrio risultante dalla competizione tra forze contrapposte, la storia italiana è caratterizzata da una forma distruttiva e delegittimante di perenne conflittualità. Molti dei più autorevoli intellettuali italiani degli ultimi due secoli sono stati fagocitati da queste lotte, aderendo a uno degli opposti "estremismi", rivelatisi regolarmente come tentativi fallimentari di costruire la nazione, perché sempre diretti contro "un'altra Italia". Coloro che invece hanno combattuto per l'affermazione del patriottismo repubblicano sono risultati generalmente figure eretiche, dissidenti, isolate, nella migliore delle ipotesi "seminatori" di un patrimonio ideale per le generazioni future. Ai "seminatori", malpensanti e resistenti, cari ad Alessandro Galante Garrone, sembrano appartenere per molti versi i repubblicani e democratici del Risorgimento, uomini eternamente controcorrente come Gaetano Salvemini e Guido Dorso, forse persino un liberale come Luigi Einaudi (le cui dottrine politiche, infatti, non si appiattirono mai sulla giustificazione del potere degli industriali, bensì furono animate dalla fede nella "bellezza della lotta", foriera di un maggior benessere anche per gli umili) e naturalmente gli azionisti, schiacciati nel dopoguerra dalla nuova contrapposizione tra destra clericale e sinistra filosovietica. Tra gli stessi seminatori, tuttavia, pare talvolta annidarsi la tentazione, tipicamente italiana, di rintracciare una via d'uscita dalle divisioni nazionali nell'illusione di una "particolarità" dell'Italia e di un suo "primato": fu tale infatti, secondo Salvadori, non solo quello riconosciuto da Gioberti nel papato, o quello dello stato fascista come "terza via" tra socialismo e liberalismo, o ancora l'eurocomunismo proposto da Berlinguer, ma anche, per molti versi, la "terza Roma" idealizzata da Mazzini quale modello dell'unità moderna. E non rientrano altresì in questa tendenza, almeno in parte, alcune formulazioni, pur frutto di sincere preoccupazioni democratiche, di una "terza via" liberalsocialista o socialista-liberale? Giovanni Borgognone |
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