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Lerro Menotti - Senza cielo | Si "muore" all'angolo del Duomo osservando, o meglio "vedendo", il "pazzo" e il "deforme" che sono a loro volta già morti (per la società); si muore interrogandosi allo specchio e scoprendosi "vecchio"; nella spaventosa Milano che si erge a simbolo della metropoli moderna paragonata non a caso a un ragno che intrappola le proprie prede nei nodi della sua tela per poi divorarle una dopo l'altra. Una penna che non risparmia niente e nessuno. Persino Dio se esiste è colpevole.
7 recensioni presenti. Media Voto: 5 / 5Paolo Coiro - Redazione Aphorism (15-11-2006) Le poesie di Menotti raccontano una quotidianità romantica, vissuta e sofferta.
Nella raccolta “Senza cielo” ogni poesia è scritta in basso, al margine della pagina. Quello spazio potrebbe significare una giornata trascorsa e vissuta o non vissuta per intero. Poi, prima di chiudere gli occhi, prima dell’ultimo sospiro da svegli, un lampo senza tuono illumina per un attimo il cielo. È proprio questa l’impressione scagionata dallo spazio poetico menottiano. Luoghi in cui la morte è compagna di viaggio, ma dove “da lontano tutto sembra luce”. È la posizione, il punto d’osservazione del poeta. Lui vive tra la gente, sente e raccoglie un’emozione; viene catapultato lontano da tutti e da lì, spruzza inchiostro sopra la gente, come una pioggia leggera quasi impercettibile.
Lo spirito di Lerro Menotti favorisce di un contatto vivo, ansimante, violento con la pagina bianca. È un incontro carnale estenuante dal quale nasce un cadavere: “Mi spezzo il polso sulla carta bianca,/ per ridurla a cadavere parlante”. A volte, pare di leggere osservazioni semplici e secche. Ma scavando la fossa, c’è una falda sotterranea nella quale il pensiero è articolato, l’emozione scomposta. È l’acqua di cui si abbevera Menotti. Con la sua anima da “teologo ateo”, spensa riflessi crudi nelle sue poesie. Girando per Milano: la metropoli che ti sopprime, ti toglie un po’ il respiro; tra fumi d’industrie, pozzanghere e cieli senza cielo.
Il getto, la voracità con la quale butta giù questi versi, viene espressa anche nel suo stesso scrivere. Bisognerebbe leggerle scritte a mano le poesie di Menotti. Aprire il moleskine e apprezzare il tratto della penna, le cancellature, la scrittura veloce, parole quasi illeggibili per la voglia di spiaccicarle subito sulla carta.
Per Lerro Menotti, la vita è composta di continue rivelazioni che conquistano la sua anima; la fanno palpitare, la dilaniano, la chiudono, la macinano, la rivoltano come un calzino. E pure, lui è sempre pronto a scattare i miracoli e a esclamare: “Capire d’essere vivo mi sconvolge”. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Critiche Varie (18-10-2006) Gianmario Lucini «Di una sottile e infinita malinconia è intrisa questa poesia-vortice, questa catarsi di attimi che sembrano irrompere dalla memoria alla penna in un continuo e irresistibile flusso in crescendo. La poesia a volte può essere catarsi e credo che questa di Menotti ne sia un esempio ben riuscito.»; R.Carifi «Senza Cielo, una raccolta bellissima che si nutre di morte a un angolo di città, si lascia andare allo spazio senza cielo "come se la vita non dovesse appartenermi". Nel libro di Menotti Lerro la vita c'è ma è come se non ci fosse, su tutto prevale la verità della vita che è la morte»; Giorgio Bárberi Squarotti:«la sua poesia è aspra e cupa nelle fragilità a cui efficacemente aspira. Il mondo che rappresenta è povero di luce e l'unica verità è la pena e il male. Il risultato è molto spesso notevolissimo, sorretto com'è da un'inventività suasiva. Il perchè che non trovammo è mirabile.» Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Pietro Sassi (11-05-2006) Articolo apparso su francamente.net a firma di PietroSassi (Pietrosassi@tele2.it) 11/5/2006 -
La poesia è, si può, dire, il racconto di una vita, fatto di momenti successivi, una lunga sequenza di fermo-immagini che illuminano con il loro valore simbolico ed evocativo i passaggi importanti di un'esistenza segnata sin dall'infanzia dalle difficoltà, dal dolore, da un senso di rassegnata disperazione, direi di morte, dalla disperata e vana ricerca del senso ultimo della vita:
"Stasera il bosco penetra le case
che aspettano, aspettano ancora, ancora.
Da qui si vede tutto.."
"Il pianto della rassegnazione non ha eco,
non lo puoi toccare, vedere, sentire;
ma solo immaginare in attimi che non t'aspetti
mentre tua madre taglia le patate
e pulisce il coltello sul grembiule."
Ci sono monenti in cui attraverso il gioco, il sogno e il ricorrere di giorni speciali si cerca di fuggire, almeno con la mente, da un paesaggio esterno ed interiore oppresso da un'insita, apparentemente inevitabile tragicità dell'esistere:
"Il gioco era un'invenzione:
sognare lo scudetto in una radio,
chiudere i soldatini nelle trincee del cuore,
affilare qualche molletta del bucato
per farne un’automobile giocattolo
che ci portasse via,
ma che poi mai sarebbe passata."
"Sulla sedia a dondolo inventavo
le nuvole d'aprile
aspettando la pioggia e le ombre della sera
che tardavano, che non m'ascoltavano."
Il male di vivere sembra però inseguire il protagonista ed assediarlo anche nel presente e rivelarsi in ogni volto, in ogni cosa di una realtà ostile. L'unica via di fuga pare essere ancora il rifugio nel gioco, nella fantasia, nel sogno, in definitiva nella poesia:
"Domani mi nascondo sotto la bancherella
dell'indiano con la piccola Yasmine..
immobile, in silenzio... gioca...
le racconto fiabe..."
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Augusto Orrel (04-02-2006) "E se la vita fosse solo meta d'altra vita?
Sarebbe questa nient'altro che una morte".
o ancora
"Andrò, lungo il viale che tanto ho contemplato restando.
Sarò qui mentre me ne starò andando...”
C'è un andare nel rimanere sulla Terra che, nel suo caso, consiste nel perdersi, nell'immaginare, interrogare, contemplare l'aldilà, l'ignoto. Ma a sua volta c'è un rimanere nell'andare, un voler - per così dire - durare.
Cosa ci sarà dunque dopo la vita? La risposta all'eterno interrogativo è cercata vanamente dal poeta sul corpo, che giace sul letto, dell'amata nonna:
"Non dici una parola
e mi saluti lasciandomi
quel dolce viso di aldilà sereno."
Un aldilà qui sereno, che in altri versi si trasforma in ipotesi di tormento, come quando afferma:
"stasera sul letto disteso profano la tua tomba:
ti scopro digrignata dalla morte
che nel buio della notte chiamavi
stanca dei tuoi occhi.
Ah Dio, se l'anima sentisse!"
Ed ecco dunque il complesso intrecciarsi di idee, di ipotesi sul tema dell'oltretomba: sereno per i secoli dei secoli o pronto ad accogliere l'essere umano in un tormento eterno?
Quesiti che si sciolgono e prendono coscienza della impossibilità di soluzione in un altro flash tratto da Ceppi Incerti. La poesia a cui mi riferisco si intitola Notte, una risposta, tra le altre cose, direi, a Mattina di Giuseppe Ungaretti...
"Mi invadono ombre d'innumerevoli inganni"
Già, la notte. Altro punto chiave della poetica di Menotti Lerro.
In Ceppi Incerti, infatti, uno dei temi dominanti, oltre a quello della pazzia - che riassumerei con una sua domanda provocatoria al lettore e una sua risposta che lasciano pensare: “Qual è il concetto di normalità e quale di pazzia? […] Forse i veri pazzi sono coloro che accettano questa dimensione e se ne compiacciono.” - è quello della notte:
“Chiuso e ancora chiuso tra le mie umili mura storte,
ascolto la paura: è notte!”
"Di notte lo vedo cieco il crocifisso"
Immagino che al muro della sua stanza ci fosse un piccolo crocifisso... Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Maria Rosaria (03-02-2006) Si "muore" all'angolo del Duomo osservando, o meglio "vedendo", il “pazzo” e il “deforme” che sono a loro volta già morti (per la società); si muore interrogandosi allo specchio e scoprendosi “vecchio”; nella spaventosa Milano - che si erge a simbolo della metropoli moderna - paragonata non a caso a un ragno che intrappola le proprie prede nei nodi della sua tela per poi divorarle una dopo l'altra.
La sua penna, direi, non risparmia niente e nessuno. Persino Dio - se esiste - è colpevole.
Dall'introduzione al testo di Augusto Orrel
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Ambra (03-02-2006) Immagini familiari, rassicuranti anche ne loro dolore.
Altre squarciano questa sensazione di cose vissute e ti sbattono in faccia realtà crude ed estranee. Toccanti. Diverse da me e diverse dal te che ho conosciuto finora...
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Luca (03-02-2006) Caro Menotti,
come sempre le tue poesie hanno il potere di riportarci alla memoria,echi,emozioni passate...
La poesia non è di chi la scrive,ma di chi la sente e in questo sta il valore della tua opera,che va oltre il limite dell'esperienza personale facendosi portavoce,grazie al suo potere immaginifico, di un comune,universale sentire. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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