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Longo Davide - Il mangiatore di pietre | Dalle acque di un torrente in fondo a una scarpata, in una valle del Piemonte, affiora il cadavere di un uomo: qualcuno lo ha fulminato con due colpi di fucile. Il corpo è quello di Fausto, trentenne pregiudicato. A ritrovarlo è Cesare, che tutti chiamano il Francese perché ancora bambino fu costretto a emigrare a Marsiglia. Tornato alle sue montagne, ha ereditato dallo zio un "mestiere" antico, tutt'altro che legale. Un mestiere fatto di risalite notturne, silenzi, fatiche. Cui ha iniziato, giovanissimo, proprio Fausto. Inizia con un omicidio, come ogni giallo che si rispetti, ma in questo romanzo il delitto è il modo per far emergere i rapporti tra le persone, le amicizie, gli odi e i tradimenti di una piccola comunità. Funziona proprio perché il delitto, con i suoi portati di esagerazione, non è lo scopo, il fine del racconto, ma una forma necessaria che non prevarica mai i personaggi. La lingua è asciutta come la storia che viene raccontata, le frasi sono brevi e secche, la trama si svela nei silenzi e nel non detto.
Media Voto: 4.33 / 5ilse musilse@libero.it (14-09-2010) Bravissimo Davide Longo, che scopro essere un ex Holden. Molto molto esperto nel lavorare di sottrazione, asciugare, asciugare fino a lasciarci una frase secchissima e scarna.
Gli amanti del genere ritrovano con grande piacere Cormac McCarthy, al quale d’altra parte viene reso esplicito omaggio all’inizio del libro: simile il ritmo narrativo e il taglio delle scene, il dato umano stilizzato fino a una essenzialità primitiva e il giganteggiare del paesaggio come dato palpitante, più protagonista dell’uomo.
Le cose sono povere, le persone silenziose, i fatti avvengono e basta. La narrazione alterna dialoghi lapidari e zoom sugli oggetti, la cui posizione geometrica concorre a dipingere nature morte che tracciano i fili del racconto.
Un po’ di splatter ogni tanto ci ricorda che questo è un noir; l’autore mantiene un ritegno quasi eccessivo nel dirci la vicenda, come se avesse preferito seminare una manciata di indizi, lasciando al lettore il gioco cerebrale di ricostruire intorno ad essi una storia possibile. Il risultato è un effetto bello di romanzo moderno e misterioso, asciutto e “maschio”. Maschio anche qualche stereotipo quale quello della donna poliziotto che sembra non vedere l’ora di infilarsi nel letto del “malavitoso” senza nessuna preparazione sentimentale, non dico corteggiamento, ma anche solo una minima comunicazione verbale: insomma Cesare sembrerebbe proprio l’uomo che non “deve chiedere mai” e che, dopo una modesta (ma evidentemente comunque bastante) prestazione virile, niente lascia detto, niente è tenuto a dire. Questo mi ha fatto un po’ sorridere... Voto: 4 / 5 |  |  |  |
nadine (01-04-2010) Storia coinvolgente narrata con un linguaggio preciso e affilato, un mistero che si scioglie a poco a poco, tra le parole asciutte del personaggio. Domina il racconto la maestosa ma severa montagna, il passo silenzioso sul sentiero, il vento che batte sulla pietra. Avvincente. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Xino writing_connection@email.it (08-01-2009) Un gran bel romanzo. Niente virtuosismi letterari o esercizi di stile, ma una grande capacità di narrare una storia dura e tagliente. Un'ambientazione ben riuscita, il mondo della montagna di confine con le sue genti cha vanno diminuendo in numero e i suoi mestieri che vanno sparendo. Anche quelli illegali. Poi un intreccio ben congegnato che si rivela poco per volta tenendoti incollato alle pagine; personaggi interessanti. Anche lo stile di scrittura è preciso, pulito, secco, ma addolcito da similitudini molto poetiche - anche se ogni tanto, sopratutto all'inizio, le ho trovate troppo frequenti. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
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